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2^ tappa |
DONOSTIA - SAN SEBASTIAN / ZUMAIA |
Partiamo un po’ tardi perché aspettiamo che ci preparino la colazione: ne vale la pena perché è buona e abbondante. Partiamo alle 8 seguendo i segni gialli, improvvisamente ritrovati. Prendiamo subito a salire per una scalinata ripida, verso il colle di Igeldo, che chiude a ovest la città.
La giornata è bella, luminosa e mite. Saliamo nel verde in mezzo a case e ville costruite o restaurate con gusto in uno stile caratteristico: ricordano vagamente lo stile alpino. Saliti di quota la strada si snoda lungo la cresta di una catena di colline che bordeggiano la costa. Il paesaggio è ampio: a destra il mare, a sinistra una valle verdissima dove, in fondo, corre l’autostrada. Rallento l’andatura perché sento che un piede non va bene: forse una vescica ma i sandali mi tengono il piede aperto e le dita larghe e asciutte, e quindi non soffro più di tanto; ma ho paura di strafare e voglio evitare infortuni.
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Lascio andare avanti Olivier, che è più giovane, rodato dal cammino e ha fretta. Mi gusto il camminare calmo e tranquillo, insolito per me, abituato a tirare. Quando la strada comincia a scendere, in mezzo ad una curva stretta vedo un bellissimo cartello sostenuto da un palo di legno che, in lingua basca, indica un nome incomprensibile, ma la concha è inconfondibile. Il cartello e le frecce, qui evidenti, mi rassicurano.
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Ritrovo Olivier a Orio, paese bello e antico, aggrappato a una collina che finisce in una ria. Nel mezzo c’è una splendida chiesa in arenaria, stretta tra le case, con un porticato esterno in legno che la circonda. Gli ingressi sono integrati nella struttura del paese. Il parroco ha un accesso privilegiato che con un ponte in legno supera il vicolo e collega la sua casa alla chiesa. Troviamo due gentili persone con le quali chiacchierare. Ci spiegano che la chiesa è dedicata a San Nicola di Bari e ci fanno notare le sue bellezze; cercano anche notizie su un alloggio che potremo trovare per la notte, ma senza esito.
Scendiamo in fondo al paese, attraversiamo la ria in questo momento in bassa marea, con le barche sdraiate a secco, e ripercorriamo il versante opposto. Comincia una salita faticosa che ci porta ad un colle e subito dopo si scende a Zarauz, che ha una lunghissima e profonda spiaggia color ocra. E’ una città turistica, elegante e ordinata. Camminiamo scalzi lungo il mare (i piedi ringraziano). Stando alla guida il cammino dovrebbe risalire verso l’interno, ma i segni ci portano lungo una stupenda passeggiata lungomare, che seguiamo volentieri. L’oceano, che immaginavo torbido e minaccioso, è invece calmo e trasparente (come il nostro mare!), e vicino agli scogli si vedono i fondali blu.
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Arriviamo a Getaria, paesino con un’altra bella spiaggia e un porticciolo per pescherecci. Nella piazza c’è una grande tavolata di giovani che mangiano, bevono e cantano; mi fermo un po’ li davanti a guardare: chissà se mi offrono qualcosa. Mi ignorano, e allora riparto.
Passato il paese la strada va, ahimè, verso l’interno, lungo una
calzada (una strada lastricata con pietre) che va su e giù come su
montagne russe. Saliamo un centinaio di metri e, improvvisa, ci appare Zumaia,
di una bellezza che prende il cuore: c’è una ria che entra profondamente
nell’interno, e il paese si snoda lungo la sponda destra. Attorno il paesaggio
è di un verde intenso, mosso, con boschetti e prati, e le solite bellissime
case, restaurate con gusto e molte anche di fattura originale. Il paese appare,
come gli altri, bello, curato, pulito. Andiamo alla chiesa per chiedere
ospitalità al parroco, ma una vecchietta ci dice che il parroco si occupa di
molte chiese nei dintorni, in quel momento è in un altro paese e comunque non
abita qui. Olivier decide di andare avanti. Io non me la sento e mi affido a
un vecchietto per portarmi ad una camera privata a poco prezzo: speriamo bene.
Mi porta nella piazzetta centrale, al bar Tomàs, dove mi offrono un
bell’appartamento, tutto per me, con due camere, cucina, bagno, stoviglie,
pentole, tutto quello che serve. Vogliono 18 €: lo prendo perché è comodo e
perché non ci sono alternative più economiche.
Faccio il bucato e vado in piazza a scrivere il diario, aspettando la cena. C’è molta gente ai tavolini, che beve e chiacchiera. Lì assisto a una scena che mi fa venire i brividi: passa un corteo di persone in fila indiana che sostengono un lunghissimo striscione bianco: in testa è scritta una frase che non capisco (capisco solo la sigla ETA) e poi sono riprodotte tantissime foto di persone, con il nome, la data di nascita e di morte. Il corteo passa serpeggiando attorno alla piazza, in un silenzio assoluto, e poi va oltre. Capisco che è una manifestazione per commemorare militanti dell’ETA rimasti uccisi in azioni militari. La gente attorno sembra indifferente, ma non so bene. A me viene la pelle d’oca: tocco dal vivo una realtà tante volte letta sui giornali e che ora mi sembra irreale.
Arriva l’ora di cena. Poi vado a vedere una partita di pelota basca, e poi a letto.
