1^ tappa

 IRUN / DONOSTIA - SAN SEBASTIAN

 

Arrivo a Irun alle 11. 

Gli altri pellegrini che ho trovato sul treno sono scesi a Bayonne e l’ultima mezzora la passo da solo.  Il tempo si è ingrigito e parto mal disposto: la città è brutta, come tutti i posti di frontiera.  Ci sono in giro grandi lavori alle strade e non capisco dove mi devo dirigere.  Cerco la chiesa per farmi mettere il timbro di partenza sulla credenziale, ma è chiusa.    Comincio a chiedere informazioni, ma sono un po’ intimidito; sono ancora in difficoltà con lo spagnolo e non ricevo informazioni chiare.

Mi ritrovo ai bordi di una strada con grande traffico; fiancheggio un piccolo aeroporto e lì comincia a piovere.   Provo subito il coprizaino, la giacca, il cappello e l’ombrello.   Attraverso Hondarribia, che qui è scritto Fuentarribia, probabilmente nella versione in lingua basca; il paese è antico ed elegante, ma tiro dritto per la pioggia.  C’è una bella chiesa, ma è chiusa.   Chiedo a varie persone notizie sul cammino: mi mandano su per una collina e mi ritrovo in una stradina di campagna, tra belle case antiche e da poco ristrutturate.   Non riesco a trovare li posti segnalati dalla guida: non ci sono segni e continuo; comincio a rendermi conto che sto facendo un giro vizioso.   Le scritte in lingua basca sono per me incomprensibili e non mi aiutano a capire dove sono e dove devo andare.  Chiedo a ogni persona che incontro e seguo le indicazioni che mi danno, e alla fine mi ritrovo a scendere di quota fino ad uno stradone asfaltato, fino quasi al punto di partenza.   Vado avanti sempre più depresso perché mi rendo conto di aver camminato inutilmente in saliscendi per più di un’ora.   Arrivo al Santuario di Guadalupe, nella collina sopra Hondarribia, con vista su Irùn: ora almeno sono nel posto giusto.  Un panino al bar e busso alla canonica per avere il timbro; me lo mette una perpetua gentile e sorridente.  Lei mi dice di lasciar perdere la strada alta, e di prendere quella che va in pari, a mezza costa; decido di non darle retta, con un po’ di patema, ma faccio bene, perché la strada diventa subito una pista in terra che sale bene; ci sono segni bianchi e rossi e, finalmente, anche le frecce gialle del cammino!!!!!!!!!

La strada ora taglia a mezza costa la catena del monte Jaizkibel; cammino a lungo sotto la pioggia battente, ma comunque rinfrancato di essere sulla strada giusta (beate le frecce gialle!).   Alla fine la strada scende ripida fino al bordo alla Ria di San Sebastiàn.   Scendo a Pasaje san Juan, un borgo caratteristico di antiche case; ci sono manifesti e scritte che inneggiano all’indipendentismo e all’ETA: mi intimoriscono un po’.

Aspetto qualche minuto una barca che mi porta sulla sponda opposta della ria.  Il posto è suggestivo, con pareti a picco su un imboccatura stretta, nella quale sta entrando una nave trainata da un rimorchiatore.  Più avanti la ria ospita cantieri navali e il porto mercantile.   Qui il mare è sporco e ospita rifiuti di ogni genere.   Percorro la strada sino all’imboccatura e salgo la scalinata ripida che porta al Faro della Plata.   Salendo si vedono e si sentono nuvole di gabbiani che alloggiano sulle ripide coste.  Dopo il faro il sentiero si spiana e cammina lungo un antico acquedotto in pietra.  Cammino più in fretta che posso perché voglio arrivare a San Sebastian per tempo, visto che devo anche cercarmi l’alloggio.  Esco sulla sommità del colle, e da lì si vede la città.  Non vedo più i segni gialli e scendo lungo una ripida stradina fino ad immettermi in un largo viale alberato che, in due o tre km, mi porta sino al centro città.  Mi dirigo verso il ponte del Kursaal, che collega ue grandi e bellissime spiagge.

Alla fine della playa de la Concha, stando alla mia guida, ci dovrebbe essere l’albergue per pellegrini; chiedo a molte persone, ma non riesco ad avere notizie certe.  Ormai ho attraversato tutta la città e, all’uscita verso la periferica collina di Igueldo, mi trovo davanti ad un Ostello della Gioventù.  Tutto sommato, vista l’ora e la stanchezza, va bene così: per 14 euro, a prezzo ridotto per pellegrini, mi danno un letto comprensivo di prima colazione. Trovo un pellegrino francese, un giovane parigino, Olivier, che stava facendo il camino francés e se ne è venuto via a Logroño perché, dice lui, c’era troppo affollamento.  Con lui vado a cenare.

E’ stata una giornata difficile, come tutte le prime: non sapevo come avrebbe reagito la schiena, e poi c’è stata la pioggia a complicare tutto.  Ma in fondo è andata bene: non ho sentito (per oggi) il mal di schiena, ho retto alla prova della pioggia, i sandali hanno resistito bene all’acqua: i piedi sono stati sempre caldi e asciutti.   E poi, comunque, il primo giorno è sempre difficile; domani sarà peggio, poi migliorerà: questo sono le regole.