4^ tappa

 ZENARRUTZA / MORGA

Notte agitata, un po’ per la stanchezza, un po’ per i fagioli, e anche per le birre serali.  Faccio anche sogni strani e sgradevoli.

Ascolto le sensazioni del mio corpo che mi dicono: dolori alle gambe e ai piedi, il resto bene.  Le vesciche non accennano a chiudersi e continuano a produrre liquido, ma non mi danno noia più di tanto.

Andiano dal frate a chiedere quanto dobbiamo dare: El que quiere - dice.   Un belga mette 10 euro, e io mi adeguo.  Il frate intasca.  Faccio un giro nella collegiata: è bellissima, nel sole del mattino: c’è un caldo quasi esagerato per l’ora.

Di fronte individuo una freccia ed entro nel bosco, silenzioso e fitto.  Olivier si è fermato per la messa, gli altri li ho persi, non so come.  La stradina finisce su una pista di cemento, senza indicazioni; vado verso l’alto, ma poi torno indietro perché non ci sono segni.  Il paesaggio è quello di ieri; in più si vedono rimboschimenti, vecchi e recenti, con alti pini.    Arrivo a Munitibar; c’è una bella chiesa, con un grande porticato esterno, come ne ho già visti tanti qui nel Pais Vasco: ovviamente è chiusa.   Risalgo per una stradina all’Ermita di Santiago.  Sto camminando lentamente: il dolore alle gambe e ai piedi si accentua e non so cosa fare, se non sopportare.  Andare adagio mi riduce un po’ il disagio.

Il cielo si è rannuvolato, tira un vento forte e fa più freddo.  Continuo in saliscendi fra dolci vallette ed esco sulla strada.  Comincia a piovere.  I dolori ai piedi stanno diventando insopportabili: mi tolgo i sandali e metto gli scarponcini.  Va un po’ meglio.  Sempre a passo moderato cammino in leggera discesa verso Gernika: mancano 8 km. 

Quando vedo la città, dall’alto della collina, mi emoziono un po’.  La distruzione della città durante la guerra civile spagnola, e poi il quadro di Picasso ispirato a questa tragedia, ne hanno fatto un simbolo che appartiene al mio mondo; è stato il primo bombardamento aereo programmato ed attuato con razionalità, il primo di una serie che ancora non si è fermata.  Ho letto su una rivista che qualcuno, di quelli che vogliono riscrivere la storia, sostiene che la distruzione della città è stata un’invenzione propagandistica dei comunisti.   Sarà: poi ci sarà qualcuno che dirà che anche i campi di sterminio erano un’invenzione, e che il fascismo ed il nazismo non erano poi un gran male….

Chiedo un’informazione a un signore che mi attacca un bottone inesauribile: ha degli amici italiani, ma è un po’ che non li vede; parla, parla, ma non mi dice quello che voglio sapere: se c’è possibilità di alloggio economico a Gernika; e faccio fatica a mollarlo.  Entro in città alle 13.30, mi infilo subito in una taverna e mi mangio un plato combinato (carne + uova + patate + peperoni).

Esco per visitare la città, ma non c’è molto da vedere, tranne la chiesa, comunque ricostruita dopo il bombardamento.  Ovviamente è chiusa; vi giro attorno per cercare la casa del parroco, per cercare un alloggio.  Parlo con una signora che parla un po’ italiano perché ha lavorato alcuni anni in Svizzera; mi dice che 4 km avanti, a Mugika, c’è una Caja Rural (non so cos’è di preciso) che offre alloggio a poco prezzo.  Allora parto, piano piano perché mi fanno male le gambe e il piede destro, quello delle vesciche.

Cammino lungo la strada per Bilbao, molto trafficata e sgradevole.  Prendo il bivio per Mugika e quando arrivo il paese appare piccolissimo e deserto: neppure un bar, un negozio, la chiesa chiusa.  Busso a una porta: un vecchietto non conosce nessuna caja; per dormire bisogna arrivare a Morga, più avanti.   Mi metterei a piangere.   Insisto un po’: mi offre di dormire in un garage accanto alla sua casa.  Guardo, ma è senza porta, sulla strada, sporco, senz’acqua; e vado avanti.

La strada è stretta, senza marciapiedi, e sale percorsa da molti camion, che mi passano rasente e mi fanno paura.  Con tanta pena arrivo al passo; lassù si stacca una strada nel bosco con l’indicazione del cammino.  C’è un bar: chiedo una camera.  Niente, bisogna andare a Morga.   Esco, fa freddo,  Mi metto la giacca e faccio l’autostop.  Esce uno dal bar e mi fa segno che sono sulla strada sbagliata, che Morga è dall’altra parte.  Mi sposto e mi incammino, molto depresso e poco convinto.  Non passano quasi auto, e quelle poche che cerco di fermare tirano dritto.  All’inizio scarico la tensione insultandoli; poi mi chiedo se io, al loro posto, prenderei su un tipo strano che cammina su quella strada, a quell’ora.

Arrivo a un borgo di case, contando i passi: non è Morga, accidenti!  Mi fermo a un bar e ripeto la richiesta di alloggio.  Spero che mi indichi l’hotel e invece mi dice di andare al frontòn, che c’è anche la doccia..   Credo di aver capito, ma faccio finta di no e me lo faccio ripetere. Lui prende le chiavi e mi accompagna fuori indicandomi il fabbricato.   Vado: è un campo dove si gioca la pelota basca, un grande stanzone: sarà 30 x 60 e alto una decina.  Non è allegro né pulito, ma insomma.  Accanto ci sono le docce, con alcune sedie imbottite; dormirò lì perché l’ambiente è più caldo.

Mi scalzo, finalmente, faccio una bella doccia calda e scendo al bar per la cena.  Questa sistemazione non è un gran che, ma dopo il pomeriggio che ho passato tutto va bene, e sono proprio contento; sicuramente dormirò bene.

Mentre ceno mi diverto ad osservare il barista e le persone che frequentano il bar.   Ognuno che entra, quasi tutti uomini, si siede al bancone, ordina da bere, scambia qualche parola con il barista, e dopo un po’ se ne va.   E il barista che dà retta a tutti, è il suo mestiere!   Chissà che noia sentire i discorsi di tutti!  E se non ha voglia di parlare che fa?   Ogni tanto vedo che se ne va nel retro (forse per prendere fiato) e lascia soli i clienti.

Tutti quelli che consumano qualcosa buttano per terra gli avanzi, siano cicche, tovagliolini di carta, stuzzicadenti: è un’usanza tutta spagnola.  Ma io non ce la faccio ad adottarla.