9^ tappa

 SANTANDER / COBRECES

Notte agitata: dormito poco e male; un po’ il vino cattivo e un po’ un leggero mal di gola.  Ho fatto anche sogni strani.   Mi sveglio tardi e sono fuori alle 8 passate: le tedesche stanno ancora dormendo.  Fuori sta piovendo, fa anche un po’ freddo e tira vento forte.  Mi bardo da pioggia.

Mi incammino per la lunghissima strada rettilinea che dalla piazza del Municipio esce da Santander e porta a Peñacastillo, passando per l’Ospedale; passano alcune fabbriche abbandonate e poi zone commerciali.  Smette subito di piovere.  Alla rotonda di Peñacastillo un angelo custode in auto mi suona, si ferma e mi fa notare i segni del cammino che andavano a destra e che io non avevo visto.  Di qui il cammino si svolge per sentierino e stradine di campagna, al riparo dal traffico: spesso si costeggia la ferrovia.  Si raggiunge Compia e poi Boo de Pelagos.  Dopo il paese, seguendo le istruzioni ricevute ieri dal Presidente all’albergue, cammino per un tratto lungo la ferrovia e arrivo ad un ponte di ferro che attraversa il fiume: ovviamente c’è scritto che è vietato il passaggio, ma passo lo stesso perché così risparmio un giro di 8 km!

Passato il ponte arrivo alla stazione di Mogro, dove c’è un bellissima composizione di piastrelle che raffigura i cammini Francés e del Norte.  Dopo c’è un bar dove fanno ottimi calamari fritti e crocchette di patate.   Il barista fa un po’ lo stupido perché fa qualche battuta fingendo di non capire quello che gli chiedo; ma non mi frega, perché ormai lo spagnolo lo capisco abbastanza bene, e riesco a tenergli testa con qualche controbattuta: tiè!

Il pomeriggio è più duro: il cammino è su asfalto, il paesaggio non è esaltante, tira un gran vento contrario o laterale che aumenta la fatica; non so come vestirmi, e passo continuamente dal caldo al freddo.  Il cielo si è aperto: nuvolosi bianchi e neri corrono veloci in cielo, alternati a squarci di sereno: quando c’è il sole si sta bene, quando si sta in ombra viene freddo.  In cima ad una salita il cammino va su uno sterrato e fiancheggia, con lunghissimo percorso perfettamente rettilineo, una doppia conduttura di tubi rossi e caldi che riforniscono la centrale Solvay che si intravede in fondo.  Anche qui, come ho già visto in altri posti, c’è una forte commistione tra industrie e abitazioni, e c’è poco controllo sulle discariche, che sono dappertutto, e sugli scarichi che impestano i corsi d’acqua.

Costeggio a lungo la grande fabbrica, passo un ponte, e proseguo in direzione di Santillana del Mar, dove arrivo con gran fatica e con gambe e piedi che mi fanno male e mi rallentano l’andatura.

Chiedo alloggio ad un convento sulla strada, ma sono suore di clausura e non danno ospitalità, anche se mi offrono un panino.   Chiedo all’Ufficio Informazioni Turistiche, ma mi dicono che l’albergue non c’è, che le informazioni che ho io sono sbagliate: il primo è a Cobreces, 10 km più avanti.  Sono quasi le 18, e 10 km sono troppi, viste anche le mie condizioni fisiche, e poi arriverei troppo tardi; c’è un autobus alle 19.15, e decido di aspettarlo.  Nell’attesa giro un po’ per il paese che è bellissimo, antico, e, nonostante il nome, non c’è il mare.  E’ un centro di attrazione turistica, e poi a pochi km ci sono le grotte affrescate di Altamira.

Il paese è pieno di negozi che vendono prodotti tipici locali e poi souvenir e ciarpame di tutti i tipi che si trova in tutti i posti come questo.  C’è anche un bel parador, con tanto di usciere in divisa.  La collegiata con la chiesa annessa e il chiostro sono splendidi.  Lungo le vie si affacciano antichi palazzi, tutti meritevoli di attenzione.   Alle 19 mi pianto alla fermata del bus.  Si mette anche a piovere; non mi posso muovere senza rischiare di perdere il bus, e allora mi prendo tutta l’acqua, e anche il freddo.  Ma il bus non arriva.  Aspetto infreddolito e bagnato fino alle 20.  Finalmente arriva e mi porta a Cobreces, proprio di fronte a un Monastero.  Mi apre il padre guardiano che mi accompagna alla stanza, modesta ma ben attrezzata e tutta per me, con bagno e doccia adiacente.   Esco a mangiare ma devo accontentarmi di panini.   Torno al monastero, e il padre mi dice che sono arrivate due pellegrine austriache: busso per salutare, ma sono già a letto.  Dico due parole e ci diamo appuntamento a domani,  Poi i soliti riti: doccia, lavare panni, sfare lo zaino, scrivere il diario, massaggio ai piedi, e a letto.

E’ stata una giornata brutta senza momenti entusiasmanti, senza incontri umani.  Ho anche faticato e sofferto molto: sicuramente sono stati i dolori ai piedi e alle gambe, ma ha contribuito anche il mio atteggiamento negativo.  Domani andrà meglio, almeno avrò un po’ di compagnia.