13^ tappa

  LECES / SEBRAYO

Parto presto.  Sono sveglio da un po’, ma ho aspettato che faccia luce; il tempo nuvoloso e la diversa posizione sui meridiani fanno sì che qui faccia luce più tardi e più tardi arrivi la notte: un’ora, o forse anche più.   Nella prima parte del mio cammino non ci avevo fatto caso, forse perché le giornate erano più lunghe.

Il cammino è piacevole: attraverso boschi e prati, su stradine di vario tipo, asfaltate, sterrate, qualche sentiero.  Il cammino è segnalato con paracarri nei quali è incastrata una mattonella con la conchiglia.  Ogni tanto c’è una freccia gialla, ma non tante, e la posizione dei paracarri agli incroci a volte è ambigua e bisogna pensar bene a dove andare.

Arrivo a Vega, bel paesino poco distante da una grande spiaggia: ci sono nuvole basse e il paesaggio evoca le coste del nord Europa.  Risalgo per un sentiero sporco: l’erba è bagnata e dopo poco sono tutto fradicio.  Berbès è un altro bel paese; passo attorno a una bella dolina.  Il cammino mi fa passare per tratti di sentiero sporchi e poco praticati.

Un segno mi manda per una strada che sale ripida e poi scende diventando un sentiero suggestivo, fra gli alberi, ma chiuso da erba alta, e poi da rovi. Sono indeciso se continuare, ma poi proseguo (della serie: mai tornare indietro).  Si vede sotto una bella spiaggia solitaria.   C’è un incrocio di piste; un paracarro ne indica uno, ma è stretto, sporco, si vedono tante impronte di mucche, che hanno scavato fosse con le zampe e lasciato tanti ricordi.   Mi addentro, ma poi torno indietro perché è troppo sporco; ne prendo un altro e mi infilo tra i rovi.  Forse dovrei scendere alla spiaggia e continuare lungo il mare, ma non voglio bagnarmi ancora di più; e poi non so se si può camminare lungo la costa.

Per aiutarmi a salire poso la mano sul fil di ferro di una staccionata e prendo la scossa; è a bassa tensione, ma pizzica forte, specie con le mani bagnate.   Più avanti vedo la batteria.

Smoccolando esco faticosamente su uno sterrato, completamente zuppo.   Mi tocca salire ancora, fare un giro vizioso per ritrovare la strada asfaltata.

Sono fuori dal cammino ma, navigando a vista, raggiungo la magnifica spiaggia del Borrigòn e della Isla,  Cammino scalzo sulla battigia.  Il cielo è nuvoloso, ma siamo in agosto, di sabato, in una località balneare: e non c’è nessuno in giro, sulla spiaggia come in paese!

Passo accanto all’albergue e seguo il cammino che si dirige verso l’interno, risalendo una valletta con campi coltivati e case coloniche; raggiungo Colunga, con belle case in stile asturiano, con facciate abbellite da travature in legno, a colori vivaci.

Da un auto un giovane mi grida buen camino.  Grazie, amico – gli rispondo.  Ritorno in campagna, e qui ci sto fino all’arrivo, attraversando gruppi di case, a 2/3 km l’una dall’altra.  Neppure un cartello mi indica il nome, ma non mancano le piastrelle con la concha.  Di bar neppure l’ombra; in un paesino c’è un tavolino fuori, con dei bicchieri e due persone che parlano.  Chiedo se è un bar; no, è una casa – mi dicono; lui è stato pellegrino a Santiago e cominciamo a chiacchierare.  Manca poco all’arrivo – dice.  Io non gli ho chiesto la strada, ma lui si ostina a spiegarmi una scorciatoia che mi farebbe risparmiare qualche centinaio di metri.   Non è questo che voglio – cerco di spiegargli con garbo (ne ho abbastanza di sentieri).   Dammi da bere – penso.   Prima che glielo chieda finalmente ci arriva da solo e mi porta un boccale d’acqua, subito raddoppiato.   Ci voleva, ma il ricordo della mia acqua di casa, fresca e frizzante, mi dà un po’ di nostalgia.

Mancano 5 km; la strada è piacevole, in discesa.   In fondo un paracarro con concha mi ordina di scendere giù su una sterrato che, si vede bene, è poco praticato.  Vorrei, non dovrei, non vorrei, ma poi vado: non so resistere.  Più avanti il sentiero si restringe, chiuso dall’erba, e anche fangoso.   Ci siamo – dico tra me. Invece la strada regge, fresca, ombrosa, con un torrente al lato, e si innesta su una strada più grande con una cappelletta all’incrocio; anzi, invece di un’immagine votiva c’è il rubinetto di una fontana, e non viene acqua.

Poco avanti cominciano le case; spero sia Sebrayo.  Chiedo a una vecchietta.  Mi dice di sì, è Sebrayo, e quello è l’Albergue (la casa di fronte).  Miracolo! C’è la chiave sulla porta, ma dentro non c’è nessuno.  C’è però tutto il necessario: letti, doccia calda, cucina.  Poco dopo arriva l’hospitalera: poca gente – mi dice. Guardo il libro e davvero non c’è stata folla negli ultimi giorni.

Pensavo fosse un paese grande, ma non c’è neppure un bar.  Per cenare c’è un ristorante, ma in una collina in alto.   Ci arrivo alle 19.30: orario temerario, perché servono a partire dalle 21.  Ma un piatto per me c’è (forse sono abituati a servire pellegrini).   La signora mi propone chipirrones con gambasQue es sesto plato? – chiedo.   Tentenna un po’ e poi: - Chipirrones con gambas – risponde.   Perfetto – dico io, confortato dalla spiegazione – allora Chipirrones con gambas.  Chiedo una bottiglia di sidro, e quella che mi porta è piena di fondi filacciosi.   Por que es natural! – mi dice. E agita bene la bottiglia per sciogliere bene i fondi.   Non insisto, ma la signora fa la furbetta pensando che il pellegrino abbocchi.

Comunque è tutto buono e abbondante: è una zuppa di ceci con gamberoni, e la mangio con avidità.  Mangio anche un po’ di cabrales, un formaggio locale simile al Roquefort, e, per stare leggero, anche una fetta di torta con crema.  Torno all’albergue pieno oltre misura: mi ero ripromesso di stare attento al mangiare, ma finora sono andato contro corrente.

Sarò solo questa notte: l’hospitalera torna a vedere, accompagnata dalla figlia e da un gatto, e mi dà la buonanotte.  Sono stanco ma va tutto bene: neppure un dolore; il primo giorno di cammino è andato bene.