15^ tappa

  GIJON / AVILES

Stamani non voglio fare l’eroe: ho un piede con qualche problema e non voglio forzarlo troppo.  Prendo l’autobus per andare dall’albergue alla periferia della città.

Trovo subito le frecce e la concha, anche se la strada, la vecchi statale per Avilés, è sottosopra perché la stanno completamente rifacendo.  Passo tra betoniere e macchine per l’asfalto e finisco nella zona industriale.  Si somigliano dappertutto: sporcizia, abbandono, case in rovina, degrado, rumore, fumi.   Ho l’intuizione felice di non seguire la statale, e mi butto su una strada secondaria: dopo poco trovo i segni gialli che mi mandano in collina.  Qui qui ho lo spettacolo della zona industriale: una grande acciaieria e una centrale elettrica, con grandi ciminiere, fumi, un continuo rumore.  In quella zona terribile sopravvivono ancora alcune case, ancora abitate.   Salgo fra case modeste, più su migliori, e quando svolto per entrare nel bosco il rumore di fondo si allontana e torna il silenzio.  Sono boschi in prevalenza di eucalipti da taglio: non centrano nulla con questi posti, monoalberi australiani; non mi piacciono perché non permettono un sottobosco e sono sporchi, tra le foglie che cadono, le cortecce che seccano e si squamano e rami inferiori che seccano e cadono.   I boschi si alternano a grandi prati a foraggio; la strada procede in piano per lungo tratto; non c'è quindi panorama e non rendo bene conto di dove sono.  Poi la strada scende ripida in una valle con sparse case di campagna; nessun paese con un nome indicato, nessun bar, nessun negozio.   C’è un signore con un furgoncino che si ferma vicino alle case, suona il clacson, escono le donne e comprano il pane.   Ne approfitto per un panino e un croissant.

La strada si addentra nelle campagne, prima coltivate, poi incolte.   L’incontro è diventato terra di rovi e le more sono lì, pronte per essere mangiate.  Ne mangio in continuazione, poi brillante idea: ne raccolgo tante in un pentolino, aggiungo una bustina di zucchero e strizzo un limone rubato per strada.  Stupendo!  In pratica mi faccio un pranzo sostitutivo.

Finisce la campagna e mi trovo all’inizio di un’altra zona industriale, su una strada trafficata, parallela all’autostrada.  Le frecce mi mandano su una passerella che scavalca l’autostrada e si inerpica su una collina di eucalipti.  La strada è brutta, fa un percorso tortuoso e poco dopo scende ripida a fiancheggiare l’autostrada.  Si potrebbe fare a meno di queste deviazioni, che affaticano senza apportare vantaggi; allora meglio la strada, almeno è più corta.   Di qui in poi il rumore della vicina autostrada mi accompagna di continuo.   Arrivo ad un immenso centro commerciale e di divertimento: dall’alto del mio ascetismo di pellegrino mi sembra solo una cittadella per spendere soldi.  Più avanti si profila un’enorme acciaieria, lunga un paio di km, parallela al cammino.  E’ un buon segno, perché è all’entrata di Avilès.

Entro in città dolcemente, seguendo frecce tracciate con meticolosità, che serpeggiano in un quartiere di case popolari, basse, simpatiche, con tanto verde urbano.  In un continuo e divertente zigzagare mi ritrovo in centro città, proprio davanti all’albergue.  E’ presto, sono le 14.30.  Telefono al numero che ho e mi dicono che l’albergue apre alle 17.

Gironzolo malvolentieri per il centro, perché vorrei lavarmi e curare i piedi.  Mi faccio un gelato superlativo ed entro in un cybercafé per mandare qualche mail.  Arriva l’ora e vado all’albergue: c’è una signora con un fare deciso, ai limiti; poi, parlando, l’impressione migliora. Siamo nell’ex caserma dei pompieri; ci sono 2° lettini e docce, che oggi sono fredde.  Arrivano 5 spagnoli da Oviedo, stremati.  Arrivano due ciclisti, un australiano e uno spagnolo.

Esco per cenare.  In città c’è una festa tradizionale: il clou è una corda di asini, cavalcati da giovani vestiti da clown: oltre che compiere un giro devo bene, asini e fantini, dentro delle coppe.  Il pubblico si sganascia dl ridere; io no.

Vado in centro ed entro in una trattoria che propone menu tipici: sul soffitto sono appese decine di prosciutti.  Mi faccio consigliare e prendo un piatto asturiano: zuppa di fagioli con vongole veraci.  E’ una porzione da tre persone, ma è buonissima e me la mangio tutta.  Poi torta al sidro (obbligatoria) e torta al torroncino: stupende.  Da bere, naturalmente, sidro.  Me lo versa, ogni tanto, il cameriere, alla maniera asturiana.  Spendo bene, ma sono soddisfatto.

Rientro.  Ci sono i due ciclisti; parlo un po’ con lo spagnolo. L’australiano parla inglese, ma ho il cervello occupato di spagnolo e non riesco a dire una frase, mi mancano le parole, le mescolo con quelle spagnole.   E allora saluto e vado a dormire.