16^ tappa

  AVILES / SOTO DE LUIÑA

I cinque spagnoli sono rientrati a mezzanotte.  Mi avevano detto che sarebbero partiti alle 7.30, ma a quell’ora dormono ancora.  Tra loro ci sono due fenomenali ronjadores (russatori).  Meno male che non ho difficoltà a prender sonno e mantengo il sonno anche se ci sono in giro concerti.

Porto le mie cose nella stanza d’ingresso, per non disturbare, e parto alle 7.45.   E’ una bella giornata.  Sono in una grande città, e a quell’ora trovo un bar aperto e ci sono anche i croissant ancora caldi (yahoooo!!).  La gente in giro, compresa la barista sembra ancora con un piede nel letto. 

Mi incammino preoccupato per il piede: la vescica è ancora attiva.  Ho fatto quello che dovevo fare: bucarla, strizzarla, disinfettarla, ma sono pessimista.  Mi fa anche male, e zoppico un po’.  Cerco di camminare per bene, perché temo che, mettendo male il piede, mi vengano altri dolori.

Il cammino va per l’interno, su stradine d’asfalto, in salita per un po’, poi in piano e poi, per un sentiero nel bosco, scende ripidamente a Salinas.  Ho il percorso che l’itinerario non sia logico, perché ci sono cambi di direzione strani giri perversi.  Seguo rigorosamente i segni, ma c’è qualcosa che non va.  Le carte che ho mi segnano chilometraggi più brevi di quelli che faccio: ormai conosco il mio passo: in un’ora e mezzo avrò fatto 6/7 km, non  come dice la carta!.

Rompo la solitudine chiedendo informazione, forse non necessarie,a qualche passante.  Cammino un po’ assieme ad un anziano impettito che con orgoglio mi descrive Salinas come un posto pieno di seconde case di proprietà della gente di Avilés, che si è arricchita grazie all’acciaieria che hanno costruito, la più grande d’Europa.

Risalgo per stradine ripide che, una volta raggiunta la sommità, precipitano dall’altra parte; non c’e traffico, e ogni tanto finisco su sentieri invasi dall’erba. Sempre per bajadas y subidas arrivo a Soto del bosco.  Un tempo qui si prendeva una barca per passare la ria; ora c’è un ponte senza passaggio pedonale, comodo a chi ha l’auto, ma che obbliga il pellegrino italiano a fare un giro vizioso di almeno 3 km.

Mi fermo a mangiare in un bar; ho sete e fame.  Chiedo una bottiglia di sidro e chiedo alla ragazza del bar di versarmelo alla maniera asturiana; va in crisi, ci prova, si impappina.  Ma come, un’asturiana non lo sa fare? – le dico per fare lo spiritoso.  Soy de Pamplona – dice lei.  Ho toppato! Scusa.   Mentre mangio sfoglio un quotidiano locale: dedica 20 pagine alla vittoria di Alonso in F1; e oggi è giù martedì: pensa un po’ ieri!

Riparto ma sono stanco, per i dolori ai piedi e sento il peso dello zaino.  Le gambe stanno bene, ma manca il morale, e quando manca quello manca il più.  Poi anche camminare sempre da solo…  Cerco di trovare qualche energia interiore, di resistere, di far girare al meglio quello che non va.

Passo il ponte e la concha mi manda su un sentierino improbabile; mi fido e vado: sinora l’ho fatto, ma se i sentieri fossero un po’ più puliti…  Il pomeriggio scorre lentamente, come lentamente e con fatica scorrono i km.   Passo vicino a Cudillero, mi hanno detto che è un bellissimo e antico paese di mare, ma non ho tempo né gambe per fare la deviazione.  Dispiace vedere che questo cammino della Costa in effetti tocca poco il mare, e solo passa per qualche paese di mare.

Avanti, avanti, la strada non finisce mai.  Fa anche caldo: per fortuna che spesso il cammino passa nel bosco.  Dopo l’ennesima salita, su in alto, si vede la bellissima valletta della Magdalena.  Il ponte della statale va subito dall’altra parte; il cammino invece sino quasi alla spiaggia e risale, duramente.  Proseguo sempre nel bosco, sperando di arrivare da un momento all’altro, sperando insomma che la carta sia sbagliata.  Ma ancora ce ne vuole: i boschi qui sono fitti, di eucalipti ma anche di castagni, spesso misti.

Bisogna stare attenti ad ogni incrocio, vedere dove sono i segni, interpretare i segnali ambigui, intuire quando il nuovo asfalto, i nuovi marciapiedi, i nuovi muri di recinzione possono aver cancellato i vecchi segni.  E’ faticoso, e un po’ stressante, e, nonostante ogni tanto pensi di aver sbagliato, riesco a non sbagliare mai (bravo!).

Passo il tempo mangiando meline e more.  I tratti nel bosco sono avventurosi, per stradine e sentieri sporchi.   Mi fido.  E finalmente arrivo.  Prendo le chiavi in un bar e vado.  L’edificio che ospita l’albergue è bellissimo, sembra una residenza di lusso; è un edificio comunale, dono di una famiglia ricca; in parte è destinato a magazzino comunale, in parte ad albergue.   Sono solo anche stasera.  Pensavo che sarebbero arrivati i 5 spagnoli, ma ormai credo non arriveranno più.    Mi preparo e poi vado a cena.  Lascio comunque sulla porta d’ingresso un foglio indicando dove sono: non i sa mai.   Mentre ceno ne vedo arrivare uno, il ronjador.   Mi dice che lui non ce la faceva più, e ha fatto gli ultimi km in taxi; gli altri arriveranno.   Gli do le chiavi e finisco di cenare.  Torno all’albergue e trovo lo spagnolo preoccupato perché è tardi e non si vede nessuno.   Sono già le 22.30 quando arrivano, stanchi mori.   Sono simpatici, giocherelloni, e faccio subito amicizia con loro.  Sono tutti galleghi, amici da antica data, che ogni tanto si rivedono e camminano qualche giorno assieme.   Fanno tanto casino e poi vanno a cena.  Io vado a letto.

Anzi, no.   Mi alzo e vado anch’io al ristorante dove sono loro; ho voglia di stare in compagnia.   Mi accolgono con calore, mi offrono birra, sidro, scherzano e ridono, mi fanno un po’ di domande.  Sono davvero simpatici e penso che anch’io sono riuscito simpatico a loro.

A mezzanotte andiamo tutti a letto.