Fabio, Simona e Rebecca

In bici con la nostra bimba


 

Qualsiasi definizione che si possa dare, a mente lucida, del Cammino di Santiago, non può spiegare che in minima parte quello che il Cammino realmente rappresenta per chi lo compie. E’ impossibile descrivere quell’ondata di emozioni che genera e solo oggi, a distanza di qualche mese, quando tutto sembra lontano, ma pronto a ritornare reale non appena una situazione o una sensazione lo rammentano, solo oggi ci sentiamo pronti trasmettere una piccola parte di ciò che il cammino ci ha lasciato. C’è una frase che mi piace ricordare: “il cammino delle persone comuni”.   In questa semplice frase è racchiuso un grande significato, reso grande dalla moltitudine di storie che si sono intrecciate nel corso di mille anni di pellegrinaggi.  Ed è proprio la consapevolezza di essere persone normali, ma allo stesso tempo particolari, rese speciali dalle proprie peculiarità, dalle proprie motivazioni, dalla propria storia, a rendere questo viaggio davvero unico.  Il nostro ricordo è proprio quello di un viaggio di tre persone normali che il Cammino ha reso speciali.

Erano un paio d’anni, forse tre, che avevo in mente il Cammino di Santiago: sinceramente non so perché, né mi ricordo di qualcuno che me ne abbia parlato. Da un certo punto di vista mi piace pensare, alla luce di quanto vissuto, che sia stato il Cammino a cercare noi e non il contrario e forse, a pensarci bene, è stato proprio così.

Vorrei innanzi tutto chiarire il perché di una scelta, quella di percorrere il Cammino di Santiago in bicicletta. E’ stata ben ponderata, ma comunque era inevitabile per chi decide di compiere un viaggio del genere con una bimba di nove mesi. Era necessario essere più agili e soprattutto veloci in caso ci fosse qualche problema, era obbligatorio far viaggiare Rebecca su un mezzo che fosse confortevole, protettivo nei confronti del caldo e degli agenti atmosferici, che fosse insomma una seconda casa. Dovevamo anche percorrere il Cammino contando solo sulle nostre forze, altrimenti non avrebbe avuto senso. Certo siamo consci di esserci persi alcune cose, ma non l’atmosfera, non l’intensità, non il calore della gente.

Ed è proprio su questo ultimo punto che vorrei concentrare la mia riflessione sul Cammino (perché di questo si tratta, nulla di più): sulle persone che abbiamo incontrato. Sembra una frase banale, ma valeva la pena di compiere il cammino solo per le persone che abbiamo conosciuto. La nostra impressione è stata che chi intraprende un’esperienza del genere e lo fa dall’inizio (poi sull’inizio se ne può discutere, noi siamo partiti da St. Jean, ma c’era chi è partito da Bruxelles o da Stoccarda) è perché ci crede veramente (non necessariamente in senso religioso, ma in senso più ampio), questo ci ha permesso di trovare un filo conduttore tra le persone da noi conosciute, ma anche tantissime diversità da rendere davvero speciale ogni persona incontrata. Abbiamo apprezzato il calore, la complicità e disponibilità e tanta allegria a partire dalla prima tappa fino all’ultima anche se, a dirla tutta, negli ultimi 100 Km le cose cambiano un po’. C’è molta più gente (visto che sono i Km che “valgono” per ottenere la Compostela), c’è una separazione netta tra chi ha vissuto dall’inizio e chi è lì solo per una scampagnata di tre giorni e lo si vede nel comportamento, nel modo di vestire e nel modo di relazionarsi con gli altri. L’impressione è che si perda un po’ lo spirito e tutto divenga una gara e, per chi è partito da molto lontano, è un po’ una doccia fredda che spegne l’entusiasmo accumulato in splendidi giorni di cammino. Nonostante ciò rimane il fantastico ricordo di tutti quelli che ci hanno fatto sentire speciali, di tutti i pellegrini, ma anche della gente del luogo, sempre benevola e disponibile. E’ questa la ricchezza del cammino, tutto ciò che ci hanno lasciato le persone, dall’hospitalero ai compagni di viaggio e che speriamo, a nostra volta, di aver trasmesso a chi ha condiviso con noi anche solo una cena in un albergue, uno sguardo o semplicemente si è sentito dire “hola, buen camino”. Potremmo scrivere molte pagine sugli incontri avuti lungo il camino, nonostante ciò finiremmo comunque per tralasciare qualcuno; però un ringraziamento particolare lo dobbiamo fare: è per i ragazzi della “carovana di Exodus” incontrati per la prima volta a Villafranca Montes de Oca e poi in seguito a Hontanas e Ponferrada. Abbiamo avuto la fortuna di condividere tre serate indimenticabili, sentendoci parte della famiglia ed avendo a disposizione 13 zii infaticabili per Rebecca. Peccato che quando ormai le nostre strade sembravano puntare dirette a Santiago ci siamo persi di vista. 

L’arrivo a Santiago

Durante il camino non abbiamo mai pianificato più di un paio di tappe consecutive perché ogni giorno faceva storia a sé, però negli ultimi 4-5 giorni ci siamo resi conto che era possibile arrivare a Santiago il 21 agosto, vale a dire il giorno in cui Rebecca compiva 10 mesi. Questo è stato un qualcosa in più, un traguardo nel traguardo, un segno per suggellare questa favolosa esperienza. Arrivare ad Arzua (dopo due giorni in cui, a causa della febbre alta di Rebecca, siamo stati vicini all’abbandono) a meno di 40 Km da Santiago la sera del 20 Agosto (e dormire in una stanza privata perché gli albergue erano strapieni) è stato come essere già nella plaza de Obradorio. La consapevolezza di avercela fatta e di gustarsi gli ultimi 30 Km in assoluta scioltezza pensando solo all’emozione di vedere per la prima volta le torri della Cattedrale. L’arrivo vero e proprio è stato un po’ diverso da come ce lo immaginavamo; un po’ perché dal Monte do Gozo non siamo riusciti a vedere  la cattedrale poiché coperta da alberi e qualche costruzione. Inoltre gli ultimi Km in processione ci hanno condotto prima attraverso una serie di interruzioni per lavori nel centro storico e poi attraverso il mercato medievale, bellissimo, ma disagevole per il carrellino. Come ultimo siamo arrivati alla cattedrale dal retro attraverso una scalinata che ovviamente abbiamo percorso a tappe per portare il carrellino e non lasciare incustodite le bici.

Una volta giunti di fronte alla porta centrale della cattedrale tutto è svanito, è riaffiorata la stanchezza (psicologica) di tutto il viaggio e una grandissima emozione ci ha colto.

Fabio Pecora, Simona Lodetti e Rebecca.

fpecora@poli.it