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11^ tappa |
SAN VICENTE DE LA BARQUERA / SAN ROQUE EL ACEBAL |
Notte agitata: colpa del vino. Partiamo alle 7, senza molto entusiasmo. Le frecce ci mandano su una stradina asfaltata verso l’interno, con un giro tra le campagne che ci porterà a Pesuès. Si potrebbe andare per la carrettera: sicuramente sarebbe più rapido. Il paesaggio è quello visto da molti giorni: boschetti, pascoli, mucche libere, a volte pecore. C’è anche un torello che ci segue lungo la recinzione sbuffando minaccioso. Sullo sfondo si vedono i Picos de Europa, ancora bianchi di neve.
Camminando mi si accentuano i dolori alle gambe. Quando sono fermo non sento nulla, ma appena riparto ricomincia il calvario. I dolori si manifestano con fitte, come aghi, sulla parte anteriore, dalla caviglia fino a un palmo sopra. Il dolore è sempre più forte e sempre più spesso mi devo fermare. Mi applico un gel che mi offre Heidi e prendo anche un forte antidolorifico che mi sono portato per le emergenze. Riprendo a camminare sperando che passi, ma non accade nulla, e la fiducia è in crollo. Dopo una mezz’ora, viste le mie continue soste, dico alle due ragazze di andare avanti senza aspettarmi. Devo insistere un po’ per farle decidere: ci salutiamo, con l’augurio di trovarci più avanti.
I dolori non mi passano e non aumentano; cammino a passo di lumaca: di più non ce la faccio. Comincio a pensare che dovrò tornare indietro. Cerco per telefono il mio amico ortopedico per sapere se posso far qualcosa per stare meglio; poi deciderò cosa fare. Non lo trovo; aspetterò il pomeriggio, quando comincerà il turno in ospedale. Intanto, piano piano, arrivo a Pesuès, entro in un bar e aspetto che venga l’ora. Sto lì un bel po’ e poi mi alzo, perché devo comunque raggiungere il paese successivo; sorpresa! il dolore è completamente passato. Non mi entusiasmo molto, perché ormai sono decisamente pessimista, comunque vado. Cammino, e la gamba destra continua a non farmi male, anche se il dolore si trasferisce, più leggero, alla gamba sinistra.
Così arrivo ad Unquera, ultimo paese della Cantabria e passo il
ponte che mi porta nel principato delle Asturias.. Qui inizia una bella calzada
che sale una collina; ora i segni del cammino sono mattonelle che raffigurano la
concha. Arrivo al paesino di Colombres, dove c’è il museo degli indiani (?!).
Chiedo come mai, e mi dicono che gli “indianos” sono quelli che, in gran numero,
erano immigrati in America nei primi del ‘900. Continuo per saliscendi, su
belle stradine, e finisco di nuovo sulla carretera che non abbandonerò quasi più
per tutta la giornata. Oltretutto questo tratto non è ancora affiancato
dall’autostrada e quindi è molto trafficato, specie da mezzi pesanti. Nei
tratti più pericolosi agito il bastone per segnalare di non avvicinarsi troppo
al margine della strada: non ce ne dovrebbe essere bisogno, e invece …
Il dolore alla gamba destra sembra ormai passato; quello alla gamba sinistra è stazionario e allora continuo sopportando il dolore, seppure ad una andatura più lenta di come potrei. Non è bello camminare così, ma cerco di distrarmi ascoltando musica.
I paesini attraversati sono carini, ben tenuti ma, mi pare, poco abitati. Noto diverse case pitturate con colori vivaci e insoliti: celeste, viola, giallo carico, ocra. I ristoranti promettono la fabada, che ho letto essere il piatto nazionale asturiano: la proverò.
In un bar chiedo informazioni e mi dicono che a San Roque (8 km)
c’è un albergue per pellegrini. Qualche km avanti mi sento chiamare da dietro:
sono le due austriache che si erano fermate da qualche parte a riposare e ora mi
hanno ritrovato. Abbracci e feste.
Stanchi, soprattutto loro, arriviamo a San Roque; non c’è l’albergue aspettato, ma un hotel/ristorante abbastanza sgangherato e con un albergatore che, con aria maleducata, ci chiede 37 euro per una camera a 3. Esco a riferire e nel frattempo è arrivato un anziano che sta parlando con le austriache: loro mi danno uno sguardo implorante perché non capiscono nulla.
Dice di essere un appassionato del cammino; dice che in questa parte delle Asturias non ci sono albergue per pellegrini, ma se vogliamo lui ci può dare una stanza a poco prezzo, sempre nello stesso edificio dell’hotel, ma all’ultimo piano, che è il suo. Non sono sicuro di aver capito quello che mi ha detto, anche perché barbotta un po’ ed è prolisso, ma comunque cerco di concludere e accetto, sperando che vada tutto bene. Ci porta alla camera, fatta di due stanza comunicanti, con bagno in corridoio; è modesta, ma va bene, e con 12 euro in tre ce la caviamo ottimamente.
Oggi giornata tribolata ricca di colpi di scena; per un po’ ho temuto di dovermi fermare. Certo, spero che passino i dolori perché così è un brutto camminare.
