24^ tappa

   SOBRADO DOS MONJES / ARCA-O PINO

Mi alzo alle 7.  I baschi dormono e cerco di far piano.  E’ una giornata stupenda, non c’è una nuvola; il sole deve ancora nascere, e sono già le 8.

Mi sento in forma: un dolore improvviso alla schiena mi aveva preoccupato ieri sera, ma ora non lo sento più.  Per un momento sento un leggero smarrimento al pensiero che il cammino sta per finire; tra poco dovrò rinunciare al piacere dei primi passi della giornata, al piacere di pregustare una giornata di cammino; questi sono i momenti in cui camminare è un vero piacere, perché si è riposati, in forza, padroni del proprio corpo: più tardi, si sa, le cose cambiano, ma ogni giorno è così e domani proverò le stesse sensazioni.

Cammino bene nelle stradine di campagna che ogni tanto incrociano la carretera.   Poco dopo un incrocio, sto camminando lungo la carretera, si ferma un uomo in motorino e mi dice che, se proseguo per quella strada, farò 3 km in più, e mi invita a tornare un po’ indietro e prendere un'altra direzione.   Al principio sono un po’ diffidente, ma come rifiutare un invito simile.   Trovo i segni che mi erano sfuggiti e lo ringrazio nel cuore per avermi risparmiato almeno mezz’ora di cammino e il traffico della strada.

Ci sono sempre di più lunghi rettilinei che mi portano a Boimorto.   Il padre guardiano mi ha consigliato di trascurare i segni del cammino che portano ad Arzua, sul cammino francés, e di prendere a dx verso Arca.  In questo modo risparmierò 5 km.   La prospettiva di un’ora in meno di cammino è sufficiente a farmi accettare i rischi di errore e un cammino tutto su asfalto.

Cominciano rettilinei angoscianti, a lato delle detestate piantagioni di eucalipti.   Cammino dritto per 9,5 km (ci sono i segnali chilometrici); il territorio è praticamente disabitato, tolto un bar e tre case sparse.  A un incrocio un timido segno mi manda a sinistra e poi subito a destra.  Sono segni proprio labili; non c’è nessuno a cui chiedere e la stradina che dovrei fare è proprio piccola; esito un po’, ma poi mi fido.  E vado.  Il cammino è ancora più deserto; non ci sono più le segnalazioni chilometriche e c’è ancora meno traffico.  Trovo un gruppetto di case e un uomo mi dà un po’ d’acqua e mi rassicura che, tra 4 o 5 km, incontrerò la carretera general.

Avanti, avanti, fino a che non mi trovo di fronte un rettilineo lunghissimo che scende una valletta e poi risale, più in alto di dove sono ora.  La discesa è piacevole ma la salita è dura, davvero ripida e più su si va e più la strada si fa erta.  In alto la strada gira, e sale ancora, implacabile.   Finalmente scollino e subito, sorpresa, sono sulla carretera.  Il momento mi emoziona un po’ perché qui dovrei finalmente incrociare il camino francés.  Infatti traverso la carretera e dopo pochi metri vedo i segni gialli e i paracarri con la concha. Cammino guardando avanti e indietro per vedere se ci sono pellegrini: almeno qui ne dovrei trovare.

Cammino di buon passo:ho ritrovato improvvisamente la forma.   Trovo un’area di ristoro con una bella fontana; mentre mi lavo e bevo vedo passare tre pellegrini: evviva!  Due nemmeno mi guardano, uno mi saluta appena: ci rimango un po’ male.  Più avanti ne vedo altri, e sono più prudente.

Quanti segni ora, che abbondanza!

Raggiungo Santa Irene: c’è un albergue privato, carino carino, e uno della Xunta di Galicia; proseguo e arrivo ad Arca – O Pino, al grande albergue, ultimo trampolino  prima del volo su Santiago.   C’è tantissima gente; mi sistemano al piano superiore: è pieno di ragazzi, e c’è tanto disordine e confusione.  Le docce sono fredde, ovviamente, gli scarichi tappati, odori sgradevoli.  Li avevo tanto desiderati, questi pellegrini, e ora …

Faccio le mie cose e vado fuori, sotto gli alberi, a scrivere il mio diario e a riflettere un po’.  Mi sento bene, tutti i dolori sono passati, le fatiche ormai non pesano più.  Rimpiango un po’ di non aver continuato stasera fino a Santiago.  Forse, con la forza che mi sento, sarei potuto arrivare in serata.

Arriverò domani in mattinata.  Poi, nel pomeriggio, ripartirò per Finisterre.

Vado a cena e mi concedo qualcosa: una paella (anche se so che è surgelata) e una bottiglia di Ribeiro, un bianco della Galizia.  Accanto ci sono due giovani italiani; non posso fare ameno di sentire qualche loro discorso.   Non voglio essere invadente, e me ne sto per conto mio.  Poi, alla fine della cena, mi faccio avanti e chiacchieriamo un po’, con piacere reciproco. Uno è Fabio, di Vicenza e l’altro ____ (non mi ricordo) di Milano.   Parliamo, ovviamente, del cammino: d’altra parte è il giorno prima, e si cominciano a fare i bilanci.