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12^ tappa |
SAN ROQUE EL ACEBAL / RIBADESELLA |
Le gambe mi fanno male, e fin qui nulla di nuovo; comunque posso camminare, lentamente, senza forzare. Parto da solo indossando gli scarponi, per vedere se va meglio rispetto ai sandali. Saluto le austriache che vogliono ancora dormire e che hanno programmato una tappa breve.
Riprendo la carretera fino a Llanes, che è un bel paese antico, diviso in due da una ria usata come approdo per le barche. Faccio colazione in una bar che ha, nella parete, una bella composizione in piastrelle raffiguranti gli stemmi delle città asturiane. Traverso il centro e, seguendo i consigli di una gentile signora, salgo su un terrapieno che protegge e separa il paese dal mare: è uno spettacolo straordinario. In questo terrapieno naturale ci sono le antiche mura; è molto lungo e segue la costa che in quel tratto è alta e rocciosa; è ben sistemato con panchine, arbusti e un tappeto d’erba fitta e ben curata. Il terrapieno è un balcone con una vista stupenda sul mare. Poi è anche una mattinata di sole, e l’aria è chiara e limpida.
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Percorro entusiasta questo terrapieno sino alla fine; poi scavalco un muretto e seguo una traccia di sentiero sul filo della costa, fra mucche al pascolo. La costa è sempre più bella, e cambia continuamente di profilo: si vede un promontorio, un isolotto, alcuni faraglioni e in fondo una spiaggia. Senza fatica, e anzi in uno stato euforico, seguo il sentierino che mi porta all’imboccatura di una piccola ria, dove arriva un fiume minuscolo. La foce è occupata da una spiaggia di sabbia fine e compatta. Mi viene la tentazione di passare dall’altra parte e proseguire, ma temo di perdere troppo tempo e rientro nella carretera.
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Il contatto con l’asfalto mi fa ritornare i dolori, che aumentano fino ai limiti della sopportabilità. Comincio a fermarmi sempre più spesso; mi tolgo gli scarponi, mi metto i sandali, mi applico una crema, mi massaggio le gambe. In qualche modo vado avanti, sopportando, poco alla volta. Ora il cammino va su sentieri in terra, qui cammino meglio; arrivo ad una bella spiaggia, che corrisponde la foce di un piccolo fiume. Mi scalzo e cammino sulla battigia; c’è una decina di persone in tuta bianca e maschera sul viso che, prendendo i sassi ad uno a uno, raschia i depositi catramosi portati dal mare. E’ un lavoro certosino, incredibile se penso che è fatto tutto a mano; e poi il catrame non è solo in superficie, ma è penetrato negli strati sottostanti. Questo episodio mi lascia un po’ di inquietudine.
Mi fermo a pranzo in una trattoria. Poi cammino su un percorso misto fatto di stradine di campagna, a volte in terra a volte in asfalto; i segni non abbondano ma ci sono. Poi esco sulla carretera: mancano 11 km a Ribadesella; potrei seguire i segni che indicano percorsi interni e più tranquilli, ma preferisco il percorso su carretera, più brutto ma almeno più corto.
Questi ultimi km sono un vero calvario; non posso seguire il mio passo abituale, cammino piano, e i dolori sono continui e sempre più forti. Quando non ne posso più mi fermo e sto sdraiato qualche minuto; ma devo riprendere, non ho alternative.
Lentamente, penosamente, contando i segnali che mi danno il progredire dei km, con la mente concentrata sul cammino da fare, incapace di pensare ad altro che non siano al strada che manca e i dolori che sento, finalmente arrivo in cima ad un colle: giù in basso c’è il paese. Ho già deciso che non posso più andare avanti così: mi fermerò un giorno. Se i dolori passeranno riprenderò il cammino, altrimenti tornerò indietro.
La discesa al paese è ancora più sofferta. Percorro gli ultimi metri con grande difficoltà, che non posso neppure nascondere. Mi sembra di avere gambe di legno, tanto hanno perso elasticità. Chiedo di un albergo a poco prezzo: sono tutti nella parte nuova della città, oltre il ponte. Traversando il ponte mi viene da piangere, tanto mi sento sfinito. Quell’ultimo tratto sembra non finire più. Subito dopo trovo un alberghetto a 18 euro. Arrivo in camera, chiudo la porta, mi siedo sul letto e comincio a piangere, senza freni, a lungo. Un pianto inarrestabile; ho sofferto troppo in queste giorni e soprattutto in queste ore. Devo scaricare la tensione accumulata, lo stress dei dolori sopportati, la rabbia di dover abbandonare il cammino ora che ne ho fatto quasi la metà, il senso di una sconfitta che è ormai quasi inevitabile. Piango a lungo: si è aperta la porta e non si chiude più.
Telefono a casa quando mi sono un po’ ripreso. Avevo avvertito mia moglie delle mie difficoltà e lei mi dà le indicazioni per un tentativo di cura. Esco dall’albergue: proprio davanti c’è una farmacia aperta: buon segno? Hanno anche i farmaci che cerco: altro buon segno?
Mangio qualcosa, senza appetito, e vado a letto. Ho anche un po’ di nausea e brividi di freddo: devo avere anche la febbre.
Sono davvero depresso: parlo al telefono con alcuni amici; cerco di non lasciarmi andare ma vedo tutto nero: non credo che potrò ripartire. Ora cerco di dormire: buonanotte diario.