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17^ tappa |
SOTO DE LUIÑA / ALMUÑA DE LUARCA |
Mi alzo prima di loro e parto prima delle 8. Subito mi aspetta una salita dura su uno sterrato invaso dalle erbe: quasi in cima (si vede in alto il guard rail della strada) c’è da attraversare un campo, con l’erba fitta. Senza accorgermene prima mi ritrovo nel fango sin sopra le caviglie: è inutile tornare indietro e mi faccio tutto il campo tra la melma, senza poter vedere dove metto i piedi. Avevo i sandali e ora, naturalmente, devo lavarmi e cambiarmi. C’è un cimitero: lo esploro ma non trovo fontane; per fortuna ho acqua nella borraccia e mi lavo i piedi con quella. I sandali sono sporchi e fradici: chiedo soccorso a una donnina, gentile e premurosa, che mi fa entrare nella sua casa e mi fa lavare i sandali nella vasca per i panni. Lavo bene i sandali e li appendo allo zaino: lei mi guarda e approva compiaciuta. Ringrazio e le do un bacino, che accoglie volentieri.
Il territorio che ora attraverso è diverso da quello dei giorni
scorsi: ci sono ampie colline con torrenti che li dividono, sboccando nel mare
vicino. La strada, senza perdere quota, gira attorno alle colline; il cammino
invece taglia dritto accorciando un poco la lunghezza, ma ma va per salite e discese continue, su sentieri poco praticati: alla fine la fatica è superiore e
il tempo si allunga. Per giunta l’erba è alta e bagnata. Decido di seguire la
strada asfaltata, che è comunque pochissimo trafficata. I paesini qui sono
sparsi su grandi superfici, senza un vero e proprio centro, così che, finito
un paese, quasi ne comincia un altro.
E’ un po’ noioso camminare così, e poi non sono più abituato agli scarponi e i piedi soffrono a stare al chiuso. Il tempo si annuvola e piove anche, fine fine. Passo passo, contando i km uno a uno, arrivo a Cadavedo e mi fermo ad un bar: sono sgarbati, mi fanno aspettare troppo, ho la tentazione di andarmene. Sto per ripartire quando arrivano gli spagnoli, sbuffando: hanno seguito segni diversi e sono andati alti sul monte. Ci diamo appuntamento a stasera.
Riprendo la marcia: ora l cammino è migliore, più rettilineo, su
uno sterrato che a lungo fiancheggia l’autostrada. Telefono ai galleghi e li
rassicuro sul cammino. Per un po’ cammino bene, ma la campagna mi piace meno: i
soliti prati, isoli boschi, ma non si sono più le mele. Sono uscito dalla zona
storica del sidro (la Comarca de la sidra), e si vede. Ci sono sempre, isolati,
i noci che hanno il mallo ancora verde. C’è qualche pesco, con frutti piccolini
e duri, qualche fico, con frutti anche questi acerbi e (strano) qualche
limone. Anche le more non sono dolci come quelle dei giorni scorsi.
Cammino bene fino al ponte di Canero; qui il cammino si sposta su una carretera trafficata, in salita, poi su un ripido sentiero sporco, poi ancora su uno sterrato in salita lungo l’autostrada. E’ ritornato il sole: l’aria è secca e c’è vento sostenuto, contrario. Comincio a soffrire: ho sete e non ci sono bar né fontane.
Ora il cammino si avvicina a una zona più urbanizzata e devo stare attento alle frecce e alle conche che fanno lo slalom tra stradine e case. Sono in ritardo rispetto al previsto. Un attimo di distrazione e perdo i segni: chiedo a due anziani, che mi dicono che l’albergue è in direzione diversa, quasi opposta a quella che sto tenendo. Non ci credo molto; ritorno comunque indietro, chiedo ancora, spiegazioni vaghe, poi due vecchiette, con tono sicuro, mi dicono che c’è e mi danno spiegazioni esaurienti e precise. Cammino ancora molto, così almeno mi sembra: sono stanco e scocciato. Evidentemente chi ha segnato il cammino non ha previsto di far passare per l’albergue (sbagliato). Come mi avevano detto le vecchiette, finalmente lo trovo. C’è un omone fuori e chiedo conferma: mi dice qualcosa di spiritoso (ride della sua battuta) ma non lo capisco, e non ho voglia di ridere.
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Trovo due dei 5 galleghi: erano doloranti e sono venuti in auto;
mi torna il buonumore, e via agli abbracci e alle feste. Nell’albergue ci sono
anche due tedesche, ma ora non ci sono. Sbrigo le mie cose e decido di cenare
assieme ai galleghi, quando arriveranno gli altri. Arrivano alle 21; altri
abbracci e feste. Josè, quello
appassionato di canzoni melodiche italiane, mi
regala una maglietta della sua società sportiva. Sono commosso. Da quando
sono pronti arrivano le 22; sono rassegnato agli orari. Usciamo con la loro
auto (nascosta a qualche centinaio di metri fuori dalla portata dell’Hospitalero)
e andiamo a Lurca. Andiamo (vanno) in cerca di un ristorante, passando tutto
attorno al porticciolo del paese; la scelta sembra sofferta, perché si va sempre
avanti. Mi azzardo ad indicarne uno, ma non funziona. Alla fine del porto,
quando la strada finisce, c’è l’ultimo, e scelgono quello. Ordinano anche per
me, con birra e sidro a volontà. Il cameriere ci versa il sidro alla maniera
asturiana (questo rituale si chiama escanciada). Arrivano acciughe sott’olio, insalata, e poi
una grande pentola di coccio, basse e larga, con tagliolini corti, vongole
veraci, crostacei vari e tanto sugo buonissimo da mangiare con il pane. E’
squisito, come squisito e contagioso è il clima di allegria che si è creato:
scherzano, fanno battute a raffica tra loro e con me, cantano e cantiamo:
sembriamo i più famosi “amici miei”.
Arriviamo all’albergue dopo mezzanotte; c’è l’hospitalero grosso che ci aspetta seduto fuori; non brontola e ci saluta cordialmente.
