Il Cammino di Santiago   02-30 marzo 2005.

 

Ho deciso di mettere il mio diario di viaggio in “forma leggibile” perché al mio ritorno da Santiago mi sono reso conto di non riuscire a descrivere la vera essenza del cammino, le emozioni, gli incontri, la fatica… e che, anche guardando le fotografie con gli amici, ci si sofferma inevitabilmente sull’aspetto fisico, atletico o turistico che sono state sì delle componenti importanti ma sicuramente non quelle per cui il cammino ti segna e ti cambia “da dentro”. Anche i ricordi che mi vengono alla mente sono intrisi di parole, sensazioni, emozioni, vissute con chi si ha realmente condiviso, camminando, una piccola parte della propria vita. Come fili lunghissimi che per un attimo si annodano e poi proseguono anche a grande distanza penso che le nostre vite avranno per sempre qualcosa in comune dovuto a quel piccolo nodo lontano.

 

Sicuramente le motivazioni che si hanno alla partenza cambiano durante il Cammino e l’intensa esperienza che vivi quotidianamente ti cambia giorno per giorno. Nel Cammino è tutto semplice, la vita è fatta dal camminare, dal mangiare, trovare un rifugio per dormire ... ma tutto vissuto lentamente, con un ritmo antico,che non è più nostro, ma che ci fa capire che è per quel ritmo che siamo nati e che quella è la nostra cadenza naturale. Dopo alcuni giorni di adattamento, una volta calati nel Cammino, sembra di vivere all’interno di una bolla di sapone, come in un mondo parallelo che scorre accanto a quello normale in cui viviamo tutti i giorni. Ci si ritrova a guardarsi, con gli automobilisti che si incrociano, con reciproca compassione: loro che pensano “chi te lo fa fare” e noi pellegrini che pensiamo “non sai cosa ti perdi”.

 

Sono partito d’inverno e da solo per diversi motivi. Sicuramente perché mi era più facile prendere un mese di vacanza a marzo piuttosto che in altri periodi e poi perché mi affascinava il poter camminare su sentieri poco trafficati con un’atmosfera che penso più simile a quella dei pellegrini medievali. Devo anche aggiungere che passando gran parte del mio tempo in montagna (per lavoro e per piacere) non mi preoccupano certo i Pirenei, la meseta, la neve o la pioggia. Sono partito da solo perché nessuna delle persone con cui sono veramente affiatato poteva venire con me e poi … mi andava bene così. In realtà non ho cercato altri compagni di viaggio e, a conti fatti, consiglio veramente di partire da soli almeno sul Camino Frances.

 

Non ho mai scritto un diario prima d’ora, anzi prendevo in giro mia figlia Letizia quando scriveva il suo chiedendole se “scriveva le sue memorie”. Quello che scriverò non vuole essere niente altro che il racconto della mia esperienza sperando che possa forse essere utile a qualcuno e fargli magari venire voglia di partire.

 

01 marzo 2005

Ho fatto fatica a partire! Non l’avrei mai detto ma è così. Lasciare Maria Teresa, Letizia e Cecilia mi è costato più di quello che pensavo. Buon segno! Vuol dire che stiamo bene insieme.

Ho preso il volo delle 11.00 da Torino per Londra Stansead ed ho viaggiato insieme ad una coppia di istruttori di equitazione ai quali ho parlato di Letizia e che mi hanno invitato ad andarli a trovare al mio ritorno. Il volo per Biarritz è stato più avventuroso. Al momento del decollo si è sparso per l’aereo un forte odore di bruciato ed il comandante ha deciso di fare un atterraggio di emergenza con contorno di pompieri, polizia ed ambulanze. Durante le manovre di rientro un ragazzo francese ha avuto una crisi di nervi. Il personale di bordo gli ha dato l’ossigeno e all’atterraggio è stato curato dai medici dell’unità di pronto soccorso. Non riusciva a camminare, sembrava paralizzato e ci è voluta mezz’ora per farlo scendere dall’aereo. Ritornati al terminal abbiamo rifatto il check-in e siamo ripartiti con un altro aereo e più di due ore di ritardo. Il personale di terra ci ha detto che proprio oggi è entrata in vigore una direttiva comunitaria che ci permette di chiedere il rimborso del biglietto tasse escluse(a me è costato 1 €) ma intanto dovrò dormire a Bayonne in hotel e prendere il treno per St Jean Pied de Port delle 08.55 domani mattina.

All’arrivo all’aeroporto non ci sono più bus per Biarritz e prendo un taxi che mi costa 20 € cioè più del viaggio aereo da Londra!

Trovo un hotel che mi da cena e colazione. Domani si parte ma come inizio non è male.

 

02 marzo 2005   St.Jean Pied de Port - Roncisvalle

Nel treno per St Jean conosco Wolfgang, tedesco di 62 anni che ha deciso di fare un tratto del cammino. Non si è allenato e pensa di fermarsi a Valcarlos mentre io vorrei arrivare a Roncisvalle. Una signora francese che ha fatto il cammino tre anni fa e scende con noi alla stazione ci fa gli auguri e ci dice che pagherebbe per poter venire con noi. Comincio a capire che il Cammino ha una sua atmosfera magica che vince la diffidenza e la freddezza che stanno normalmente alla base dei rapporti umani nella nostra società.

All’ufficio di registrazione dei pellegrini il signore che ci registra ci dice che siamo una coppia di pellegrini interessante!? Dice anche che oggi sono partiti un tedesco, un inglese e una francese che viaggiano insieme. Partenza per la via più bassa (che segue la statale) alle 11.00 con cielo sereno e bel sole. Cammino con un buon ritmo e dopo mezz’ora sono da solo. Wolfgang va più piano ma io voglio arrivare a Roncisvalle  prima di notte.

Un chilometro prima di Valcarlos incontro un grosso cane nero che cammina sempre 20 metri davanti a me e mi aspetta quando mi fermo. Rischia un paio di volte di finire sotto una macchina e dopo qualche chilometro attraversa la strada proprio davanti ad una pattuglia della Guardia Civil che si ferma e mi dice che il “perro” deve stare al guinzaglio. Gli rispondo che il cane mi precede ma non è mio ed allora scendono e mi dicono che posso andare mentre loro lo controllano. Non appena inizio a camminare il cane si divincola e mi segue correndo così gli agenti mi chiedono di fermarmi con loro mentre con un rilevatore cercano il chip con il codice che dovrebbe avere sotto pelle. Non trovano né chip ne tatuaggio e allora lo caricano sul fuori strada e lo portano via. Mentre mi sorpassano sento il cane mugolare dentro la macchina.

Ho seguito le indicazioni del cammino ma man mano che si sale la neve aumenta e nella parte alta del tracciato raggiunge i 50 cm di altezza. Meno male che ho portato le ghette da neve ma lo scarpone sinistro che già nelle ultime camminate di allenamento iniziava a scollarsi sembra peggiorare. Speriamo in bene!

Arrivo a Roncisvalle alle 17.30 ma il sacerdote hospitalero mi dice che oggi non sono arrivati altri pellegrini. Dove sono finiti quelli partiti prima di me? Io non ho sorpassato nessuno e non ho trovato tracce fresche sulla neve ma pensavo avessero proseguito lungo la carretera . Dice anche che dovevo salire per la carretera e non seguire le indicazioni del cammino ma chi lo sapeva?

Entro in camerata e trovo Oscar, pellegrino di Barcellona , che due giorni fa ha fatto il percorso alto insieme ad un inglese, si sono persi, hanno dormito all’addiaccio e sono stati recuperati dalle squadre di soccorso. Ora l’inglese è all’ospedale a Pamplona  con i piedi congelati e lui è qui da due giorni, ha perso la sensibilità ai piedi e non sa cosa fare. Gli dico che al suo posto andrei a farmi controllare all’ospedale. Non ha mai frequentato la montagna e ha fatto il percorso alto con un paio di scarpe basse come quelle che io uso da riposo. È un miracolo se è vivo!

Alle 20.00 vado alla messa del pellegrino. Bellissima!!!!!!! Siamo in due, io e un ragazzo spagnolo che dorme all’aperto(??) e mangia quello che ha nello zaino (20 kg) perché è senza soldi. La messa è suggestiva, fuori è notte e nevica, dopo la messa il sacerdote spegne le luci lasciando la chiesa illuminata solo dalle candele, ci chiama in mezzo alla chiesa e alzando il braccio ci impartisce la benedizione con il rito e la formula medievale. Ho i brividi giù per la schiena e penso alle migliaia di persone che hanno partecipato ad un simile rito nel corso degli anni prima di mettersi sul Cammino.

Finita la messa vado a mangiare con Oscar. Ci sediamo a tavola ed arriva Wolfgang. Sono le 21.00 ed eravamo partiti insieme da St Jean alle 11.00! E’ distrutto. Dopo mangiato lo accompagno al rifugio e alle 22.30 tutti a dormire. Verso mezzanotte arriva un pellegrino e verso le 04.30 arriva una coppia accompagnata da un uomo con una tuta rossa simile a quelle del nostro soccorso alpino. Saranno quelli partiti prima di me?

 

03 marzo 2005  Roncisvalle – Larrasoana

Partiamo alle 8.00 io, Wolfgang e Ruben che è il pellegrino arrivato ieri a mezzanotte e che cammina ad una velocità incredibile, dopo mezz’ora l’ho già perso di vista. Passiamo davanti alla caserma della Guardia Civil e chiuso in un recinto vedo il cane di ieri che come mi vede inizia a piangere ed a mordere la rete per uscire. Acceleriamo per non farlo soffrire di più.

Inizia a nevicare e continuerà tutto il giorno. Alle 10.30 prima sosta per il primo di una lunga serie di “cafè con leche” e ripartendo mi fermo ad allacciare gli scarponi. Wolfgang prosegue e mi stacca. Cammino da solo sotto la neve e dopo qualche chilometro mi affianca un pick-up francese con due persone che mi chiedono se ho visto un cane nero!!!!!! Li indirizzo alla caserma della Guardia Civil.

Sull’Alto de Erro raggiungo e supero Wolfgang che in salita non và proprio ed arrivo senza soste a Zubiri dove mi fermo a mangiare alla fermata del bus che ha la pensilina coperta. Finito di mangiare attraverso la strada per buttare i rifiuti e vedo Wolfgang  seduto 50 metri più in su. Ha bisogno di riposarsi e decidiamo di fare una sosta al rifugio dove troviamo Ruben che ha già fatto la doccia e si ferma qui. Wolfgang sembra indeciso ma io gli dico che continuo per Larrasoana dove so che c’è il riscaldamento. Tutto quello che ho addosso è bagnato ed anche lo zaino ha bisogno di asciugare visto che non ho messo la mantella impermeabile.

Alle 16.30 siamo a Larrasoana dove l’ex sindaco Santiago Zubiri ci riceve con calore e non smette più di parlare. Compro dalla dispensa del rifugio spaghetti, tonno, sugo ed un pacco di wafer che mi vuole assolutamente vendere. Siamo solo in due e mi autonomino cuoco. Il rifugio è bello, Wolfgang va a dormire mentre io mi faccio la doccia, stendo la roba bagnata ma non faccio il bucato perché deve ancora asciugarsi quello che ho lavato ieri. Sveglio Wolfgang quando la cena è pronta. È stanchissimo e sta alzato solo il tempo di mangiare. Mangiando gli racconto del cane e della macchina e lui mi dice che ieri ha incontrato il cane prima di me (che mi ero fermato a mangiare) e che solo il ricordo del cane lo ha spinto a continuare fino a Roncisvalle. Scendo in cucina a lavare i piatti e quando torno in camera Wolfgang è già addormentato.

Fuori ha ripreso a nevicare alla grande.

 

04 marzo 2005  Larrasoana – Uterga

Sveglia alle 7.00 e partenza verso le 8.00. Wolfgang segue la strada statale mentre io voglio seguire il sentiero. Ci salutiamo con la speranza di rivederci se, come ha programmato, salterà le tappe da Burgos a Leon in bus.

Il sentiero è bellissimo con 5 cm di neve vergine e le tracce delle lepri. Ogni tanto si trova un cancello con il cartello che ricorda di lasciarlo chiuso mentre nei prati a fianco del cammino pascolano i cavalli (di razza Pottok mi ha detto Letizia). A Zuriain il sentiero finisce e per 1 km si cammina lungo la statale ghiacciata. Devo usare i bastoncini da trekking per tenermi in piedi e le poche automobili, anche se a passo d’uomo, fanno fatica a stare in strada. In fondo ad un rettilineo davanti a me vedo Wolfgang poi il sentiero devia di nuovo ma, anche se la strada è sempre in vista, non lo vedo (e non lo vedrò) più.

Inizia ad alzarsi il vento ed a Trinidad de Arre mi raggiunge Ruben che ha dormito a Zubiri e ha avuto un freddo cane tutta la notte. Lui cammina velocissimo per circa 20 km al giorno e poi si ferma. Camminando con lui aumento il passo ed entriamo a Pamplona alle 11.30. La cattedrale è chiusa,  faccio una foto, compro due mele, due arance, una pagnotta e proseguiamo. Voglio farmi timbrare la credenziale all’università dove un portinaio dall’aria scocciata mi mette il “sello”. Ruben mi aspetta fuori e mi dice che si ferma a mangiare al ristorante e poi dorme a Cizuz Menor. Sono le 12.30 e visto che mi sento bene decido di continuare fino a Uterga passando l’Alto del Perdon. Prima di lasciarci Ruben mi chiede informazioni sui rifugi con il riscaldamento e gli regalo una copia della mia tabella di marcia con le caratteristiche dei rifugi che ho trovato su internet. Mangio qualcosa nel giardino dell’università e all’una parto. Certo che Pamplona mi ha dato l’impressione di essere una città sul cammino ma non una città del Cammino.

Il sentiero è bello ma in alcuni tratto fangoso. Man mano che si sale il vento aumenta e comincia la neve. A Zariquiaqi incontro Ingo, un brasiliano che cammina a una velocità incredibile. Gli sto dietro fino in punta all’Alto del Perdon ma se la cima fosse stata 50 metri più alta avrei mollato. In cima ci sono vento, ghiaccio e nuvole. Sembra di stare al Polo Nord. A ovest, dove scendiamo, è sereno e non si vede neve a vista d’occhio. Scopriamo che parliamo inglese entrambi e Ingo mi dice che per lui oggi è il primo giorno perché è partito da Pamplona. Già che cammina!!!! Io al terzo giorno mi sento già un veterano.

Si ferma con me a Uterga in un rifugio che sembra un hotel. Per oggi basta. Comincia a farmi male la parte dietro dei talloni.

 

05 marzo 2005  Uterga – Estella

Partiamo, io e Ingo, con 1 cm di neve fresca caduta nella notte. Facciamo una piccola deviazione per l’ermita di Eunate che stranamente troviamo aperta. È una chiesa ottagonale bellissima costruita dai templari al termine del Cammino Aragonese che si congiunge con quello Francese a Puente la Reina dove ci fermiamo in una panaderia a fare colazione. Inizia a piovigginare e continuerà fino a sera. Mentre facciamo le foto al ponte ci passa vicino una coppia di pellegrini che non ci saluta. È strano dato il clima di cordialità e solidarietà che si respira. Poco dopo sorpassiamo due signore finlandesi che camminano lentissime con zaini enormi. Tra Puente e Villatuerta stanno costruendo un’autostrada e il cammino è deviato allungando per almeno due chilometri. La costante di oggi è il fango. Si attacca agli scarponi facendo uno zoccolo spesso 5 cm. Ogni pochi passi siamo fermi a pulire le scarpe. A Villatuerta si presenta Claudia, simpatica ragazza tedesca ed insieme arriviamo a Estella. Il rifugio è bello e siamo in 12! Faccio un giro per cercare un zapatero per riparare gli scarponi ma è sabato e chiudono tutti alle 13.00. Ceno con Claudia, Alex che è uno scozzese che fa per la sesta volta (a partire dal 2000) il cammino, Fernando e Ingo entrambi brasiliani. Rientriamo in fretta perché alle 21.30 il rifugio chiude.

 

06 marzo 2005  Estella – Torres del Rio

Parto alle 08.00 da solo. Gli altri partono più tardi e Ingo vuole fare un giro per Estella. Nevica, ne sono già caduti 5 cm e non è ancora passato nessuno. Mi piace. Al monastero di Irache (chiuso) passo accanto alla famosa fontana del vino che non è altro che una trovata pubblicitaria per la cantina sociale del posto. A Azqueta esce il sole e mi fermo a togliere la mantella impermeabile. Quando riparto un signore anziano mi chiama e mi chiede se voglio sellare la credenziale. Mi porta a casa sua, mi fa accomodare e mi mette il suo sello personale. Si chiama Pedro Sainz e ha fatto per vent’anni l’hospitalero a Estella. Nel giardino di casa ha una pietra con scolpita una croce che è riportata nel sello e che era un segnavia del cammino medievale. Facciamo una foto insieme e lui mi dice che quando vede un “vero” pellegrino gli chiede se vuole il suo sello. Sono contento sia per il calore di questo incontro che per essere stato scelto da Pedro. Intanto  mi raggiunge Ingo. Dopo Azqueta il cammino è tutto in mezzo ai campi fino a Los Arcos dove arriviamo alle 14.00. E’ tutto chiuso e decido di proseguire per Torres del Rio così domani potrò arrivare prima a Logrono e cercare un zapatero. Lo scarpone si è aperto fino in fondo. Ingo prosegue con me.

L’ultimo tratto è controvento e quando arriviamo il rifugio è chiuso. Ce n’è uno appena aperto che ha la cucina e, visto che non ci sono ristoranti, cerco di comprare qualcosa da mangiare. C’è una “tienda” in una casa privata dove sulle scale tengono delle cassette di verdura e nel sottoscala delle scatolette. Compro pasta,piselli,pomodoro, insalata e tonno. Il menù è spaghetti al sugo di piselli e insalata mista. Siamo in sei:io,Alex, Ingo, Leo (olandese), Werner e Martina che sono la coppia di austriaci che ci avevano evitato a Puente la Reina. Facciamo cena tutti insieme parlando in inglese e ci facciamo raccontare da Alex dei suoi precedenti cinque cammini. Gli chiedo come mai fa il cammino sempre per la stessa via, se non gli viene voglia di cambiare e lui dice che il cammino è sempre diverso perché non è fatto dalla strada ma dalla gente che si incontra.

È stata veramente una bella serata.

 

07 marzo 2005 Torres del Rio – Logrono

Partenza alle 08.15 dopo colazione. Oggi la tappa è breve (20 km) in modo da arrivare presto a Logrono e cercare qualcuno che mi ripari lo scarpone. Come al solito io e Ingo siamo i primi a partire, il tempo è bello ed il vento è calato un po’. Camminiamo fino a Viana dove ci fermiamo a fare colazione in un bar nella piazza della cattedrale (chiusa). Uscendo da Viana non vediamo una freccia e perdiamo per qualche minuto il sentiero deviando e allungando di un chilometro. Un contadino su un trattore si ferma e ci indica la strada. Dopo pochi chilometri mi sento chiamare per nome. È Ruben che è partito da Los Arcos e ci ha raggiunto. Entriamo insieme a Logrono e alle 13.30 siamo davanti al rifugio che però apre due ore dopo. Ruben e Ingo vogliono andare in qualche enoteca visto che la regione de La Rioja è famosa per i suoi vini e io vado con loro. Lungo la strada troviamo un calzolaio al quale faccio vedere il mio scarpone ma mi spiega (con l’aiuto di Ruben) che non lo può riparare perché la sua cucitrice non è abbastanza potente per cucire gli scarponi. Me ne indica un altro che apre  alle 16.30. Andiamo allora a mangiare al ristorante e ci stiamo fino alle 16.00. Quando usciamo porto lo scarpone al calzolaio spiegandogli che sono un pellegrino e che cambiare gli scarponi può voler dire dover tornare a casa o soffrire per tutto il cammino. Scherzando Ruben gli dice che sono un “pecador” ma non così tanto da meritarmi di cambiare gli scarponi a cammino iniziato. Penso di fargli pena  e mi promette di ripararli per le 19.30.

Tornati al rifugio vediamo che sono arrivati tutti quelli che erano al rifugio di Estella due giorni fa più Rodrigo, un pellegrino di Barcellona che inizia il cammino oggi. Faccio il bucato approfittando di lavadora e secadora (nella quale mi dimentico di mettere la biancheria di Ingo) ed alle 19.30 torno, con Ruben, dal calzolaio che mi rende lo scarpone che sembra nuovo! Tornando compro anche una pila  al posto di quella che ho dimenticato a Uterga (15 €!?).

Per cena ci facciamo indicare un ristorante dall’hospitalero perché il rifugio chiude alle 21.30 e trovare da mangiare prima non è cosa semplice.Tornando al rifugio Ruben riceve una telefonata. Dopo mi dice che un suo amico che abita a Ciraqui ha visto Wolfgang. Era distrutto dalla fatica, giù di morale e pensava di abbandonare il Cammino. Mi dispiace veramente. Mi dice anche che in un giornale locale ha letto qualcosa circa la coppia che era arrivata in piena notte a Roncisvalle. Mi riprometto di chiedergli qualcosa in più ma poi ma ne dimentico.

 

08 marzo 2005  Logrono – Najera

Partiamo insieme io, Ingo e Ruben. Facciamo colazione in una panaderia e poi camminiamo senza interruzione fino all’Alto di S. Anton dove facciamo pranzo. L’uscita da Logrono è bella, attraverso un grande parco con laghetti e panchine. Prima dell’Alto di S.Anton i pellegrini hanno ammucchiato delle pietre facendo tanti piccoli ometti simili a quelli che si fanno in montagna per indicare i sentieri. Più avanti, vicino ad una segheria, c’è tutta una serie di croci fatte con scaglie di legno infilate nella recinzione di rete metallica lungo il cammino.

Sull’Alto di S.Anton ci fermiamo a fare pranzo e  ci sorpassano Werner e Martina che erano rimasti più indietro e che sembrano poi sparire nel nulla. Anche se il sentiero è rettilineo e in vista non li vedremo più! Il cammino prosegue tra vigne  e fabbriche. Sulla recinzione di una di queste è scritta una poesia sul cammino in spagnolo e tedesco. C’è anche la ricostruzione di una capanna che serviva da rifugio ai guardia vigne. Ricorda un poco i trulli del sud Italia.

Alle 15.00 arriviamo a Najera ma il rifugio apre alle 17.30. Lasciamo allora gli zaini in un bar e andiamo a visitare la parete di tufo e le sue caverne. Ruben che ha lavorato qui alcuni anni fa ci fa notare che la parete di tufo sotto la quale si trova il paese è piena di gallerie scavate in salita, con l’ingresso a livello del terreno, che poi salgono verso la parte alta. Ogni tanto, a parecchi metri d’altezza, si vede una finestra scavata per far entrare la luce e favorire il ricambio dell’aria. Lui ne ha visitate alcune ma adesso sono tutte chiuse, sbarrate da porte chiuse con i catenacci. 

Torniamo al rifugio dove troviamo anche Leo, Rodrigo ed un tedesco in bicicletta (è il primo ciclista che incontro). Il rifugio costruito sulla sponda destra del fiume è nuovo, siamo in sei in un dormitorio da 120 posti. C’è anche il riscaldamento nella camerata e una centrifuga per strizzare il bucato. L’unico neo è l’acqua calda che è fatta con uno scaldabagno elettrico così Rodrigo e Leo si fanno una lunga doccia bollente, io tiepida e gli altri o gelata o niente. Chiediamo all’hospitalero se possiamo usare il bagno delle donne dove c’è un altro scaldabagno acceso e inutilizzato ma è irremovibile, anche se ormai non  arriverà più nessuno. Ma come faranno nella stagione estiva con il rifugio pieno?

Comincio a non sentirmi bene. Niente di grave ma penso che il vento freddo di domenica, prima di Torres del Rio, mi abbia fatto prendere un bel raffreddore, mi sento un po’ di mal di gola, faccia che brucia e occhi carichi.

Andiamo a cena tutti insieme. Sarà la stanchezza o il fatto che non sono in perfetta forma ma la compagnia mi sembra decaduta. Non sento più quella sintonia che c’era nei giorni passati, si fanno battute pesanti  uno con l’altro, si scherza sulla dura vita del pellegrino che passa da un ristorante all’altro e così via. Sembriamo veramente un gruppo di turisti di un viaggio organizzato. Tornati in rifugio guardo bene lo scarpone riparato a Logrono e vedo che la colla è tutta staccata ma la cucitura che ha fatto sotto sembra tenere. Speriamo.

Prendo un antinfiammatorio e dormo per la prima volta senza interruzioni dalle 22.00 alle 07.00.

 

09 marzo 05  Najera  - Redecilla

Usciamo dal rifugio alle 08.00 e andiamo in un bar a fare colazione tutti insieme e a studiare il programma delle prossime tappe. Il rifugista ci ha aggiornato sulla situazione dei rifugi aperti nelle tappe a venire. La cosa di cui bisogna tenere conto è che tra Belorado e Atapuerca non ci sono rifugi aperti per 32 km ed in mezzo c’è la salita dei Montes de Oca dove ci dice potremmo trovare neve. Bisogna quindi misurare le tappe per quella distanza. Non vorrei perdere troppo tempo perché sono già un po’ in ritardo sul mio programma che prevede di arrivare a Santiago per Pasqua e questo per due motivi: il primo è vedere le celebrazioni pasquali in cattedrale; il secondo è che arrivare per Pasqua vorrebbe dire avere ancora i tre giorni necessari per andare a Fisterra e fare tutto il viaggio fino al mare. Decido di arrivare fino a Santo Domingo de la Calzada e lì eventualmente proseguire in base a come mi sento.

La compagnia si scioglie: Ruben parte subito senza aspettare nessuno perché vuole camminare da solo, Leo si ferma a fare un giro per Najera, il ciclista va via per conto suo, Rodrigo devia verso un santuario fuori dal cammino dove va a dormire questa notte ed Ingo non dice niente ma resta indietro e si lascia scalare finchè resta solo. Evidentemente la sensazione di ieri non era solo mia.

Parto tardi (09.00) e cammino solo fino a Santo Domingo de la Calzada dove arrivo alle 13.30. In tutta la mattina ho incontrato solo un contadino che mi ha augurato buon viaggio. Anche Santo Domingo non è così piena di vita e la cattedrale,  famosa perché all’interno si tengono le galline, è chiusa. Mi sento meglio e c’è il sole così dopo mangiato decido di proseguire fino a Redecilla del Camino. Mi sarebbe piaciuto fermarmi a Granon che mi dicono è uno dei rifugi migliori del Cammino ma questo vorrebbe dire perdere ancora un giorno e non riuscire domani ad arrivare ad Atapuerca. Altre due ore e mezza di cammino senza incontrare nessuno. A Redecilla il rifugio è aperto ma provo a telefonare a Villamajor dove ce n’è uno privato. 6-7 km oggi sarebbero altrettanti in meno domani. Il rifugio è chiuso, sono le 17.30 ed il prossimo è a 12 km a Belorado. Pazienza, domani saranno 40 km!

L’albergue è sopra un bar, l’hospitalera mi dice di timbrarmi la credenziale e di aggiustarmi tanto sono solo. Il rifugio è sporco, senza riscaldamento e senza acqua calda. La cucina è veramente sporca. Mancano anche le lampadine nelle stanze. Giro per le stanze vuote e dentro un armadio trovo una stufetta elettrica che funziona a singhiozzo. La smonto con il cacciavite del coltellino e la riparo. Mezz’ora dopo la temperatura comincia a diventare accettabile ma visto il mal di gola che mi ritrovo non ho il coraggio di fare la doccia. Esco per cercare qualcosa da mangiare per stasera e domani e quando rientro trovo Andrè, francese che fa il cammino a tappe di 50 km al giorno! Cambio di nuovo lingua e parlo in francese. In paese c’è un negozio di alimentari che fa anche da bar e ci prepara un menu del dia per le 20.00. Durante la cena André mi racconta di avere incontrato Fernando che aveva problemi di stomaco e di averlo accompagnato ad un bar da dove avrebbe chiamato un taxi per Burgos. È strano come a volte le notizie viaggino lungo il cammino.

Penso che domani camminerò di nuovo da solo, Andrè vuole partire per le 05.00.

 

10 marzo 2005  Redecilla – Atapuerca

Dormito bene. Mi sveglio alle 07.00 con André che è rimasto addormentato e si alza e prepara a gran velocità. Alle 07.20 lui parte, io me la prendo con più calma e parto alle 07.40. Il cammino costeggia la statale e attraversa una serie di paesi senza un’anima (in tutti i sensi) anzi, certe deviazioni sono segnalate apposta per allungare il cammino a farti passare all’interno dei centri abitati dove probabilmente d’estate qualche bar aperto ci sarà. Alle 10.30 sono a Belorado dove mi fermo per un cafè con leche e per comprare qualcosa da mangiare per pranzo. Verso Tosantos vedo un santuario scavato in una grotta del quale mi hanno parlato a Najera ma visitarlo vuol dire allungare di 5 km e poi voglio fermarmi a San Juan de Ortega. Alle 13.30 sono a Vilafranca Montes de Oca e in tutta la mattina ho incontrato solo una signora dopo Tosantos che mi ha fermato a parlare per 5 minuti e mi ha fatto i complimenti per il mio spagnolo (!?). Mi fermo a mangiare  prima di affrontare la salita dei Montes de Oca e riconosco il posto nel quale sono passato rientrando dalle vacanze l’anno scorso. È uscito il sole e fa quasi caldo, alle 14.00 attacco la salita per San Juan de Ortega. Sul sentiero ci sono 5-10 cm di neve molle e di fango. C’è il sole e ha mollato il vento. Per la prima volta metto gli occhiali da sole ed il cappello. Per le due ore e mezza seguenti non solo non vedo nessuno ma non sento neanche nessun rumore. L’unico segno di presenza umana sono le orme di Andrè che è passato qualche ora prima di me.

Alle 16.30 arrivo a San Juan de Ortega dove la chiesa è chiusa ma un signore anziano che è li ad aspettare mi dà la chiave raccomandandomi di non toccare niente e di chiudere quando esco. Lui aspetta fuori perché dentro fa troppo freddo. Parlando mi dice che il rifugio è chiuso perché il curato è morto (mi dirà poi Luciano che non è vero). Riparto ed arrivo ad Atapuerca alle 18.30 stanchissimo. 40 km di cui 14 con la neve mi hanno distrutto. Il rifugio è veramente carino, in una casa tipica ristrutturata, ma all’interno fa un freddo cane. Accendo un radiatore elettrico mentre l’hospitalero mi porta la legna per accendere la stufa che è nell’ingresso. La stufa si accende ma i tubi del camino sono così freddi che mi ci vuole  un’ora di cure per farla andare in temperatura e poter bruciare della legna grande. Alle 20.00 la temperatura è tale da poter provare a fare una doccia. Cena nella casa rural a fianco del rifugio. Casa elegante con ristorante raffinato da 20 posti. Mi danno un tavolo accanto al caminetto e assaggio la tipica “sopa de aijo” che è buonissima e digerisco benissimo. Dopo cena passo la serata a discutere con il proprietario di Italia, politica, Papa ecc… bevendo aguardiente. Bella serata, vado a dormire alle 23.00! Mi sembra di aver già recuperato un poco della stanchezza di oggi. L’unica cosa è che tutte le volte che mi siedo mi sembra che mi si accorcino i tendini di Achille e ci mettano una decina di passi a riallungarsi. Sono solo sia nel rifugio che al ristorante. Domani tappa corta (20 km) per visitare Burgos e riposare, poi la meseta.

 

11 marzo 2005  Atapuerca – Burgos

Partenza alle 08.00 con calma. Il cielo è sereno ma fa freddo. Come al solito non incontro nessuno e prima di mezzogiorno sono a Burgos. Vedo tanta gente che va in chiesa e, per curiosità, entro anch’io. Alle 12.00 suonano le campane, la gente si ferma ,esce dagli uffici e dai negozi e resta immobile sul marciapiedi per un minuto. Non me lo ricordavo ma è l‘anniversario della strage alla stazione Atocha di Madrid. Mi chiedo se anche in Italia la gente parteciperebbe in questo modo.

Nel centro storico il cammino è segnalato dalle conchiglie incise per terra. Non entro in cattedrale perché l’ho visitata l’anno scorso e voglio visitare Las Huelgas Reales, altro monumento nazionale a Burgos. Alle 13.30 vado in onda sulla webcam del sito meteored per farmi vedere da casa poi vado a cercare l’albergue del parco. Vado lì e non nel rifugio in centro perché è quello più vicino alla Huelgas. L’albergue è formato da un piccolo villaggio nel parco vicino all’università. Quando arrivo l’hospitalera Maria Teresa mi dice che sono l’unico pellegrino per ora e mi spiega come andare alla Huelgas dove sono ammesse solo visite guidate alle quali bisogna prenotarsi. Vado a prenotarmi per la visita delle 16.00 e poi faccio un giro in città. Alle 18.00 sono di ritorno e approfitto del tempo libero per mandare qualche email. Arriva  un tedesco che avevo visto a Najera. E’ partito da Villafranca ed è stanchissimo (ha fatto 40 km) e mi stupisce dicendomi “tu sei Andrea, l’italiano che cammina forte”. Ammetto che mi gonfio un poco di orgoglio. Arriva anche un ciclista di Pamplona. Conosco anche una coppia di tedeschi Tanjia e Andreas che vengono a fare la credencial ma sono alloggiati nel rifugio in centro. Vado a mangiare in centro da solo perché lo spagnolo è andato via per conto suo e il tedesco dorme già. Mangio dove sono stato l’anno scorso con la famiglia durante le vacanze.

Domani vorrei arrivare a Castrojeriz e sono di nuovo 40 km.

 

12 marzo 2005 Burgos  - Castrojeriz

Partenza da Burgos alle 08.00 con un tempo splendido. Il cammino passa vicino al carcere e poi arriva a Rabe de la Calzada dove inizia la meseta. Terribile!! Sembra di stare nel deserto, non una persona, non un rumore, non un albero, niente. Comincio a sentire i primi segni di una crisi più psicologica che fisica che mi accompagnerà per tutto il giorno. Per la prima volta sento veramente la nostalgia di casa,vorrei mollare e andare via, sento tutti i dolori… Comunque proseguo ed alle 15.00 sono ad Hontanas. L’istinto mi dice di fermarmi ma la ragione mi dice che qui sono solo, e c’è ancora tempo per camminare e fare i 10 km per Castrojeriz. Saranno 10 km di calvario! Mi devo imporre di fermarmi ogni mezz’ora altrimenti sarei sempre fermo. È il primo giorno che fa veramente caldo e ho calcolato male l’acqua da portarmi dietro, sono quasi senza quando arrivo a Castrojeriz alle 19.00. Quattro ore per fare 10 km!! Una bella crisi.  Alloggio nel rifugio gestito dal famoso “maresciallo Resti” che trovo una persona squisita. Nel rifugio sono solo e sono stato solo tutto il giorno. Sicuramente è stato il giorno più solitario o, forse, dove la solitudine mi ha pesato di più.

Solo ieri mi gonfiavo d’orgoglio per la mia fama di camminatore ed oggi sono con il ………per terra. Se dovevo ricordarmi che una delle caratteristiche del pellegrino è l’umiltà, penso che dopo la giornata di oggi non me lo dimenticherò più.

 

13 marzo 2005  Castrojeriz – Fromista

Sveglia alle 06.50. Alle 07.00 Resti attacca una musica gregoriana e mi prepara colazione con cafe con leche,biscotti e frutta.  Parto per Fromista che è l’ultimo rifugio aperto prima di Carrion de los Condes. Sono 25 km ma arrivare a Carrion sono 46 e dopo la giornata di ieri non me la sento. Poi è domenica e mi piacerebbe trovare un posto per andare a messa. Con Resti abbiamo guardato il percorso e abbiamo concordato che la miglior cosa è arrivare a Fromista e domani, se va tutto bene, andare a Calzadilla de la Cueza. Altri 37 km di niente con in mezzo Carrion de los Condes.

Inizio a conoscere la meseta e vedo che fino alle 10.30 fa freddo e si cammina bene. Poi il sole picchia e, viaggiando verso ovest, ti trovi ad avere caldo alla parte sinistra che è esposta al sole, e freddo alla parte destra che è all’ombra. Imparo anche a mettere la crema solare solo su metà faccia in modo da tenerla più o meno dello stesso colore dell’altra che è meno esposta al sole.

Cammino abbastanza bene e arrivo a Puente Fitero dove c’è il rifugio della confraternita italiana che è chiuso. Non vedo nessuno fino a Itero de la Vega dove incontro Don Alejandro che “regala allegria ai pellegrini”. Abita a Boadilla e tutti i giorni fa andata e ritorno fino a Itero de la Vega per incontrare i pellegrini e scambiare qualche parola. Gli faccio una foto che prometto di spedirgli. Mi dice di avere incontrato un pellegrino tedesco 1 km avanti a me. La notizia mi mette le ali ai piedi, sono cinque giorni che cammino da solo e non mi sembra vero poter dividere il cammino con qualcuno. Raggiungo Alexander all’ingresso di Boadilla e fino a Fromista viaggiamo insieme. Sono così contento di camminare con qualcuno! Oggi per me è veramente domenica. Penso a chi mi ha raccontato del sovraffollamento dei rifugi e mi chiedo se crederanno alla solitudine che ho trovato io.

Alexander ha problemi di vesciche e si ferma ogni ora per un quarto d’ora a riposare. Non cammina più di 20 km al giorno e mi dice che domani partirà tardi per arrivare a Carrion, io partirò presto per arrivare a Calzadilla. Sarò di nuovo da solo e mi dispiace un poco.

A Fromista c’è un bel rifugio che però è senza riscaldamento e con le docce a pannelli solari senza regolazione della temperatura: o ti bruci o muori di freddo. C’è anche un ristorante che fa menù per pellegrini ma non dà da mangiare prima delle 21.00, ora in cui chiude il rifugio. A che serve? Appena arriviamo in rifugio Carmen, l’hospitalera, vede la mia credenziale italiana e mi sommerge di domande su Albano, Romina e la loro figlia scomparsa. Quando le dico che non ne so niente mi guarda con uno sguardo pieno di pietà e delusione.

Nel pomeriggio vado a visitare la chiesa di San Martin dove mi danno un foglio con le spiegazioni in italiano  e, in quanto pellegrino, non mi fanno pagare.

A cena andiamo in un bar vicino al rifugio dove preparano “platos combinados”. Io prendo anche il caffè. Il conto è di 17 € e, per come sono abituato, avremmo pagato io 10 € e 7 € chi non ha preso il caffè ma devo dividere con un tedesco: 6.81 € lui e 10.19 € io!

 

14 marzo 2005   Fromista – Calzadilla de la Cueza

Parto alle 07.20. Il cammino percorre un viale sterrato a fianco della strada. Come al solito è deserto. Dopo un’ora e mezza, a Revenga de Campos, incontro un pellegrino con uno zaino enorme che sta rientrando a casa a Jaca nei Pirenei aragonesi dopo essere stato a Santiago. Anche lui come il ragazzo che ho incontrato a Roncisvalle dorme fuori e ha sullo zaino una vecchia tenda canadese! Penso che abbia quasi 30 chili di zaino, altro che i miei 13!

Mi fermo a Carrion a riposare e poi inizio quelli che la guida chiama “17 terribili chilometri di nulla”. Per prima cosa i primi 5 km sono di strada asfaltata e poi si trovano diverse pietre con iscrizioni che segnalano fonti, vecchi hospitales e altre curiosità. Non è vero che non ci sia nessun riferimento e non è nemmeno così isolato visto che per almeno metà si passa a non più di 200 metri dall’autostrada. Incontro una signora del locale ufficio di igiene che sta facendo dei prelievi di acqua dalle fonti per sapere se è possibile classificarle potabili. Incrocio anche una pellegrina basca che ha fatto il Cammino, a tratti, in una settimana e adesso ne sta facendo un pezzo al contrario e si dà un sacco di arie.

Cammino bene e alle 17.00 sono a Calzadilla dove c’è un simpatico hospitalero brasiliano. Nel rifugio c’è solo una coppietta di tedeschi innamorati e sicuramente gli rompo le scatole ma non ho un altro posto dove andare. Per lasciargli un po’ di privacy mi sistemo nel primo letto visto che loro sono in fondo alla camerata. Mentre vado a farmi la doccia gli passo davanti e vedo che sono Tanjia e Andreas che avevo visto fare la credenziale nel rifugio a Burgos. Sono pieni di vesciche e di dolori e domani vorrebbero arrivare a Sahagun ma stanno pensando di andarci in taxi. Nel rifugio c’è il riscaldamento acceso e ne approfitto per lavare tutto quello che ho e che stendo sui termosifoni. Mando qualche email e vado a cena con i tedeschi, poi a dormire.

Nell’ingresso è appeso un avviso che dice che il rifugio di Bercianos è chiuso, quindi domani si va o a Sahagun (21 km) o a Burgo Ranero (40 km).

 

15 marzo 2005   Calzadilla de la Cueza  -  Calzada de Coto.

Parto alle solite 07.20 sotto un cielo senza una nuvola ma dopo un paio d’ore mi accorgo che oggi non gira. Sono stanco, fa caldo … insomma Sahagun è più che sufficiente.  Prima di arrivarci incontro un signore anziano che cammina con me per un paio di chilometri parlando del più e del meno. Quando mi lascia mi spiega che prima di entrare a Sahagun il cammino è deviato per via di uno svincolo autostradale ma si può accorciare di più di un chilometro scavalcando il guardrail e passando sotto lo svincolo.

Alle 13.00 arrivo a Sahagun, vado diretto al rifugio dove pago i 4 € per dormire. I ragazzi alla reception mi dicono che è aperto anche il rifugio di Calzada de Coto 5 km più avanti. Poso lo zaino, faccio un giro e in una pasteleria trovo Tanjia e Andreas che sono arrivati in taxi. Con loro c’è una pellegrina che non si presenta e mi dice che prosegue per Calzada insieme a due tedeschi che erano con lei a Terradillos. Inizio  a pensarci su  e visto che dopo un’ora e mezza di riposo mi sento bene decido di andare a Calzada anch’io. La reception è chiusa ma lascio un biglietto a Tanjia dicendogli di avvertire che non dormirò lì e parto. Fa un caldo da morire ma cammino bene. A Calzada il Camino si divide in due, un tratto continua lungo la strada ed è descritto dalla guida come noioso. L’altro va a Calzadilla de los Hermanillos e arriva a Mansilla de las Mulas per l’antica via Traiana. Penso che domani passerò dalla via Traiana. Arrivo e trovo una signora che con l’alcalde si sta occupando di pubblicizzare questa seconda via, si fa dare i dati della mia guida ed il sindaco mi dà la chiave del rifugio che è una casetta nei giardini pubblici composta da due dormitori e un bagno con docce calde. C’è anche un computer con internet e banda larga. Naturalmente dei tedeschi nessuna traccia, sono di nuovo da solo ma con il morale alto. Il rifugio non è molto frequentato e neanche molto pulito. Mi metto a fare pulizia poi lavo la biancheria e la stendo sulla panchina del parco. Mi siedo poi sulla panchina fuori del rifugio a scrivere il diario e a leggere il copione dello spettacolo che dovremo mettere in scena a maggio. Penso di essere la principale attrazione del paese almeno a giudicare dal numero di signore anziane e bambini che vengono al giardino, mi guardano e commentano. Vado a mangiare nell’unico bar del paese che mi serve un plato combinado fatto di crocchette tipo cane e insalata. Prima di dormire mando un SMS a Letizia che è in gita a Nizza.

 

16 marzo 2005  Calzada de Coto  -  Mansilla de las Mulas.

Lascio il rifugio e prendo il percorso per la via Traiana. Secondo le istruzioni del sindaco chiudo il rifugio e gli metto la chiave nella buca delle lettere. Il paese è deserto. Quando arrivo all’ultima casa del paese vengo circondato da quattro cani che ringhiano e mi guardano con aria cattiva. Mi stanno intorno e non mi mollano, sento muoversi qualcuno in casa ma nessuno si fa vedere. Cercando di non guardarli, specialmente negli occhi, e usando i bastoncini da trekking per tenerli lontani continuo a camminare e loro continuano a circondarmi minacciosi per un centinaio di metri poi, quando esco da quello che reputano il loro territorio, mi lasciano andare. Avevo già incontrato dei cani ma è la prima volta che mi preoccupano davvero. Oltretutto ero sulla strada e non in una proprietà privata o recintata!

Continuo senza vedere anima e alle 09.00 sono a Calzadilla de los Hermanillos che è un altro paese fantasma che pone anche un altro problema: non ci sono negozi aperti e io, per abitudine e per non caricare lo zaino, porto con me poca roba da mangiare. Dopo Calzadilla i primi 5 km sono di strada asfaltata, poi inizia la “calzada romana”. I romani l’anno costruita 2000 anni fa e penso siano stati gli ultimi a fargli manutenzione. Si  cammina male, il fondo è sconnesso e pieno di pietre smosse. Incontro un contadino che mi dice che è così per i prossimi 20 km, non un paese, niente ombra e soprattutto niente acqua. Non sono abbastanza attrezzato per fare una camminata del genere sotto il sole, più che altro perché non ho acqua a sufficienza. La mia borraccia è da 0,75 litri e, anche se piena, non è sufficiente per fare tutti questi chilometri al sole senza rischiare di disidratarsi. Verso le 12.00 vedo alla mia sinistra in lontananza un paese che penso sia Relegos, taglio per le strade di campagna, attraverso una ferrovia in costruzione, attraverso il Camino e mi trovo a……Villamarcos. Comunque qui c’è un bar che mi fa un bocadillo al salame piccante e dove compro una bottiglia di acqua. La signora del bar mi chiede anche se può timbrarmi la credenziale. Accetto anche perché da tempo ho deciso di timbrare solo dove dormo ma non ho motivo per dire di no a chi mi chiede di timbrare.

Mi metto lo zaino a spalle e un signore mi dice che se aspetto cinque minuti che finisca di bere mi accompagnerà un pezzo per indicarmi una via più breve per tornare sul  Camino. Mentre camminiamo mi racconta la storia della sua vita. È nato qui ma 44 anni fa è emigrato a Gijon dove faceva l’operaio e a tempo perso l’idraulico tubista. Ora ha 240.000 € in banca e non vuole più lavorare finchè campa!!!! Mentre parliamo passiamo davanti ad una casa con la porta spalancata dove una signora anziana sta scopando via dell’acqua che le esce fuori dal pavimento dell’entrata. Non riesce ad aprire il tombino dove c’è la saracinesca dell’acquedotto per intercettare il tubo che le entra in casa. Io mi fermo ad aiutarla ma il mio accompagnatore mi dice :”io non ti aiuto perché ti ho appena detto che non lavoro più” poi, quando mi vede arrivare con un piccone che ho trovato nel cortile, si muove e mi aiuta ad aprire il tombino e a chiudere l’acqua. La signora non finisce più di ringraziarmi e benedirmi e lui mi dice: “se non altro anche in futuro ti ricorderai che esiste questo paese abitato da brava gente”.

Continuo e arrivo a Relegos. Prima di entrare in paese mi fermo a fotografare della case (o cantine) sotterranee. Mentre sono fermo passano due ciclisti che mi chiedono se voglio l’acqua delle loro borracce. Li ringrazio ma la mia è piena. Appena entro in paese una signora molto anziana esce di casa e mi indica la strada (senza che gliela chiedessi) facendosi il segno di croce, poco più avanti un signore mi prende sotto braccio e mi accompagna al negozio del paese. Lo ringrazio anche se non ho bisogno di niente perché voglio continuare fino a Mansilla, lui mi saluta e  venti metri più avanti una signora anziana mi chiama da un cancello e mi dice di non preoccuparmi che il signore di prima “ sta loco!”.

Oggi è veramente una giornata strana, una giornata dove si sono accumulati gli incontri più diversi dopo giorni di solitudine.

Arrivo a Mansilla de las Mulas che è una bella cittadina di origine medievale ed ha un bel centro con area pedonale, dei giardini ben tenuti, un sacco di ristoranti e un bellissimo rifugio. Al mio arrivo incontro due tedeschi sulla sessantina, uno dei quali parla un po’ di inglese, e poi arriva Jaime, pellegrino spagnolo che sta facendo il cammino nel più breve tempo possibile e mi dice: “Tu sei Andrea,ho già sentito parlare di te da altri pellegrini che ho incontrato”. Scopro così che è partito da Roncisvalle ed ha camminato con Oscar (lo spagnolo che ho trovato a Roncisvalle con i piedi congelati) e con Ruben e Ingo. Mi chiede che programmi ho per domani e io gli dico che mi fermerò a Leon mezza giornata per visitare la città. Lui ha fretta perché si è appena si è sposato con la donna con la quale convive da cinque anni, ed utilizza la licenza matrimoniale per fare il Cammino. Mi dice che lei gli telefona tre volte al giorno per dirgli di fare presto!

Jaime va a letto presto, io esco a cena con i tedeschi che si sono fatti indicare un ristorante dall’hospitalero che è un volontario tedesco. A cena mi dicono che hanno 60 giorni per fare il cammino e che se la prendono con tutta calma. Io gli faccio da interprete con il cameriere tra lo spagnolo e l’inglese e loro, senza che me ne accorga, mi pagano cena. Alle mie proteste sono irremovibili.

Vado a dormire contento. Che giornata!

  

17 marzo 2005  Mansilla – Leon

Saluto Jaime che parte veloce e non si ferma a Leon e parto. Da Mansilla a Leon il cammino è tutto di fianco ad una statale trafficata e non ha nessuno punto memorabile. Passo da Cacabelos, che è il paese di Ruben, e mi vengono in mente i compagni di viaggio dei primi giorni. Chissà dove sono ora?

Il cammino dentro a Leon non è segnato bene come a Burgos ma ho con me una fotocopia della piantina della città e non mi perdo. Vado all’albergue delle benedettine che è i centro ed è in ristrutturazione. L’ingresso è tramite un varco nei ponteggi. Arrivo a mezzogiorno e logicamente sono il primo ospite dell’albergue. L’hospitalero è un volontario francese che mi spiega le regole di permanenza ed anche dove andare e cosa vedere a Leon. Alle 13.00 sono alla cattedrale. Chiamo casa per farmi vedere sulla webcam ma il collegamento non è  attivo. La cattedrale è bellissima. All’esterno spicca la sua facciata bianca mentre l’interno è illuminato dalle tante vetrate colorate. È diversa da tutte quelle viste fino ad ora in Spagna. Ha un’aria meno lugubre forse dovuta alla luce che ne illumina ogni angolo.

Vado anche a visitare la chiesa di S.Isidoro, che è considerata una specie di Cappella Sistina del Romanico, nella cui cripta affrescata sono sepolti i primi rè di Spagna. La cripta ed il chiostro sono veramente belli, peccato che ci capito insieme ad una gita scolastica di un centinaio di ragazzi che ne occupano ogni angolo. Uscendo mi fermo in un giardino e scrivo le cartoline con gli auguri di Buona Pasqua.

Torno al rifugio e vedo che sono arrivati i due tedeschi di ieri, un irlandese che torna da Santiago e Felicitad, la pellegrina svizzera che avevo incontrato a Sahagun e mi aveva detto che sarebbe andata a Calzadilla. In attesa di andare a cena parlo con l’hospitalero che mi spiega il funzionamento dell’associazione di volontari che gestisce alcuni dei rifugi. Conosco anche il responsabile dell’associazione per la zona di Leon che mi chiede le mie impressioni sul cammino. Ne nasce una bella discussione in tutte le lingue. Resto colpito dal fatto che l’anno scorso sono passati 35.000 pellegrini in questo rifugio e che lui, anche se responsabile di un’associazione di sostegno al Cammino, sconsiglia vivamente di farlo d’estate. È interessante capire i problemi di chi gestisce  i rifugi e vede le cose da un altro punto di vista rispetto a noi pellegrini.

Vado a cena con Felicitad e rientriamo giusto per le 21.30. Alle 22.00 l’hospitalero accompagna alla chiesa del monastero chi desidera partecipare all’ultima funzione della giornata. Le monache sono tutte riunite in chiesa ad aspettarci. Quando entriamo ci consegnano un libretto con le preghiere nelle varie lingue. Non essendoci in italiano me ne danno uno in spagnolo. Durante la funzione mi accorgo che sia loro che i miei compagni si stupiscono sentendomi cantare la Salve Regina in latino. Al termine della funzione la madre badessa ci da una speciale benedizione e ritorna un poco dell’emozione vissuta la prima sera a Roncisvalle.

 

18 marzo 2005  Leon – Puente y hospital de Orbigo

Alle 07.00 l’hospitalero ci sveglia e facciamo colazione tutti insieme. Saluto i due tedeschi che si fermano qui ancora un giorno e Felicitad che ha problemi ai piedi e oggi non vuole fare tanti chilometri. Io per adesso non ho avuto una sola vescica o problema ai piedi e , a parte qualche dolorino ai tendini di Achille nella prima settimana e un bel raffreddore, non ho avuto nessun problema. Vuol dire che le tante ore passate ad allenarmi sono servite a qualcosa.

Da Leon a Villar de Mazarife è quasi tutto asfalto, fa eccezione il tratto centrale non molto lungo. A Villar mi fermo a mangiare e mi stupisco per la grande pulizia sia del locale dove mangio che del paese, insolita fino ad ora. C’è anche un gruppo di signore che sta pulendo la chiesa per prepararla alle celebrazioni della “Semana Santa”.

Riparto sotto un sole infuocato e anche se ho messo la crema solare mi scotto le braccia e devo camminare con la camicia. Domani mi metterò di nuovo la maglietta dalle maniche lunghe. Ma come fanno quelli che passano di qui a luglio?

Anche oggi non ho incontrato nessuno e arrivo a Puente alle 17.00. Sul ponte incontro due tedeschi, padre e figlio di 15 anni,che fanno l’ultimo tratto del cammino in bici. Vado al rifugio parrocchiale che dovrebbe aprire solo domani ma quando il gestore vede che arrivo io, i due ciclisti e altri due tedeschi a piedi(che sono già qui) decide di tenere aperto già questa sera. Per noi aprirà un giorno prima.

Siamo in cinque ma i tedeschi parlano tra di loro ed è quasi come stare soli.

 

19 marzo 2005  Puente y hospital de Orbigo  -  Rabanal del Camino.

Parto presto dopo una notte passata accanto ad un “roncador” spagnolo arrivato in tarda serata. Prima di Astorga conosco i due spagnoli di Valencia, Tonio e Josè, che sono arrivati qui ieri sera in macchina e vogliono arrivare a Santiago, come me, il sabato di Pasqua. Magari faremo le stesse tappe.

Arrivo ad Astorga e mi fermo a visitare la città. La cattedrale è bellissima ed il vicino palazzo episcopale disegnato da Guadì è stupendo. È una bella città piena di turisti spagnoli. Entro in una elegante pasticceria del centro e mi accorgo che tutti i clienti, vestiti eleganti, mi guardano. Effettivamente ho i pantaloni impolverati e dal ginocchio in giù veramente infangati (nonostante i frequenti lavaggi) ed il profumo del mio pile  non penso che sia dei più invitanti. Mi siedo in un tavolo un po’ in disparte e mentre scrivo il diario mi viene in mente quello che mi ha detto un hospitalero: “il pellegrino che ha fatto tutto il cammino si riconosce dall’odore”. Effettivamente i miei indumenti hanno un odore particolare, una miscela di profumo di sapone e di sudore che non passa inosservata nelle pasticcerie eleganti e affollate.

Mi compro una torta di mele per pranzo e parto. Il cammino percorre una pista parallela alla strada ma senza ombra. Meno male che il sole si è velato. Attraverso una serie di paesi ben curati. Il Bierzo è veramente una bella zona. Non si vedono case diroccate o paesi abbandonati come nella parte centrale della Castiglia anzi, ricorda la Navarra. Poco prima di arrivare a Rabanal incontro Cristoph, tedesco che è partito come me da S.Jean. Arriviamo insieme al rifugio e lo troviamo pieno! 40 persone con due docce, due lavandini ed un WC. Sono già tutti sistemati ma trovo ancora un posto libero per la notte. Sono tutti gruppi di spagnoli e francesi partiti oggi da Astorga e, come tutti i gruppi, sono chiusi tra di loro.

Mi sento a disagio. Trovarmi all’improvviso in mezzo a tutta questa gente che scherza, ride ed è allegra (ma per me oggi è solo rumorosa) dopo tanti giorni di solitudine o quasi mi mette a disagio, ho bisogno di abituarmi e questo mi richiede un po’ di tempo. Sarà un caso ma io e Cristoph ci sentiamo diversi dagli altri. Il modo di preparare il letto, disfare e rifare lo zaino e altre piccole cose ci fanno sentire diversi, veterani, navigatori di lungo corso del cammino.

Esco ma il monastero benedettino è chiuso perché i due monaci che lo animano sono in Germania per l’ordinazione sacerdotale di un loro amico. Vado a cena con gli spagnoli che mi spiegano che la settimana santa in Spagna è una settimana di vacanza e quindi i rifugi saranno affollati. Per telefonare a casa aspetto che Maria Teresa arrivi a  casa alle 21.30 e nell’attesa quasi mi addormento in cortile.

 

20 marzo 2005   Rabanal  -  Ponferrada

Sono il primo a lasciare il rifugio alle 07.10. Ho dormito bene e, non potendo fare colazione, parto presto. Siamo in montagna e mi piace camminare una volta tanto in salita. Alle 08.30 sono alla Cruz de Hierro che è il punto più alto del cammino. Ho camminato veloce e non c’è nessuno. Lascio la mia pietra e ringrazio Dio per essere arrivato qui in buone condizioni fisiche e psichiche. Anche se non ha niente di speciale questo posto mi piace. È comunque vero che le località ci fanno un’impressione diversa al variare del morale che abbiamo in quel momento. Oggi io ho il morale alle stelle e tutto mi sembra bello.

Poco dopo la Cruz de Hierro mi fermo a Manjarin a parlare con lo strano tipo che si crede un cavaliere medievale ed ha allestito la sua baracca in un modo veramente singolare. Poi continuo ed alle 10.30 sono a El Acebo dove mi fermo a fare colazione. Lungo la discesa il cammino attraversa più volte la strada asfaltata e su questa sono stati piantati diversi segnali stradali di pericolo con il disegno dei pellegrini.

Mentre faccio colazione mi raggiunge Tonio e, parlando del più e del meno, la signora del bar ci consiglia di assaggiare la specialità locale che è il “Botillo del Bierzo”. Facciamo insieme il resto della discesa fino a Molinaseca. È un bel paese, con le aiuole fiorite, i giardini ed i viali puliti. All’ingresso del paese c’è anche un bel santuario mariano con una signora gentile che timbra le credenziali ai pellegrini che lo visitano. Da un signore del posto ci facciamo consigliare una Meson dove andare a mangiare. Il Botillo è un misto di carne di agnello, cervo e vitello speziato e piccante, ma buono.

Partendo dopo pranzo incontriamo Josè che ha problemi ai piedi ed è più lento di noi. Arriviamo a Ponferrada alle 16.00 mentre sta  iniziando a piovere. Il rifugio è veramente bello. È diviso in due ali, maschile e femminile, con camerette da quattro posti, docce calde, centrifuga e secadora per la biancheria. C’è anche una chiesa interna al rifugio. Faccio la doccia e lavo tutta la roba da cammino. È tanto sporca che quasi mi vergogno a metterla. Mentre aspetto che la secadora finisca parlo con l’hospitalero che mi spiega che il rifugio è stato costruito grazie alla donazione di un facoltoso pellegrino svizzero. Durante la conversazione mi sento chiamare, mi giro e trovo (per la quarta volta) Tanjia. Andreas è dovuto tornare in Germania e lei continua da sola il cammino.

Fuori diluvia, andiamo a cena al ristorante di un circolo culturale vicino e poi a dormire.

 

21 marzo 2005  Ponferrada  -  Ruitelan

Parto alle 07.30 anche se Tonio e Josè hanno iniziato a far rumore per “prepararsi” alle 06.00. Insieme a noi in camera c’è anche Alex, un madrileno che fa il cammino a tappe ma al contrario. L’anno scorso ha fatto da Sarria a Santiago, quest’anno da Astorga a Sarria e così via. Sono molti gli spagnoli che fanno il cammino in diversi anni. Tonio lo conclude quest’anno ma lo ha iniziato due anni or sono facendo il tratto da Somport a Burgos, e continuato l’anno scorso da Burgos a Puente y Hospital de Orbigo. Josè invece ha già fatto due volte l’ultimo tratto del cammino da Sarria.

Trovo un bar già aperto a quest’ora e faccio colazione. Fuori piove, gli altri penso che siano già avanti. Ognuno cammina con il suo passo, fermandosi quando vuole così ci si incontra lungo la strada o ci si ritrova al rifugio.

Tutto il percorso è praticamente su asfalto e non c’è molto da vedere. I paesi che attraverso sono carini e ben tenuti come in tutto il Bierzo, ricordano quelli dei paesi baschi.

Alle 13.00 sono a Villafranca ma oggi è lunedì ed è tutto chiuso. Alla fine trovo un supermercato dove mi preparano un panino che mi mangio seduto fuori su una panchina. Mentre mangio mi raggiungono Tonio e Josè. Fa freddo e quando riparto mi ci vuole un po’ a scaldarmi. Piove a intermittenza ma, una volta riscaldati i muscoli, cammino bene. Raggiungo Josè e camminiamo insieme. Io decido di arrivare a Ruitelan dove mi hanno detto che c’è un bel rifugio. Josè si ferma al paese prima. Di Tonio nessuna traccia. Qualche volta il suo volere fare le corse mi da fastidio.

Ricomincia a piovere e arrivo a Ruitelan sotto il diluvio. Ho camminato per 42 km ma mi sento bene. Il rifugio è piccolo, bellissimo e gestito da una associazione di assistenza ai pellegrini che si richiama ai valori delle religioni orientali. Il rifugio si chiama “pequeno potala”. Prima di me è arrivato Alex e subito dopo arrivano due ciclisti italiani. Sono padre e figlia, abitano vicino a Biella e sono partiti oggi da Ponferrada. Si sistemano nella mia stessa stanza e per la prima volta, da quando sono partito un mese fa, parlo italiano. Mi sembra di non esserci più abituato.

È prevista una cena comunitaria preparata dall’hospitalero. A tavola ci sono io, due australiane, Alex, due tedeschi, un americano simpatico in bicicletta (David), e gli altri due italiani. Mangiamo alla grande: zuppa, insalata e spaghetti alla carbonara. Dopo cena ci mettiamo tutti (tranne i due biellesi che vanno a dormire) a giocare al telefono, il gioco in cui ognuno sussurra nell’orecchio ad un altro una parola ed alla fine l’ultimo deve dire la parola che aveva detto il primo, ognuno nella sua lingua. Scherziamo ridiamo e ci scambiamo le impressioni sul cammino. Il tempo vola e sicuramente è stata la miglior serata di tutto il cammino.

 

22 marzo 2005  Ruitelan  -  Triacastela.

Alle 07.00 sveglia con “Nessun dorma” cantata da Pavarotti e poi facciamo colazione tutti insieme. Saluto Alex che oggi vuole arrivare a Sarria e poi tornare a casa. Compro anche un cd con delle canzoni sul Cammino prodotto dall’associazione che gestisce il rifugio. Alle 07.50 saluto tutti e parto. Il sentiero è subito in salita e continuerà così fino al Cebreiro che è …… una bella delusione. Il posto è piccolo, chiaramente turistico e pieno di gente fredda e distaccata. Mi fermo non più di cinque minuti e riparto. Subito dopo il Cebreiro incontro una strana ragazza inglese con un enorme zaino, si chiama Flora e ci fermiamo a bere una caffè a Hospital. Mi dice che ha iniziato oggi il cammino da Cebreiro e vuole arrivare a Samos. Ripartiamo insieme ma lei è molto lenta e io, ormai ben allenato, faccio fatica a tenere il suo ritmo. La saluto dandole appuntamento a Triacastela dove io penso di fermarmi e continuo con il mio passo. Giù per la discesa incontro molti pellegrini spagnoli che fanno qualche giorno di cammino per la settimana santa e hanno iniziato dal Cebreiro. Qualcuno saluta ma molti no, anzi qualcuno sembra risentito del fatto che cammino più veloce di loro. Sarà solo una mia impressione ma io sono convinto che ognuno di noi ha bisogno di un po’ di tempo per staccarsi dalla vita abituale ed entrare nell’atmosfera magica del cammino. Tempi che variano al variare delle sensibilità e della caratteristiche personali ma che sono necessari. Non per niente quando arrivo in rifugio distinguo, per ora senza sbagliare, il pellegrino di “lungo corso” da quello appena partito. Con questo non voglio dire che siano migliori i pellegrini che fanno tutto il cammino rispetto agli altri ma sicuramente chi ha la fortuna di poter stare più tempo in cammino e di assorbire meglio le emozioni e la vita che il cammino offre, vive le sue giornate e questo ritmo così diverso dal nostro quotidiano in modo più naturale.

Comunque la discesa da Ceberiro a Triacastela è veramente “rompipiernas” e arrivo al rifugio stanco.

Nel rifugio sono il primo a sistemarmi, faccio la doccia e lavo e stendo al sole la biancheria sperando che asciughi almeno quella lavata ieri. All’ingresso del rifugio c’è un biglietto con scritto che tutti i giorni alle 19.00 in parrocchia c’è una funzione per i pellegrini. Voglio andarci anche perché proprio ieri parlavo can David di come entrambi trovassimo strano il chiamare “pellegrinaggio” questo lungo viaggio in quanto sono quasi del tutto assenti le occasioni religiose e “morali”. Da Roncisvalle è la prima funzione dedicata ai pellegrini che trovo!

Arrivano anche Tonio,Josè e Flora che si ferma con noi. Vado in chiesa alla funzione. Siamo 4 pellegrini, su 28 presenti al rifugio, e 2 signore del posto. Bella messa e il sacerdote mi chiama all’altare e mi fa leggere la benedizione del pellegrino in italiano. Alla fine della funzione ci fermiamo a parlare con lui della scarsa presenza religiosa lungo il cammino, scarsità che trovo strana in quanto, anche se la maggior parte della gente che lo fa non è praticante, tutti viviamo questa atmosfera di viaggio e solidarietà che predispone all’apertura verso i valori morali e religiosi. Lui mi dice che non solo la chiesa non si interessa dei pellegrini ma che lui, per il suo apostolato, non ha l’appoggio della gerarchia e cerca collaborazione presso altri sacerdoti di altre nazioni che volessero aiutarlo nel periodo estivo. Alla fine mi riempie di fotocopie e mi lascia la sua email.

Poi a cena con gli altri e a dormire.

 

23 marzo 2005   Triacastela  -  Portomarin

Alle 07.30 c’è già un bar aperto per fare colazione, poi cammino da solo (penso di essere il primo partito dal rifugio) fino a Sarria. Vorrei fermarmi a visitare la città ma poco prima di arrivarci inizia a diluviare. Entro in un bar a mangiare qualcosa e mi raggiunge Tonio. Mangiamo e ripartiamo sotto il diluvio. Camminiamo insieme fino a Ferreiros dove lui si ferma perché gli ha telefonato Josè che ha dei problemi ai piedi e non ce la fa ad arrivare a Portomarin. Ha smesso di piovere e posso apprezzare le caratteristiche delle strade galiziane che Josè mi aveva descritto: “barro y mierda”. Le strade sono infatti piene di fango e escrementi di mucca che in alcuni tratti coprono la strada con uno spessore di 30 cm. Nei cortili i passaggi per raggiungere le case sono fatti con assi appoggiate a terra e la gente cammina con speciali zoccoli dalle suole di legno alte.

A Ferreiros, con Tonio, ci salutiamo e ci scambiamo i numeri di cellulare per incontrarci a Santiago dove loro pensano di arrivare sabato pomeriggio e partire domenica per tornare a casa. A Valencia non si festeggia Pasquetta e lunedì devono andare a lavorare. Tonio è stato un buon compagno di viaggio in questi giorni e mentre ci salutiamo e abbracciamo ci scambiamo gli auguri di “buena vida”. Io continuo per Portomarin. Sono in forma e a questo punto posso arrivare a Santiago il venerdì santo e assistere alle più importanti processioni della settimana santa. Arrivo stanco al rifugio che è un porto di mare. Almeno 80 pellegrini e nessun hospitalero! Sono le 18.00 e alle 17.00 l’incaricato termina il suo servizio e se ne và. Mi timbro la credenziale, mi registro, mi cerco un posto e mi faccio la doccia. Di fare il bucato non se ne parla, non saprei dove stendere. Incontro Cristoph, già incontrato a Rabanal, che arriva da Samos e conosco Susanna che è una ragazza tedesca che fa il cammino da Sarria insieme ad una sua amica colombiana. Sono simpatiche e andiamo a cena insieme.

Quando rientro in rifugio capisco di essere capitato male. Sotto di me dorme una coppia di spagnoli. Lui come si corica inizia a russare a tutto volume. Speriamo tutti che sua moglie lo faccia smettere ma lei si mette a letto e dopo cinque minuti russa più di lui. Alle 22.30 tutta la camerata è sveglia, seduta sul letto a guardarli. Per la prima volta mi metto i tappi nelle orecchie. Sono le 23.00 quando crollo e mi addormento.

 

24 marzo 2005  Portomarin  -  Arzua  (56 km!!!)

Alle 05.20 mi sveglio. I due roncador sono in piena azione, sento vibrare il materasso e dopo 10 minuti capisco che non riuscirò più a dormire. Raccolgo le mie cose e vado al piano di sotto a preparare lo zaino, mangio qualcosa e alle 06.00 inizio a camminare facendomi luce con la pila. È la prima volta che parto di notte e mi fa uno strano effetto. Sia il rifugio che la città sono deserti. Mi dispiace di non aver potuto salutare Susanna e la sua amica ma proprio non resistevo e non volevo fare rumore per non svegliare altra gente che poi (almeno penso) non avrebbe più dormito. Camminando penso che più che il “roncare” mi dava fastidio tutta questa gente che improvvisamente, e per me inaspettatamente, è arrivata sul cammino e alla quale non sono più abituato.

Mi ci vogliono quasi due ore per arrivare a Gonzar dove mi fermo a fare colazione. Meno male che ieri non ho deciso di proseguire, la distanza era troppa e dei pellegrini che hanno dormito lì mi hanno detto che il rifugio era pieno. Cammino poi senza fermarmi fino a Palas de Rei dove faccio la spesa e mi fermo a mangiare nei giardini pubblici. Fa freddo e mangio con la giacca a vento addosso. Alle 16.00 sono a Melide, è uscito il sole e ho una mezza idea di proseguire fino a Ribadiso de Baixo. Dovrebbero essere altri 6 km ma lungo la strada mi viene un dubbio e mi accorgo che il pieghevole con i rifugi della Galizia ne indica 12! Pazienza, non voglio tornare indietro anche perché dormire a Melide vuol dire arrivare a Santiago sabato e quindi, oltre a perdere le celebrazioni del venerdì santo, stare un giorno in più in questa confusione, non sapendo nemmeno se trovo un posto per dormire ecc.

Alle 19.10 sono a Ribadiso de Baixo dove naturalmente non c’è l’hospitalero. Una pellegrina che parla inglese mi accompagna a vedere se c’è un posto libero. Sembra che in una camerata ci siano ancora due brande libere ma c’è un gruppo di ragazzi handicappati che dorme in rifugio e uno di loro mi fa capire che anche se sulle brande non ci sono oggetti personali i posti sono occupati. Sono stanco ma preferisco evitare discussioni e visto che il prossimo rifugio a Arzua è indicato a due chilometri riparto.

I chilometri sono due per arrivare all’inizio del paese ma ce ne vogliono altrettanti per arrivare al rifugio. Ci arrivo alle 20.00, lo trovo chiuso con un biglietto sulla porta con su scritto “completo”, niente hospitalero e niente sello. Sono stanchissimo, vado al primo hostal privato dove per 25 € mi danno una camera con bagno e riscaldamento. Lavo la biancheria che metto ad asciugare sul termosifone, vado a cena nel ristorante dell’hostal dove con 8 € mi riempiono di cibo, telefono a casa e vado a dormire.

Se solo due settimane fa mi avessero detto che avrei camminato 56 km in un giorno non ci avrei creduto.

Ripenso a quello che mi hanno detto gli hospitaleri nel albergue di Leon. Il problema che stavano discutendo è che, specialmente d’estate, si trovano con gente che fa pochi chilometri, arriva presto in rifugio, occupa il posto e passa il resto della giornata a prendere il sole e utilizzare le attrezzature turistiche che molti comuni mettono a disposizione dei pellegrini a condizioni di favore. Alcuni ammettono candidamente di fare in questo modo le vacanze spendendo poco. Tutto questo penalizza i pellegrini che fanno il cammino percorrendo lunghe tappe e quindi, arrivando alla sera in albergue, trovano i posti occupati da chi è partito dal paese vicino o si è fatto portare lo zaino con la macchina. Stavano infatti discutendo se stabilire una distanza minima percorsa per fare entrare i pellegrini in rifugio, almeno prima di un’ora stabilita (ad esempio può entrare in rifugio prima delle 17.00 solo chi ha percorso più di 10 km), o riservare alcuni posti fino a una certa ora a chi percorre più di tanti chilometri. Tutto questo non è possibile in Galizia dove i rifugi sono regionali, gli hospitaleri dipendenti pubblici che al termine del loro orario se ne vanno e non hanno interesse, come i volontari, ad una diversa gestione del rifugio.

 

25 marzo 2005  Arzua  -  Santiago

Parto alle 07.00 e passo dal rifugio, che è aperto perché i pellegrini stanno uscendo, ma l’hospitalero non è ancora arrivato e il sello non si trova. Cammino piano, sento nelle gambe i 56 km di ieri ma il morale è alto, oggi arrivo a Santiago!!!!!!

Ricomincia a piovere e mi fermo a Arca a mangiare un bocadillo de queso (oggi è il venerdì santo) e quando riparto incontro Benito e Estrella. Lui parla un poco l’italiano perché è agente di commercio per una ditta di Verona, sono simpatici e camminiamo insieme. Piove a intermittenza e arrivati al monte del Gozo ci fermiamo per un caffè. Che fortuna! Mentre siamo lì si scatena un diluvio che dura mezz’ora e che evitiamo restando al coperto. Ripartiamo e parlando del cammino, Benito lo ha già fatto due anni fa, arriviamo a Santiago e alle 17.00 siamo in piazza de Obradorio.

È difficile spiegare cosa ti passa per la mente quando arrivi in un posto che ti ha richiesto tanta fatica, applicazione e volontà. Ho le lacrime agli occhi e mi siedo in mezzo alla piazza a guardare la chiesa. Qualcuno mi fotografa.

Sono momenti che vorresti dividere con le persone care, Maria Teresa, Letizia e Cecilia in questo momento mi sembrano più lontane che mai. Mi passano davanti agli occhi tutte le persone che ho conosciuto, incontrato nel cammino e mi chiedo dove saranno ora.

Resto così seduto 10 minuti e poi via, si fanno le foto di rito e poi entriamo in cattedrale dove c’è la coda per poter eseguire i vari riti tradizionali. Usciti dalla cattedrale andiamo a ritirare la compostela. Nell’ufficio siamo gli unici pellegrini perché, ci spiegano, la maggior parte arriva al mattino. Con Benito ci diamo appuntamento per le 21.30  e vado a cercarmi un hostal visto che mi hanno sconsigliato il rifugio del seminario.

Per primo vado al “Paz de Agra” che è segnalato sulla guida Lonely Planet (di cui ho le fotocopie nello zaino) e del quale avevo anche letto su un diario di una pellegrina che ci era stata e si era trovata bene. Non è male e per 20 € mi danno una camera e colazione. La stanza è una camera doppia in mansarda e mi ricorda quella in cui sono stato anni fa a Parigi con Maria Teresa.

Alle 20.00 sono a vedere la processione del Santo Entierro che sarebbe la processione della sepoltura di Gesù. Estrella mi ha spiegato che è la processione più importante della settimana santa ma che le processioni del nord non sono all’altezza di quelle del sud. Effettivamente, anche se è caratteristica, non mi sembra spettacolare come quelle pubblicizzate a Leon o in Andalusia.

Con Benito e Estrella andiamo a mangiare “O gato negro”, locale caratteristico frequentato dalla gente del posto. Aspettiamo quasi un‘ ora per mangiare (bene) e alla fine Benito mi offre cena e non c’è verso di fargli accettare i soldi.

Fuori sta piovendo e alle 23.30 sentiamo i tamburi che accompagnano l’ultima processione della serata. Saluto Benito e Estrella che domani rientrano a Madrid lui, Alicante lei, e a mezzanotte vado a dormire mentre fuori impazza la movida.

 

26-27 marzo 2005  Santiago

Piove. Ha piovuto tutta la notte e stamattina diluvia. Faccio colazione al ristorante dell’hostal e poi vado al terminale dei bus dove faccio il biglietto per Bilbao per giovedì alle 18.00 e chiedo informazioni per gli autobus da Finisterre a Santiago. Ce n’è uno che parte alle 07.50 e uno alle 11.00. Tornando indietro mi fermo al mercato dove mi compro frutta e pane per pranzo. Continua a diluviare, decido di tornare all’hostal dove mi metto a scrivere il diario che non ho più scritto negli ultimi due giorni. Meno male che negli ultimi giorni ho accelerato e sono arrivato ieri altrimenti oggi, con tutta quest’acqua, sarebbe stata veramente dura.

Verso le 13.00 telefono a Mariarosa, Giancarlo, zio Guido e Ignazio per fare gli auguri di Pasqua quindi esco e vado in cattedrale dove incontro Cristoph che è appena arrivato insieme a Hans, un altro pellegrino tedesco, e stanno cercando l’Officina del Pellegrino per avere la Compostela. Li accompagno e poi telefono a Tonio. Ci troviamo alle 16.00 in piazza de Obradorio e passiamo il resto del pomeriggio insieme io, lui e Josè. Ci conosciamo da una settimana ma tra di noi c’è un’atmosfera come tra gente che si conosce da una vita, ci sentiamo reduci di una grande esperienza che fa incrociare per pochi giorni o per un attimo vite così diverse ma che fa cadere le barriere che nella vita normale ci tengono rinchiusi nell’indifferenza o, peggio, nella diffidenza. Prima di cena ci salutiamo, ci scambiamo le email e ci rinnoviamo gli auguri di “buena vida”. Loro questa sera fanno festa e domani mattina presto hanno l’autobus che li porta a Puente y Hospital de Orbigo dove hanno lasciato l’auto, io voglio partecipare alla funzione di Pasqua.

Dopo avere mangiato una pizza (cattiva) vado in cattedrale con Cristoph e Hans per la veglia di Pasqua che finisce a mezzanotte. Sposto l’ora sull’orologio (domani si passa all’ora legale) e vado a dormire.

È Pasqua. Esco alle 09.10 ma il ristorante dell’hostal è ancora chiuso così torno in camera e faccio colazione con quello che ho avanzato da ieri. Alle 09.30 sono in cattedrale per la messa di Pasqua che inizia con una processione interna al suono delle trombe e con il “botafumeiro” che è spettacolare. Uscendo dalla cattedrale incontro due italiani (di Luserna S.Giovanni) con i quali parlo mezz’ora godendomi uno sprazzo di sole. Alle 13.00 ho un video appuntamento con casa da Praza da Quintana. Telefono a casa con il cellulare e mi faccio vedere sulla webcam. A casa mia c’è tutta la famiglia riunita così riesco a salutare tutti.

La mia guida dice che all’uscita di Santiago il cammino per Finisterre non è ben segnalato così approfitto della tregua che offre la pioggia per andare a vederne il percorso fino a fuori della città. Mentre passo in Piazza de Obradorio mi sento chiamare. È Flora, l’inglese incontrata al Cebreiro, che è appena arrivata e mi chiede se conosco un posto dove dormire. L’accompagno allora al ristorante dell’hostal dove mi danno la chiave di una camera libera e mi dicono di farle vedere io il posto?! La accompagno e poi attraverso di nuovo tutta la città per andare a vedere il cammino di domani. Meno male che Santiago non è così grande.

Oggi sole e pioggia si sono alternati tutto il giorno. Speriamo che domani migliori o almeno non peggiori. Ho voglia di ripartire. Sono ormai due giorni che faccio il turista ma è una vita che non mi si adatta più. Dopo le emozioni e le sensazioni del cammino l’aspetto turistico di Santiago non è più sufficiente. Poi voglio concludere il cammino a Finisterre e non vedo l’ora di partire per terminare questo viaggio iniziato tanto tempo fa. Mi sembra che dalla mia partenza a S. Jean Pied de Port sia passato una anno, non un mese. Siamo proprio strani, a volte non vediamo l’ora di finire una cosa che ci piace anche se sappiamo già che poi ne avremo nostalgia.

A cena vado con Flora al ristorante dell’hostal dove ci invitano a mangiare il dolce pasquale tipico della Galizia. È una ciambella piena di zucchero e frutta candita che per tradizione i bambini ricevono in regalo dalle loro madrine di battesimo. Mangiamo e chiaccheriamo fino alle 23.00. Finita cena saluto Flora che domani torna a casa ma questa sera vuole andare in un pub dove dice fanno buona musica. Io preferisco tornare in camera a prepararmi lo zaino e poi dormire. Domani si riparte!

 

28 marzo 2005  Santiago – Negreira.

Mi alzo tardi tanto con l’ora legale è buio fino alle 08.00, preparo lo zaino e vado a fare colazione. Alle 09.15 parto. Il cielo è grigio ma per adesso non piove. Resta così fino a mezzogiorno quando inizia il diluvio. Piove veramente a catinelle e non esiste nessun riparo, ne una casa ne un balcone sotto cui stare. Dopo quasi un ora trovo una fermata del bus con la pensilina coperta e mi fermo a riposare ma come sistemazione non è delle migliori. Sotto la mantella sono sudato, c’è un forte vento freddo che fa cadere la pioggia quasi orizzontale e a stare fermo sento freddo. Oltretutto l’acqua che scola dalla mantella cade tutta sul ginocchio sinistro che è completamente bagnato. La prossima volata devo ricordarmi di prendere anche i sovrapantaloni lasciando magari a casa qualcos’altro.

Dopo 500 metri trovo un bar dove mi fermo a mangiare un panino e ad asciugarmi un po’. quando esco no piove più ma dopo mezz’ora ricomincia e arrivo a Negreira sotto il diluvio.

Come consigliato dalla guida faccio la spesa poi bevo un caffè e vado al rifugio. Siamo in Galizia dove i rifugi sono regionali quindi quando arrivo il rifugio è aperto ma non c’è nessuno. Telefono all’hospitalera, che ha lasciato il numero sulla porta, dicendole che mi fermo qua. Lei mi dice di sistemarmi come voglio che tra un paio d’ore passerà a vedere se ho bisogno di qualcosa. Dopo mezz’ora arrivano quattro spagnoli. Tiriamo fili per stendere attraverso i dormitori per fare asciugare i vestiti e dopo la doccia asciugo scarponi e pantaloni con l’asciugamani ad aria calda.

La cucina è ben attrezzata ma, a parte le stoviglie, non c’è niente. Negli altri rifugi i pellegrini lasciano quello che non usano ma probabilmente qui, visto che è solo un viaggio di tre giorni, non si portano dietro molti viveri. Il problema è che non mi è venuto in mente di comprare olio e sale e continua a diluviare e non ho voglia di farmi i due chilometri per arrivare al negozio più vicino. Mentre penso a come fare arriva l’hospitalera e mi dice che posso andare a casa sua con due bicchieri di carta e un po’ di olio e sale me li da lei.

La seguo e quando rientro Carmen, la signora spagnola che è in rifugio, mi dice che a 300 metri c’è un bar che prepara cena e colazione per le 08.00 domani mattina. La ringrazio dell’invito ma ormai ho fatto la spesa e devo mangiarmi questo chilo di viveri che ho comprato.

Arriva anche un gruppo di tedeschi che si sistemano in dormitorio con me e vanno a cena con gli spagnoli.

È la prima volta, da quando sono partito, che cucino solo per me. Le altre volte che ho cucinato ero sempre in compagnia e cucinavo per gli altri, allora cucinare diventa una festa, ulteriore motivo di allegria e di stare insieme. Di solito quando sono solo vado a mangiare fuori perché stare solo, a mangiare in rifugio, mi faceva sentire “in solitudine”.

 

29 marzo 2005  Negreira  -  Oliveroa

Partenza alle 08.20 dopo aver fatto colazione in una specie di bar che sembra un magazzino pieno di televisioni. Non piove e a tratti esce anche il sole. Il cammino è bello e passa in mezzo ai boschi di eucalipti dove l’odore, sprigionato dalle cortecce staccate dagli alberi e bagnate di pioggia, libera il naso. Come ieri prima di Negreira, il cammino non attraversa nessun paese ma è tutto per boschi e pascoli, ogni tanto si vede un piccolo gruppo di case senza negozi o bar. Trovo il primo bar dove mangiare solo alle 13.15. Ripartendo il cammino sale deciso sulla cima di un monte e poi continua in mezzo ai prati senza attraversare mai un paese. Passo vicino ad un horreo enorme e antico, sicuramente il più bello che ho visto fino ad a ora. Verso le 15.00 mi fermo per mangiare qualcosa e …… ripiove così riparto e cammino fino a Oliveroa. Il paese è minuscolo, senza negozi e con un solo piccolo bar. Il rifugio è carino. È costituito da alcune vecchie case in pietra ristrutturate: una con la reception, una con la cucina e la sala da pranzo ed una di fronte con i dormitori. La simpatica hospitalera mi dice che non ci sono possibilità per mangiare perché il bar prepara solo panini ma se vogliamo lei, per le 20.30 prepara una minestra e porta del pane e della frutta in cambio di un’ offerta. Mi prenoto per la cena e intanto ricomincia a piovere. A mano a mano arrivano gli spagnoli ed i tedeschi di ieri ai quali si aggiunge una coppia di svedesi che rientra da Finisterre.

A cena siamo in 12. La zuppa è buonissima e me ne mangio tre piatti! Dopo mangiamo il pane, la frutta e dividiamo quello che abbiamo nello zaino. La serata trascorre chiaccherando in inglese e spagnolo. Parlando delle nostre esperienze del cammino vengo a sapere che i tedeschi sono un gruppo di amici che tutti gli anni prendono due settimane di vacanza per fare un viaggio a piedi. L’anno prossimo vorrebbero andare in Norvegia dove è stato segnato un cammino da Oslo a Trondheim e chiedono informazioni alla coppia svedese. Loro sanno che è stata segnata anche una via dalla Svezia che raggiunge la cattedrale di Nidaros dove è sepolto San Olaf, il primo re cristiano di Norvegia e, prima della riforma protestante, meta di pellegrinaggi da tutta la scandinavia. Chissà che non si possa fare nei prossimi anni.

Prima di congedarsi l’hospitalera ci dice che domani, fino a Hospital, bisogna andare lungo la statale perché è caduto un ponte in pietra sul cammino segnalato e c’è troppa acqua per guadare il fiume sulle pietre che sono poste per attraversarlo nei periodi di magra. Comunque non ci sbaglieremo perché il bivio tra i cammini per Finisterre e Muxìa è sulla statale. A questo proposito ricordo che i paracarri di segnalazione portano (anzi portavano perché sono state quasi tutte staccate per ricordo) le targhe con la distanza che manca non a Finisterre ma al santuario di Muxia.

 

30 marzo 2005  Oliveroa – Finisterre

Volevo partire tardi ma alle 07.15 gli spagnoli si alzano e fanno un tale baccano da svegliare tutti. Mi alzo anch’io e andiamo insieme al bar a fare colazione e ad aspettare che venga giorno. Camminare lungo la statale a quest’ora sarebbe pericoloso anche con la pila perché piovviggina e c’è la nebbia. La visibilità non è più di 50 metri.

Alle 08.20 parto con tre spagnoli (uno di loro farà il primo tratto in autobus) che però subito restano indietro. Il resto sono 6 km di statale e 11 km di sentiero avvolti nella nebbia. Non capisco dove mi trovo e non vedo niente, 20 metri intorno a me e 5 metri in alto. Non si vede nemmeno la punta degli alberi. Piovviggina a intermittenza il che obbliga a camminare con la mantella così sono più bagnato sotto per la condensa e il sudore che fuori per la pioggia.

A mezzogiorno sono a Cee, bella cittadina sull’oceano, e visto che è l’ultimo giorno festeggio andando a mangiare un piatto di ottimi spaghetti marinera con cozze, vongole, polpa di granchio, gamberetti e polipo in un ristorante del centro che mi ha consigliato ieri l’hospitalera. Dopo Cee il cammino segue il lungomare fino a Corcubion dove si affronta una salita veramente spacca gambe. Da lì il cammino prosegue all’interno fino alla spiaggia di Langosteira dove arrivo alle 15.00. La spiaggia è bella, lunghissima e deserta. La nebbia è a 10 metri di altezza sul mare e copre il paese di Fisterra però non piove e ne approfitto per fare il bagno. L’acqua è gelata e ci sto dentro non più di un minuto poi anticipo un altro rituale dei pellegrini e brucio quì, anziché al capo al calar del sole, un paio di calze usate nel cammino. Come ultimo piccolo rituale tecnologico telefono a casa per fargli sentire il rumore dell’oceano. È un po’ come stare tutti insieme quì sulla spiaggia.

È qui che mi rendo veramente conto di essere alla fine di questo viaggio pensato tanti anni fa, di anno in anno rimandato e poi finalmente iniziato. Sicuramente il cammino è stato diverso da quello che mi ero immaginato leggendo le guide e le esperienze degli altri. Io, appassionato di montagna, avevo già fatto molte escursioni a piedi, traversate e trekking ma mai un vero viaggio passando per paesi e città, attraversando campagne deserte e conoscendo così tanta gente diversa. Vivere con un ritmo lento e naturale ma, a differenza dei trekking in montagna, confrontare il proprio ritmo con quello della vita normale che qui ti sfreccia accanto tutti i giorni, ti aiuta a riscoprire cose e sensazioni che normalmente abbiamo dimenticate. Avere il tempo per pensare senza fretta a te stesso e agli altri, prestargli l’attenzione che meritano senza dover sottrarre del tempo a quello che si “deve”fare, vivere nell’essenziale dove è importante mangiare, dormire e camminare, ti aiuta a “rimettere la barra al centro”, a focalizzare quello che è veramente importante e che vogliamo raggiungere alla fine di questo viaggio nel quale tutti leggono una metafora della vita.

Alle 16.30 sono al rifugio che però apre alle 17.00. volevo scaricare lo zaino ed arrivare al faro senza ma è destino che debba veramente fare tutto il viaggio con lo zaino a spalle. A questo punto 6 km in più non fanno differenza. All’uscita del paese mi fermo alla chiesa del Santo Cristo di Finisterre dove fanno festa il giorno di Pasqua e dove l’hospitalera di Fromista mi aveva raccontato che coprono il piazzale e la strada con disegni fatti con i petali dei fiori. La nebbia non se ne và e la strada che sale al faro ci si infila dentro. La visibilità non è più di 20 metri ed il silenzio è rotto solo dal suono del corno da nebbia che è in funzione dal faro visto che la luce, in giornate come oggi, non si vede. Camminando verso il faro incontro qualche persona che rientra in paese, mi chiede da dove arrivo e mi fa i complimenti poi, a metà strada mi sento chiamare e ritrovo Tanjia!!! Non mi ricordo più se è la quinta o sesta volta che la incontro, tutte le volte me la lascio dietro e la ritrovo davanti però sono contento  e lo interpreto come un buon segno (del destino?): alla meta non si arriva mai soli.

Arriviamo al faro e non si vede niente, si sente il corno da nebbia e nelle pause il rumore delle onde ma non si riesce a vedere il mare. Telefono a casa ma anche Maria Teresa dice che la webcam inquadra solo uno sfondo grigio uniforme. Con Tanjia rientriamo insieme al rifugio dove mi fanno la Fisterrana a andiamo a cena insieme. Ci raccontiamo i nostri cammini visto che ci eravamo incontrati l’ultima volta a Ponferrada. Scopriamo anche che rientreremo con lo stesso autobus da Santiago a Bilbao dove entrambi avremo il nostro volo di rientro.

 

31 marzo – 01 aprile 2005   Ritorno a casa.

Mi alzo presto, preparo lo zaino e trovo anche un bar aperto per fare colazione. Sono l’unico pellegrino che prende il bus delle 07.50 per Santiago ma voglio ancora passare un po’ di tempo in cattedrale con la speranza di incontrare qualcuno che ho conosciuto alla messa del pellegrino delle 11.00. Voglio anche assistere ad una messa del pellegrino perché io sono arrivato il venerdì santo e quel giorno non si celebrano messe quindi non ho avuto la “mia” messa del pellegrino.

Il bus è pieno di studenti che vanno a scuola, la strada è stretta, piena di curve e la linea attraversa tutti i paesini che si trovano tra Finisterre e Santiago. Ad arrivare a Santiago impiega due ore e mezza. Mentre viaggio mi viene in mente che è la prima volta che salgo su un mezzo a motore da quando sono sceso dal treno a St. Jean Pied de Port con Wolfgang … una vita fa.

A messa del pellegrino trovo solo una ragazza tedesca che avevo incontrato a Rabanal, poi vado a mangiare “O gato negro”. Voglio pranzare perché nelle prossime 36 ore il cibo sarà scarso e questa è l’ultima occasione per mangiare pulpo alla gallega e queso y mambrillo.

Dopo pranzo vado in praza da Quintana a sedermi al sole e li incontro Ingo!!! Ci eravamo lasciati dopo Najera. Lui è arrivato ieri e riparte domani per Fisterra. Ci sediamo ad un caffè e per un ora ci raccontiamo il cammino, ci scambiamo notizie delle persone incontrate e di quelle mai più viste come se fossimo i reduci di una guerra o meglio di un’ avventura che poi tale non è. Ci scambiamo le email e ci salutiamo. Nei primi giorni di cammino è stato un buon compagno.

Saluto anche i quattro spagnoli di Valencia che hanno fatto il cammino di Fisterra con me: Cristobal, Carmen e due di cui non ricordo il nome. Anche loro sono stati buoni compagni.

Alle 17.00 sono al terminal degli autobus dove ritrovo Tanjia e incontro le due australiane e un tedesco trovati a Ruitelan in quella fantastica sera al rifugio. Alle 18.00 puntuale arriva l’autobus che fino a Gijon ferma in tutti i paesi come un autobus di linea. Da Santiago a Bilbao cambiamo quattro autisti e ci fermiamo a  fare sosta a Oviedo e Santander.

Dormire in autobus è una tortura. Anche se il bus è spazioso ho sempre il posto accanto a me occupato e quindi non mi posso sdraiare di traverso. Comunque alle 05.15 siamo a Bilbao e alle 05.35 parte il primo bus per l’aeroporto. Alle 06.00 apre la caffetteria e con Tanjia facciamo una lunga colazione. Constatiamo che siamo rientrati nel mondo normale: nella caffetteria siamo in sei sconosciuti, nel cammino dopo un’ora avremmo già conosciuto tutto di tutti, qui non più.

Alle 08.00 lei fa il check-in e ci salutiamo. Ci siamo incontrati 5 volte nel cammino: Burgos, Calzadilla,Sahagun, Ponferrada e Fisterra. Il nostro non è stato un cammino parallelo ma è stato un cammino intrecciato. Ci scambiamo le email e ciao.

Il resto non è che attesa dell’aereo per Londra e una nuova lunga attesa di quello per Torino dove arrivo alle 23.00 e trovo Maria Teresa, Letizia e Cecilia che mi aspettano.

 

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Piccole note tecniche.

Ho fatto tutto il cammino senza avere nessuna vescica né particolari dolori muscolari. Penso che sia in gran parte dovuto all’allenamento fatto su e giù per i monti con lo zaino carico di 15 chili in bottiglie d’acqua da un litro e mezzo. Ho cercato di allenarmi aumentando progressivamente lunghezza delle escursioni, ritmo e carico dello zaino per arrivare alla massima forma a novembre per poi cercare di mantenere l’allenamento nei mesi di dicembre, gennaio e febbraio quando le giornate corte non aiutano chi, come me, si allenava al pomeriggio all’uscita del lavoro.

La cosa che mi ha richiesto più tempo per essere messa a punto è stata trovare il tipo di calze adatto. Ne ho provate di tutti i tipi, anche di molto costose e alla fine le migliori per il mio piede le ho trovate in un ipermercato a 3.50 € al paio. Consiglio a tutti di allenarsi molto indossando le cose che pensano di indossare nel cammino. Un capo di abbigliamento può essere ottimo per escursioni di una giornata ma può rivelarsi inadatto ad essere indossato tutti i giorni per un mese di seguito con lo zaino carico.

Ho sempre camminato con i bastoncini da trekking che trovo utilissimi specialmente viaggiando carichi (il mio zaino in assetto di marcia pesava 13 kg).  Servono anche nei pochi casi, a me è successo due volte, in cui bisogna tenere a bada dei cani.

Nel mio cammino sono passato da temperature di –12° a +25°. È importante per chi cammina d’inverno potersi vestire a strati in modo da potersi adattare bene alle diverse temperature.

Nel periodo in cui ho fatto il cammino, specialmente nel primo tratto fino a Leon, erano aperti circa metà dei rifugi. Di questi molti non hanno il riscaldamento neanche nella sala da pranzo. Io mi sono fatto una tabella con i dati che ho trovato su internet e ho impostato il mio programma di marcia cercando di fermarmi nei rifugi riscaldati. Arrivare in un rifugio dove ci si può scaldare vicino ad una stufa dopo una giornata passata camminando sotto la pioggia o la neve è importante, specialmente se si hanno gli indumenti bagnati. Bisogna tenere conto che in questa stagione la biancheria ci mette almeno due giorni ad asciugare (se non piove). Consiglio comunque di chiedere informazioni agli hospitaleri e di procurarsi i numeri di telefono dei rifugi sui vari siti internet.

Ho fatto il cammino da St. Jean Pied de Port a Santiago in 24 giorni. Ho anche incontrato gente che lo ha fatto in 21 . Prima di partire non ero sicuro che me ne bastassero 28. Durante il cammino ognuno trova il suo ritmo e sarà facile seguirlo adattandosi alle proprie necessità. Penso che in questo aiuti molto viaggiare da soli. Non si dipende da nessuno e comunque si trovano spesso compagni di viaggio per uno o per più giorni.

Al contrario delle esperienze che ho letto nei diari di chi ha fatto il cammino d’estate, il mio cammino è stato abbastanza solitario. Per quattro notti sono stato solo a dormire nel rifugio e questo significava che avrei probabilmente camminato da solo anche il giorno dopo. Ho camminato da solo molti più giorni perché ero il più veloce di quelli che ho incontrato nei primi giorni e poi, quando si raggiunge qualcuno, è perché è molto più lento di te. Logicamente quelli che camminano al tuo stesso ritmo, anche solo un giorno avanti a te, non li raggiungi mai. Consiglio comunque, a chi cercasse di fare il cammino con uno spirito più vicino possibile a quello che io penso fosse l’originale, di partire d’inverno. Almeno a me, che vivo nella zona alpina, il clima non è sembrato poi così duro.

 

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Nel preparare lo zaino per il cammino ho fatto molta attenzione al peso. Per cercare di contenerlo al massimo non ho portato libri con me ma solo la guida, un quaderno per gli appunti di viaggio, il copione dello spettacolo teatrale che con i miei amici stavo preparando e due poesie: “Il viaggio dei magi” di Tomas Eliott e “Lentamente muore” di Pablo Neruda. Molte volte, durante le soste spesso solitarie del mio cammino, le ho lette e sempre mi hanno fatto provare delle emozioni.

Di seguito ne riporto una che spero faccia provare le stesse emozioni a chi la leggerà.

 

Lentamente muore

 

Lentamente muore

chi diventa schiavo dell’abitudine,

ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,

chi non cambia la marcia,

chi non rischia e cambia colore dei vestiti,

chi non parla a chi non conosce.

 

Muore lentamente chi evita una passione,

chi preferisce il nero su bianco

e i puntini sulle “i”

piuttosto che un insieme di emozioni,

proprio quelle che fanno brillare gli occhi,

quelle che fanno

di uno sbadiglio un sorriso,

quelle che fanno battere il cuore

davanti all’errore e ai sentimenti.

Lentamente muore

chi non capovolge il tavolo,

chi è infelice sul lavoro,

chi non rischia la certezza

per l’incertezza per inseguire un sogno,

chi non si permette almeno una volta nella vita

di fuggire ai consigli sensati.

 

Lentamente muore chi non viaggia,

chi non legge, chi non ascolta musica,

chi non trova grazia in se stesso.

Muore lentamente

chi distrugge l’amor proprio,

chi passa i giorni a lamentarsi

della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore

chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,

chi non fa domande

sugli argomenti che non conosce,

chi non risponde

quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi,

ricordando sempre che essere vivo

richiede uno sforzo di gran lunga maggiore

del semplice fatto di respirare.

Soltanto l’ardente pazienza porterà

al raggiungimento

di una

splendida felicità.

 ULTREYA!

 

                                                                            Andrea

abaandrea@libero.it