25^ tappa

  ARCA-O PINO / SANTIAGO

L’ottima bottiglia di Ribeiro, bevuta tutta, mi regala un sonno immediato.  Così mi risparmio i casini e le grida di un gruppo di ragazzi di Grosseto.  Alle 4 però sono sveglio: un ragazzo vicino al letto si sente male, va in bagno a vomitare e mi sveglia.  Non mi riaddormento, e allora alle 5 mi alzo: qualcuno mi ha preceduto.  E’ meglio che parta presto: avrò il tempo di fare con calma le mie cose a Santiago, e poi potrò ripartire presto per Finisterre.

C’è Fabio già pronto per partire, e assieme andiamo: è notte fonda, senza luna.

Si vede un chiarore di luce bianca all’orizzonte; potrebbe essere il crepuscolo, ma è troppo presto.  Più tardi scopriamo che sono le luci dell’aeroporto.  Camminiamo rapidi illuminando la strada con la mia piccola torcia.  Io parlo volentieri, parlo anche troppo; Fabio è simpatico, parla anche lui, ma sa anche ascoltare.  E poi è tanto che non parlo in italiano, e mi lascio un po’ andare.  Parliamo di tante cose nelle quattro ore di cammino, con la grande libertà e semplicità dei rapporti che qui nel cammino si riesce ad instaurare.

Passiamo per boschi bui.  Rapidamente viene il giorno, e il sole crea ombre lunghe mentre saliamo al Monte del Gozo che ora, in realtà, tra le due stazioni televisive TVE e TVG, stabilimenti industriali, zone incolte, piantagioni di eucalipti ed il maxi albergue, non ha certo il fascino che si legge nei racconti degli antichi pellegrini.

La vista della città si fa attendere fino all’ultimo: ora è lì, ma non vediamo le torri della cattedrale.  Mi sposto a destra e a sinistra per cercarle, ma niente: sono nascoste dagli orribili cipressi dell’Arizona che cintano il maxi albergue.

Scendiamo rapidamente e siamo sul ponte della ferrovia davanti al cartello che segna l’inizio della città.  L’avvicinamento al centro è lungo e non piacevole.  Col ricordo di due anni fa riconosco i luoghi già visti.  Non mi sento emozionato come la prima volta, forse anche perché il vero arrivo del mio cammino è Finisterre.  Fabio appare un po’ teso.  Percorriamo il centro storico, seguendo con attenzione le frecce, senza soffermarmi sulle belle cose che si vedono.  Siamo di lato alla Cattedrale e sbuchiamo nella Plaza dell’Obradorio.

Vado in fondo alla Piazza, poggio a terra lo zaino e mi siedo per terra di fronte alla Cattedrale. Fabio si è fermato più vicino, solo con i suoi pensieri e le sue emozioni.

Stiamo un po’ lì, ognuno per conto suo.  Non so tradurre e scrivere quello che sento.  E’ una leggera malinconia, sentire che una storia è finita; penso alla fatica che ho fatto, la sofferenza, la solitudine; penso alla fatica che ho fatto prima di partire, gli allenamenti, il tempo rubato ad alte cose, i problemi che sono sorti per queste mie uscite da casa.   Non mi chiedo se ne è valsa la pena, perché sono sicuro di sì.  Mi chiedo invece quali arricchimenti ne ricaverò.  Comunque rimando i bilanci di qualche giorno, quando sarò arrivato a Finisterre.

Dopo un po’ arriva Fabio; l’emozione gli è venuta fuori improvvisa e ha preso la forma del pianto.  Non ci diciamo niente, ma un abbraccio è più che sufficiente a capirci e a rassicurarci a vicenda.  Ci conosciamo da poche ore ma ora ci sentiamo profondamente legati.

Arriva a salutarci qualche altro pellegrino.  Ci spostiamo in Plaza de Praterias, perché ho dato appuntamento alle 11 agli amici per farmi vedere sulla webcam puntata su questa piazza e che trasmette sul sito web della TV gallega.   Sto un po’ lì con le braccia alzate: mi arriva qualche SMS: chi non mi riconosce bene, chi mi dice di spostarmi al sole, chi mi chiede come sono vestito.  Poi andiamo a prendere la compostela alla Officina de Peregrinos.

Ho telefonato a Iago, uno dei 5 galleghi, che mi viene a trovare.   Ci incontriamo, lo vedo volentieri: è simpatico, gentile, si parla bene con lui, è spiritoso.  Beviamo qualcosa e poi andiamo in Cattedrale per la messa del pellegrino.  Non c’è tantissima gente, e la messa non è celebrata in forma solenne, ma alla fine c’è la cerimonia del botafumeiro, che riesco a vedere da vicino.   Alla fine la gente, stupidamente, applaude, come fosse un puro spettacolo.   Il celebrante si arrabbia un po’: ha ragione, aveva spiegato prima le origini di questo rito e invitato ad assistervi cogliendone anche gli aspetti spirituali.

Usciamo dalla cattedrale.   Tornerò domenica per salutare il santo.   Andiamo a mangiare un polpo gallego e poi Iago mi accompagna ai limiti della città, sul cammino verso Finisterre.  Ci salutiamo e ci diamo appuntamento per domenica.  Riparto.

 

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