LUCIO CARDILLI
CAMMINANDO NEL MITO
PARTE PRIMA
IL CAMMINO DI “SANTIAGO DE COMPOSTELA”
PREMESSA
Il Cammino di Santiago è un’esperienza che viene da lontano.
I primi pellegrinaggi cominciarono agli inizi del IX secolo quando si diffuse la notizia della scoperta a Compostella (Campus stellae) della tomba di San Giacomo (Santiago in spagnolo), l’apostolo giunto in quelle terre per diffondere il Vangelo.
Per altri versi, anche la scelta individuale di intraprendere il pellegrinaggio a Santiago viene da lontano.
Essa affonda le sue radici nel nostro inconscio.
Nell’esigenza dell’uomo moderno di confrontarsi con il mistero ed il divino.
In quel bisogno di fuga dalla bolgia delle nostre realtà metropolitane.
Nella voglia di infrangere i ritmi sempre più frenetici dei nostri modelli di vita.
In quel desiderio di trovare il tempo per una riflessione, un silenzio.
Talvolta, un po’ di solitudine.
Detto questo, che mi sembra essere una cosa seria, vediamo come mi è venuta la curiosità per questa esperienza.
OPERAZIONE SANTIAGO
LA CONOSCENZA
Tutto è iniziato per pura casualità.
Nei racconti fatti da Edda e le sue amiche al rientro dal pellegrinaggio effettuato a Fatima e Santiago de Compostela, mi aveva colpito - tra l’altro – l’esperienza da loro vissuta a Santiago.
Qui, tra le cerimonie dell’anno giubilare jacobeo ed i festeggiamenti per la ricorrenza, avevano assistito allo spettacolo dell’arrivo di centinaia di giovani e meno giovani vestiti in varie fogge che avevano completato il loro “Cammino”.
Costoro esausti, ma allegri e festosi, si accomodavano dove potevano, anche per terra alla meno peggio cercando di riposare o dormire addossati ai propri zaini, in attesa di entrare nella cattedrale e completare il rito del saluto al Santo.
Mi erano rimaste impresse quelle parole: “Esausti, ma allegri e festosi”.
Infatti, ogni volta che mi venivano alla mente, mi si affacciava con insistenza un dubbio: Forse erano anche felici?
Ma lo erano?
E allora, perché non verificarlo?
DOCUMENTAZIONE
A Settembre, durante il periodo delle cure termali a Montegrotto, Edda ed io ci rechiamo in una libreria di Padova; qui, per approfondire l’argomento, acquisto una guida al Cammino di Santiago.
Dopo cinque minuti di lettura mi convinco che è una esperienza che voglio fare.
L’assenso di Edda mi fornisce lo spunto per dare maggiore consistenza a questa idea di per sé ancora vaga ed indefinita.
DECISIONE
Al rientro a Terracina, interminabili ore di ricerche su internet mi danno un quadro completo fatto di itinerari, guide, immagini, il tutto talmente dettagliato che non ho più alibi.
Alla luce di tutte queste informazioni e dopo aver approfondito la lettura dei racconti con consigli e suggerimenti di tanti pellegrini delle varie parti del mondo, decido che posso fare il viaggio.
Restano da risolvere alcune cose personali: un intervento chirurgico da tempo rinviato, la terapia di riabilitazione della fastidiosa tendinite del bicipite destro e qualche altra incombenza di minor conto.
A novembre risolvo con l’intervento chirurgico e approfitto della convalescenza per iniziare la terapia al tendine, che completo a dicembre.
A gennaio sono pronto.
MOTIVAZIONI
Quando ho comunicato agli amici e conoscenti la mia decisione, le domande più ricorrenti sono state: “Perché lo fai?” e “ Perché da solo?”.
Perché lo faccio.
Dopo 14 anni di guida per oltre tre ore al giorno - tutti i giorni lavorativi – nel tragitto “Terracina-Roma-GRA (130Km)” e ritorno, anche la persona più paziente ed equilibrata comincia ad avere visioni di praterie sconfinate e di paesaggi di sogno.
In realtà, le motivazioni vere possono essere più profonde e di vario ordine.
Sicuramente ci sono quelle di ordine spirituale.
La fede e la devozione, infatti, sono le potenti molle che spingono noi credenti nei luoghi dove si esprime la religiosità.
Santiago è per me un luogo nuovo, tuttavia non ho saputo resistere al fascino mistico e misterioso di questo modo antico di peregrinare.
Ci sono poi motivazioni di ordine spirituale non legate alla religione.
Il desiderio, ad esempio, di ricerca interiore e di meditazione che possono essere fatti un ambiente fuori del tempo, carico di stimoli che spingono alla riflessione ed ai bilanci.
Ci sono infine anche quelle più prosaicamente materiali come la voglia di un pizzico di avventura e la vanità di poter raccontare le esperienze vissute. Ma di questo non mi debbo certo vergognare dato che sono elementi del mio carattere.
Perché da solo.
Da solo perché, in fondo, il cammino può rappresentare la metafora della vita. C’è un inizio, un percorso ed una meta. Dove si arriva soli.
Da solo perché, comunque, nel cammino non si è mai soli.
Si possono condividere - senza filtri e senza condizionamenti - esperienze, umori, sensazioni con gli occasionali compagni di viaggio cui a nostra volta possiamo dare conforto ed aiuto.
Da solo, poi……. con cellulare al seguito e con soste in rifugi dotati di telefono e collegati regolarmente con mezzi pubblici.
REALIZZAZIONE
Tecnica
L’organizzazione del viaggio ha comportato la scelta di equipaggiamento ed abbigliamento che doveva rispondere a due requisiti fondamentali: pesare poco ed asciugarsi velocemente.
Il limitato numero di capi da portarsi per il cambio, per contenere il peso, impone infatti di lavarli alla fine di ogni tappa per poterli riutilizzare eventualmente in quella successiva.
Al di la delle battute sui costi, debbo dire che, con una scelta oculata e sfruttando le liquidazioni di fine stagione sono riuscito ad ottenere un contenimento consistente del budget.
Logistica
Questo è un capitolo a sé.
La complessità di far collimare gli orari è stato un vero gioco ad incastro.
Alla fine mi sembra che la conclusione abbia premiato la pazienza della ricerca.
L’itinerario è dunque questo.
5 Maggio - Partenza da Ciampino per Santander (è l’aeroporto più prossimo al luogo da me scelto per iniziare il pellegrinaggio).
A Santander bus per la stazione ferroviaria.
Qui un treno mi porta a PALENCIA dove ho la coincidenza per LEON:
Pernottamento a LEON.
6 Maggio - Partenza in pullman per ASTORGA e da qui comincio il cammino.
Prima tappa: Astorga – Rabanal del Camino Km. 21 (Montagna)
7 Maggio - Seconda tappa: Rabanal – Ponferrada KM 32 (Montagna)
8 Maggio.
Terza tappa: Ponferrada - Villafranca del Bierzo KM 23 (Pianeggiante vario)
9 Maggio - Quarta tappa: Villafranca del Bierzo – O Cebreiro KM 28 (Montagna: molto dura!)
10 Maggio - Quinta tappa: O Cebreiro – Sarria KM 38 (Montagna)
11 Maggio - Sesta tappa: Sarria – Portomarin KM 22 (Montagna; percorso vario)
12 Maggio - Settima tappa: Portomarin – Palas del Rey KM 24 (Montagna)
13 Maggio - Ottava tappa: Palas del Rey – Arzua KM 28 (Pianeggiante vario)
14 Maggio - Nona tappa: Arzua – Santiago de Compostela KM 39 (Pianeggiante vario)
15 Maggio - Santiago de Compostela – Visita alla città - Partenza dall’aeroporto di Santiago per Madrid – Due ore di attesa in aeroporto a Madrid per la coincidenza per Santander. Pernottamento a Santander.
16 Maggio - Partenza da Santander per Roma (Ciampino)
Bus per stazione Termini
Treno Roma Termini -Terracina
Finalmente a casa!
PREPARAZIONE
La preparazione fisica ha richiesto uno sforzo progressivo ma costante.
Ho iniziato con marce di quattro Km al giorno, a giorni alterni, e con lo zaino con poco carico.
L’allenamento è proseguito con percorrenze sempre maggiori e con pesi sempre crescenti.
Gli ultimi giorni ho svolto allenamenti che prevedevano 25 Km di marcia con zaino in assetto da viaggio (11 Kg), fatti per tre o quattro giorni di seguito.
Nella realtà le percorrenze saranno maggiori e forse di maggior impegno, ma ritengo di poterle affrontare con buone possibilità di successo.
Non è stato possibile portare a termine un programma più intensivo perché ciò avrebbe comportato l’estraniarsi dalla vita di tutti i giorni.
Uno degli aspetti più duri dell’addestramento, anche se meno evidente, è stato il grande sforzo psicologico necessario per affrontare quotidianamente, da solo, un allenamento molto pesante.
Comunque, le lunghe ore passate immerso nella vegetazione del Circeo, in un’esplosione di piante in fiore, di colori, di polline, tra i versi degli animali, mi hanno almeno in parte ricompensato dell’impegno.
CONCLUSIONE
Ho preferito scrivere queste note prima di iniziare il viaggio per evitare che, nell’intenzione di scrivere un diario al rientro, potessero essere influenzate dalla esperienza vissuta.
Così potrò verificare, in maniera asettica, se le aspettative e le motivazioni della partenza hanno resistito all’impatto con la realtà.
La realtà, infatti, è crudele ed è in grado di frantumare i sogni più belli.
Ma è anche vero che, talvolta, può superare la più fervida fantasia.
Solo al rientro, quindi, saprò in che misura gli entusiasmi ed i sogni della partenza sono stati appagati.
E ora non resta che partire!
ULTREIA!
Ultreia! Saluto di incoraggiamento tra pellegrini.
Dal latino ultra (più) ed eia (avanti).
Questa parola è già presente nel “Codex Calixtinus”
Una guida di codifica delle tappe risalente al XIII secolo.
PARTE SECONDA
…… e ora mi chiamano
SANTIAGO
Ora, qualche volta, con una battuta, mi chiamano “SANTIAGO”.
La cosa non mi dispiace, anzi, penso a quando questo nome
compare ne “Il vecchio e il mare”, di E. Hemingway:
“…..Il vecchio che allora non era vecchio, ma SANTIAGO, el campeon…..”
e, un piccolo brivido mi percorre la schiena.
A Edda che è stata l’ispiratrice di questo viaggio e che ho sentito sempre vicina.
A Mariagrazia e Daniela che, con la spinta del loro entusiasmo giovanile, mi hanno dato la forza di portarlo a termine.
IL POEMA DEL MURO
Polvere, fango, sole e pioggia
È il cammino di Santiago
Migliaia di pellegrini
E più di un migliaio di anni.
Pellegrino chi ti chiama?
Quale forza oscura ti attira?
Non il cammino delle stelle
Né le grandi cattedrali.
Non la selvaggia Navarra
Né il vino dei Riojani
Né i frutti di mare galleghi
Né i campi della Castiglia.
Pellegrino, chi ti chiama?
Quale forza occulta ti attira?
Non la gente del cammino
Né gli usi rurali.
Non la storia e la cultura
Né il gallo della Calzada
Né il palazzo del Gaudi
Né il castello di Ponferrada.
Tutto questo vedo passando
E vederlo è una gioia
Ma la voce che mi chiama
È molto più profonda.
La forza che mi spinge
La forza che mi attira
Non so spiegarla neanch’io
Solo chi arriva lo sa.
Eugenio Garibay (scritto sulla parete di una vecchia fabbrica lungo il cammino alle porte di Najera)
EPILOGO
Ce l’ho fatta!
La lunghezza del percorso, in relazione al tempo disponibile, non rendevano la cosa del tutto scontata.
Ma…… ce l’ho fatta.
Forse era questo che mi interessava più di ogni altra cosa e, comunque, alla fine è stata questa la spinta che mi ha portato alla conclusione.
Delle motivazioni ho già parlato.
Ci eravamo lasciati con: ULTREIA! L’augurio rivolto ai pellegrini per la prosecuzione del viaggio.
In realtà ho scoperto che questo è un augurio più per iniziati e per persone colte che per il popolo.
La gente, le persone che incontri, ti salutano molto più semplicemente e amichevolmente con: “Buen camino, peregrino! ”
E allora iniziamo.
IL VIAGGIO
Roma-Santander 5 maggio 2005
Il primo giorno è sempre quello più lungo.
Mi sveglio alle 5 (E’ una cabala? 05/05/05 ore 05). Mi alzo un po’ più tardi e, alle 7,30 Nicola (fresco pensionato) con Mirella mi accompagnano a Ciampino.
Per strada mi scoppia un mal di testa molto forte, uno di quelli che magari mi capita due o tre volte l’anno ma che tardano a passare. Cominciamo bene.
In aeroporto prendo una pasticca e durante il volo, tra un dormiveglia e l’altro il mal di testa mi passa.
Ora mi sento più sicuro .
Arrivo in orario a Santander e prendo il bus per il terminal. Do indicazioni a due ragazze italiane dirette a Leon come me.
Faccio il biglietto per Palencia dove c’è la coincidenza per Leon. L’impiegata è scorbutica ma mi fa capire che non è possibile fare il biglietto unico dato che uno dei treni è regionale. Bella rogna.
In attesa della partenza, dopo un pò vedo passare l’impiegata dello sportello che se ne va perché ha terminato il servizio.
Penso che averle fatto perdere qualche minuto per le spiegazioni, la avesse resa poco amichevole. Nessuna meraviglia sulla natura di alcuni impiegati pubblici.
Dopo 45 minuti di attesa, prendo il treno e, dal finestrino, comincio ad assaporare il paesaggio che dovrò attraversare domani. Ammiro a lungo le propaggini dei monti del Leon, primo banco di prova del cammino.
A Palencia, zaino in spalla, faccio il biglietto e prendo il treno per Leon; arrivo alle 20 e mi rendo conto che è ancora giorno (per questioni di meridiano qui il sole tramonta alle 21,20 circa).
Allora invece di dormire a Leon, decido di proseguire per Astorga dove arrivo in pulman alle 21 circa.
Comincia a fare buio e spero che la mia credenziale sia in regola altrimenti dovrò trovarmi un posto per dormire.
Mi faccio dire dove si trova l’albergue (alloggio) dei pellegrini e mi indicano una stradina di lato alla cattedrale del Gaudì.
Nell’attraversare il piazzale antistante la cattedrale do una rapida occhiata all’opera del Gaudì all’imbrunire: splendida, ma purtroppo non sono qui in visita culturale.
Entro nell’albergue ed il primo vero impatto con il cammino di Santiago ce l’ho con Felix l’hospitalero (responsabile della struttura); gli mostro la credenziale, mi mette il primo sello (timbro) che consente di pernottare per una sola notte negli albergue.
Solo alle persone malate, come solo a Santiago, è consentito pernottare per tre notti consecutive.
Mi mostra i letti a castello, i servizi, le docce, la cucina e mi da il benvenuto.
Qui uomini e donne dormono in camerate separate.
Preparo il mio sacco a pelo in un letto al piano basso e penso di essere stato fortunato a non avere nessuno che dorma sopra.
Scendo in cucina e ceno con il panino con fettina panata portato da casa. La fettina si rivela una sola nel senso che sembra proprio una suola da scarpe.
Alcuni pellegrini parlano con Felix; una ragazza legge in un lato della sala ed un giovane dai riccioli scuri un po’ imbambolato, che mi sembra un angelo sognatore, sta finendo di mangiare accanto a me. Chiedo se gradisce qualcosa ma mi ringrazia e termina il suo pasto. Dopo poco vedo che si alza e va ad offrire un pezzo di dolce alla ragazza; li lascio che conversano.
Io sto in piedi dalle 6,30 sono stanco e vado a dormire.
A dormire…..
Alla mia sinistra un signore russa tutta la notte ed alla mia destra un altro non solo russa, ma fa un discorso a due voci. Si fa la domanda in falsetto e si risponde con un vocione.
Dal piano di sotto come dal piano di sopra la luce filtra dalle fessure del pavimento e da quelle del soffitto dato che entrambi sono fatti di assi antiche e sconnesse.
La notte, quando qualcuno si alza e cammina al piano di sopra, il peso fa scricchiolare le assi con rumori poco rassicuranti.
Durante la notte mi alzo per accostare la finestra del balcone da cui proviene uno spiffero freddo.
Non è un bel dormire.
PRIMA TAPPA
Astorga-Rabanal del Camino 6 maggio 2005 - Km 21
Mi alzo alle 5,30 mi lavo preparo lo zaino ed alle 6,30 Felix apre la cucina per una colazione self-service veramente funzionale ed attrezzata. La migliore di tutto il cammino. Pane tostato, burro, marmellata, succhi di frutta, yogurt etc. il tutto per Euro 2,50.
La cosa non mi dispiace ma mi renderò conto dopo che questo è un servizio prestato dagli albergue privati e non da quelli pubblici.
Alle 7,00 con tempo buono ma molto fresco sono fuori che è ancora buio ma comincia ad albeggiare.
Non conosco la strada ma so che l’imperativo del cammino è quello di seguire la flecha amarilla (freccia gialla).
Felix mi dice che all’uscita devo andare a sinistra.
Così faccio e mi trovo solo nella notte in una città sconosciuta.
Nel silenzio, il rumore dei passi ed il ritmo dei bastoncini mi rincuorano.
Al primo bivio la prima vera emozione del cammino: eccola! La flecha amarilla.
Seguo la direzione con un misto di tranquillità e di commozione.
Dopo qualche chilometro, l’abitudine cancella questa forma di gratitudine ma non cancella l’assoluta dipendenza del pellegrino da questo segnale.
Lo si trova da tutte le parti: sui marciapiedi, sull’asfalto, sui sassi, sui tronchi degli alberi, sugli spigoli delle case e dovunque possa sorgere un dubbio sulla direzione da prendere.
Esco dalla città e prendo un sentiero sterrato abbastanza pianeggiante. Fotografo la chiesetta di Valdeiglesias, ammiro una cicogna in volo e nell’assoluto silenzio mi sento in pace con il mondo.
Si alza il sole e, visto che il cammino conduce ad ovest, mi rendo conto che la mattina avrò il sole sempre alle spalle. Questo è un buon riferimento per orientarsi ma non va preso sempre per buono perché, come capirò andando avanti, il cammino - che ricalca sentieri antichi - porta a fare innumerevoli variazioni di direzione.
Mentre cammino vedo in lontananza altri due pellegrini che procedono davanti a me: comincio ad avere la misura di cosa sia il pellegrinaggio.
Li raggiungo; sono francesi moglie e marito anziani. Qualche parola e proseguo lasciandoli attardati.
Fotografo alcuni nidi di cicogne sui campanili e sui pali della luce. Mi sembrano una presenza inusuale, ma quando vedo gruppi di cicogne che pascolano nei campi, smetto di fotografare perché capisco che qui la loro presenza è normale.
Arrivo a S. Catalina di Somoza. I tavoli del bar lungo la strada invitano ad una sosta. Al tavolo accanto al mio due australiani moglie e marito scambiano con me alcune parole. Sono partiti da Samport e mi dicono che ci vogliono non so quante ore per loro per rientrare a casa una volta finito il cammino.
Prendo café y leche (caffè e latte) mangio qualche biscotto che mi porto dietro, faccio delle foto ricordo e riprendo la via per El Ganso.
Durante il percorso vedo parecchie case rurali di pietra distrutte. E’ evidente che molti dei paesini che attraverserò stanno risorgendo solo in virtù ed in funzione del cammino.
Mi sorprende la vastità del paesaggio rurale in contrasto con la mancanza di presenza umana ad eccezione dei rari pellegrini.
Entro nel bosco in salita in un sentiero quasi parallelo alla strada; il percorso non è molto faticoso.
Il sole però, si fa sentire; comunque, verso le 12 dopo una marcia senza grandi difficoltà sono a Rabanal del Camino. (1.150 m. di altitudine).
Mi sistemo all’ albergue del Pilar; qui camerata mista con 40-50 posti letto; scelgo un letto al piano basso e lo occupo stendendovi sopra il mio sacco a pelo.
Dopo una bella doccia, esco nel cortiletto interno lavo i miei panni e li stendo al sole che ora è molto forte. Dopo meno di tre ore è tutto asciutto.
L’acqua della vaschetta per lavare i panni era talmente gelida da non consentire di tenere le mani a bagno per più di qualche minuto: sicuramente la più gelida di tutto il cammino.
Non ho fame: ogni ora, durante la marcia, bevo acqua e mangio frutta fresca o secca e qualche snack energetico e quindi sono sazio.
Vado a riposare ma non riesco a dormire e, verso le 15, decido di mangiare qualcosa.
La hospitalera mi propone carne di maiale e patate. Accetto e mi porta un piatto di quelli grandi da pizza napoletana, due immense bistecche di maiale con salsicce con un sugo rosa pallido e patate fritte; dico che è troppo ma mi risponde che è la porzione.
Accanto a me un signore mi chiede in italiano di dove sono: gli rispondo che sono di Terracina e con mia sorpresa mi dice di conoscerla. Capisco dopo il motivo: è un appassionato di archeologia e mi conferma di averla visitata molti anni fa.
E’ della svizzera italiana e mi da chiacchiera ma io, dopo un po’, senza essere scortese, lascio cadere la conversazione.
Fedele alla mia scelta di fare il cammino da solo, parlo con tutti ma evito di fare gruppo per la marcia del giorno successivo.
Finisco di mangiare e vado a fare quattro passi nel paese. Verifico che, date le dimensioni del paese, (cinque o sei case; non più grande di Badino, per intenderci) mi rimane molto tempo per bighellonare.
Al rientro trovo il mio amico svizzero al bar che, in francese, ha attaccato discorso con un signore canadese.
Staranno al bar per varie ore con boccali di birra che vanno e vengono.
Verso sera faccio un’altra camminata nel paese e, nella periferia incontro due vecchi, moglie e marito, che con dei bastoni incedono lungo la strada.
Li vedo in controluce mentre il sole tramonta e mi sembra una visione di altri tempi; mi dicono che sono del luogo (lo avevo intuito) e stanno facendo una passeggiata; mi augurano buen camino e mi lasciano.
Rientro per la cena e lo svizzero con il canadese sono ancora al bar.
La signora mi elenca una serie di cose, chiedo qualche chiarimento su lomo con patate e mi dice che è carne.
Prendo il lomo ma, con mio stupore, mi accorgo che si tratta delle stesse due bistecche di maiale con salsicce che ho mangiato a pranzo. La carne è buona e procedo ma mi viene in mente la barzelletta del contadino che in città, al ristorante, chiede il bis.
Una pasticca di magnesia bisurata è necessaria per arginare l’acidità di stomaco che monta.
Prima di andare a dormire esco per una boccata d’aria e, sulla panchina, nel piazzaletto davanti l’ingresso, sorprendo il canadese che parla da solo.
E’ ubriaco o l’ha ubriacato di chiacchiere lo svizzero?
La notte non passa tranquilla.
Trovo, infatti, il letto superiore occupato da un ragazzo spagnolo e quello in basso accanto al mio da una signora svedese.
La signora russa moderatamente mentre, la definizione di cavallo pazzo che mi viene in mente per lo spagnolo, individua appena il suo modo di dormire.
Si rigira tutta la notte nella branda con sobbalzi che fanno oscillare la struttura del letto a castello.
Non è stato un bel dormire! E sono due.
SECONDA TAPPA
Rabanal del Camino-Ponferrada 7 maggio 2005 Km 33
Alle cinque mi alzo e comincio a portare fuori della camerata le mie cose per non disturbare chi dorme.
Mi lavo e mentre preparo lo zaino mi ritrovo con una coppia di tedeschi anziani che stanno per uscire.
Nel cortiletto interno alzo la testa per osservare il tempo, e mi appare un cielo terso pieno di stelle brillanti.
Resto senza fiato.
Individuo, anche con mia sorpresa, l’Orsa Maggiore, l’Orsa Minore e la stella polare.
Spiego ai tedeschi quali sono le stelle dei due carri e indico la stella polare facendo sfoggio di una competenza che li lascia stupiti. Mi ringraziano e se ne vanno che è ancora buio; mi dicono che si orientano con una torcia.
Dentro di me mi sono vergognato come un cane perché queste sono le uniche due costellazioni che conosco mentre i tedeschi avranno pensato di aver a che fare con uno scienziato.
Comunque, che male c’è?
Alle 6 l’hospitalera apre la cucina, ma è presto per servire la colazione mi dice che può darmi solo café y leche caldo.
Mi sconsiglia di partire al buio perché se non hai “la lantierna te pierde”.
Faccio colazione con i miei biscotti di cereali e alle 6,30 parto.
Comincia ad albeggiare e, dopo un paio di chilometri su asfalto entro in un sentiero e – grazie al chiarore del primo mattino – non mi pierdo
Inizia la salita e la vista sulla valle si allarga sempre di più. Ancora una volta mi stupisce l’assoluta mancanza di animali e di persone per un raggio molto vasto a perdita d’occhio.
Incontro di tanto in tanto abbeveratoi e fontanili ma nessun segno di vita.
Comincio ad individuare per terra tracce abbastanza fresche di ferri di cavallo e penso che qualcuno che sta facendo il cammino a cavallo mi stia precedendo di qualche giorno. Comunque, in seguito non ho mai incontrato nessuno a cavallo.
Dopo qualche ora di cammino sono a Foncebadon: un vero paese fantasma.
Completamente diroccato con poche case ristrutturate e con un minuscolo albergue (credo di dieci posti).
Ci sono dei lavori in corso per il rifacimento della strada che attraversa tutto il paese; il che rende ancora più spettrale la vista. Non si vedono persone.
Fotografo una capanna in paglia e pietra tipica del luogo (forse anche questa è una palloza di cui troverò traccia più compiuta al Cebreiro).
Attraverso a fatica il paese tra scavi, tubi e macchine di movimento terra e continuo la salita verso il luogo tra i più emblematici del cammino.. La “cruz de hierro” (la croce di ferro).
Qui ogni pellegrino deposita una o più pietre portate dal suo paese e prega per ottenere benedizioni.
Si dice che in origine fosse addirittura un simbolo pagano dove fu aggiunta poi la croce.
Comunque, per i credenti questo luogo è fonte di benedizione e di protezione divine.
Alla fine, quando la croce appare mi sento veramente immerso nel vivo del pellegrinaggio.
Raggiungo la cima del cocuzzolo di sassi formato nel modo descritto; deposito i miei sassi con una preghiera particolare per ciascuno di essi , poi mi allontano per un po’ di raccoglimento e per riposarmi.
Proseguo e mi fermo a Manjarin. Questo è luogo a dir poco strano; i titolari sono vestiti da antichi templari e ti accolgono con musiche da messa miste a ritmi celtici in un miscuglio di souvenir con croci, calici, simboli, incensi, collane e spade in un guazzabuglio di stili e di credenze.
Il cammino è anche questo.
Nella baracca posticcia dove offrono queste cose, mi colpisce, sul tetto fatto di assi assemblate alla meno peggio, la presenza di vari pannelli fotovoltaici.
Antico e supermoderno in un contrasto strano.
Me la sto prendendo comoda perché, nonostante il caldo e la fatica, vedo che il mio allenamento mi consente di superare senza grande affanno le fatiche che incontro.
Abbandono Manjarin e proseguo la salita verso il monte Irago: è il monte più alto del mio tratto di cammino (1.510 metri).
Passo tra arbusti, boschi e tornanti e mi sembra di non arrivare mai. Ad ogni tornante se ne presenta un altro sempre in salita. Ora il sole è implacabile e fa molto caldo.
Mi rifocillo ad intervalli regolari di un’ora con l’acqua ed i biscotti o la frutta che ho sempre con me. Finalmente arrivo alla cima. La vista è stupenda ed anche la soddisfazione è grande.
Penso che il peggio sia passato. Purtroppo non è così: un’occhiata verso il basso mi riconduce alla realtà. Ponferrada è appena visibile per la lontananza ma soprattutto vedo sotto di me tornanti molto ripidi costellati di radi pellegrini che procedono lentamente.
La discesa, dapprima ripida ma su un sentiero abbordabile, diventa sempre più scoscesa e si tramuta in una pietraia dove i piedi non poggiano mai in piano e sono sollecitati dalla costante irregolarità dell’appoggio.
Raggiungo El Acebo ma sono a pezzi. I piedi stressati oltre misura, le braccia stanche per lo sforzo di sostenere con i bastoncini il peso dello zaino e di alleggerire lo sforzo delle ginocchia.
Il sole sta facendo la sua parte. Colpisce implacabile.
Vedo una casa con un alberello ed una panchina in ombra: mi ci butto sopra per riprendermi al fresco. Bevo parecchia acqua e prendo degli integratori salini.
Dopo una decina di minuti, abbastanza provato ma vigile, riparto. Meno male che sono vigile: dopo una breve salita mi viene il dubbio di aver sbagliato strada; in lontananza, vedo un cameriere di un ristorante al quale faccio dei segni per cercare una conferma. Si sbraccia indicandomi di cambiare direzione. Così faccio e riprendo a scendere. Questa volta imbocco un sottobosco molto folto; a volte debbo abbassarmi per non restare impigliato con lo zaino.
Non vedo nessuno davanti a me e non sento rumori di altri pellegrini dietro di me. Esco dal sottobosco in un caldo asfissiante e , in uno dei tornanti intravvedo in lontananza, a tratti, la sommità di uno zaino: è una ragazza che mi precede.
Mi tranquillizzo e cerco di non perderla di vista. Per lo meno non sono solo.
Passo per gole molto strette e ripide, su pietre di lavagna in diagonale, scivolando e riprendendo l’equilibrio grazie ai bastoncini e, per non perdere il contatto visivo con la ragazza, non mi curo più dei piedi.
Un pensiero mi balena tra il serio e il comico: se scivolo e cado con lo zaino, mi ci vorrà almeno mezz’ora solo per riprendere fiato e rialzarmi.
Non mollo neppure per un attimo: cinque secondi per fare una foto con la digitale con una sola mano e via fino a Molinaseca.
Attraverso il Puente Romano e piombo (nel senso anche del peso morto) su una sedia di un bar per una coca cola fresca.
Un quarto d’ora di tregua, qualche chiacchiera con due signore inglesi al tavolo accanto che, avendo visto che fotografavo il mio zaino, si offrono di farmi una foto con la mia macchina.
Pago al bar e scambio qualche battuta con un gruppo di persone spagnole che mi dicono che a Settembre debbono venire a Milano all’ospedale Niguarda per lavoro. Non approfondisco perché ho ancora molta strada da fare.
Proseguo ma penso che per la maggior parte dei pellegrini la tappa finisce qui; però per il mio programma ho ancora otto chilometri per arrivare a Ponferrada.
Mentre attraverso la cittadina assolata, incontro una signora claudicante che mi saluta con buen camino e mi invita a fermarmi qui perché c’è un buon albergue.
Forse mi ha visto un pò stremato. La tentazione è forte, ma non mi fermo.
All’altezza del paese di Campo, incontro un pellegrino che procede in senso inverso. Mi allarmo e gli chiedo se ho sbagliato strada; mi conferma che la strada è giusta e che lui, terminato il pellegrinaggio, sta ritornando in Francia.
Arrivo nel pomeriggio a Ponferrada in un albergue tenuto da svizzeri e, nessuna meraviglia sull’efficienza e l’organizzazione.
Anche qui, camerate miste ma con massimo quattro castelli (otto posti) per ogni stanza.
Mentre mi sto sistemando in un letto al piano basso sopraggiunge lo svizzero che conosce Terracina che, essendo arrivato prima di me ha già preso il letto accanto al mio.
Scambiamo alcune impressioni e mi conferma che la discesa per lui è stata durissima.
Questo non toglie nulla alla mia stanchezza ma mi conforta nel giudizio.
Giornata molto dura.
Alla solita routine: doccia e bucato, si aggiunge oggi anche la cura dei piedi. Ho qualche principio di arrossamento ma tutto sommato non ci sono vesciche.
Lo svizzero mi propone di uscire insieme per andare a mangiare qualcosa. Lui scende nel salone e quando lo raggiungo mi dice che si è aggregato ad un ragazzo ed una ragazza canadesi che si stanno preparando la cena e che quindi resta con loro.
Non sono misantropo, ma in fondo sono contento di restare solo.
Faccio una rapida visita esterna al castello di Ponferrada. Fotografo una sposa (rivedendo il CD di Paolo Coelho sul cammino, egli dice che l’incontro con una sposa a Ponferrada porta fortuna). Speriamo.
Mi fermo in un buon ristorante e mangio alla carta: Antipasto (più abbondante di un primo), secondo di calamari fritti interi, (non a rotelline) molto teneri, verdura, frutta, dolce, vino e acqua. Totale 19 euro.
Rientro per andare a dormire. In camerata sopraggiungono due ciclisti spagnoli che prendono posto nei letti superiori.
Questa notte vorrei dormire e quindi chiedo se sono tranquilli: mi assicurano “no roncamos” non russiamo.
In effetti questa notte riesco a dormire anche se il no roncamos sopra il mio letto, ogni tanto va in apnea e fa sospiro molto rumoroso come se stesse soffocando.
Niente a che vedere, comunque, con “cavallo pazzo”
TERZA TAPPA
Ponferrada-Villafranca del Bierzo 8 maggio 2005 Km 23
Mi alzo presto, alle 6,30 faccio colazione con i biscotti ed un caffè e latte dal distributore automatico interno all’ albergue e alle 6,45 parto.
Attraverso il rio Sil e dopo meno di un’ora in leggera salita arrivo a Columbrianos. Piccola sosta davanti ad una chiesa dove, sul piazzale antistante, una lastra di cristallo protegge un reperto antico. (Una specie di piccozza scolpita nella pietra).
La strada prosegue pianeggiante, comoda e priva di difficoltà. Ci voleva per farmi riposare un po’.
Proseguendo incontro il piccolo eremo di San Roque; passo tra paesini puliti e silenziosi e mi colpisce ad un certo punto l’esposizione all’aperto delle opere di uno scultore. Il tempo è tiranno e non mi consente di effettuare una visita. La fotografo per ricordo.
Supero Camponaraya ed entro nel Bierzo. Dopo qualche saliscendiprendo una strada attraverso i campi. Una macchina che mi raggiunge si ferma e il conducente mi dice che debbo prendere l’altra direzione. Avevo fatto appena una decina di metri e debbo aver interpretato male la freccia gialla; meno male che è arrivato il salvatore.
Passo tra filari di vigneti molto ben tenuti e curati e arrivo a Cacabelos.
Durante il percorso, ad ogni fermata vengo superato dagli altri pellegrini che a mia volta scavalco quando loro si fermano.
In una di queste soste mi supera il canadese che procede molto spedito: infatti lo ritroverò solo all’arrivo.
Dopo Cacabelos inizia una salita, niente a che vedere con quella di ieri, comunque tanto per non dimenticare come funziona.
Il sole in queste giornate è molto forte, e camminando su strade aperte non c’è riparo di sorta.
In una delle mie fermate vedo dietro di me, in lontananza, lo svizzero; preferisco non aspettare e vado avanti da solo.
Dopo le solite soste per bere e prendere qualche energetico, alle 12,45 arrivo a Villafranca del Bierzo.
A casa avevo pianificato di dormire all’albergue privato della famiglia Jato, ma preso dal pensiero di dovermi riposare e, complice il gran caldo, mi sono fermato al primo ricovero che ho incontrato che è quello municipale.
Mi accorgo dopo che quello di Jato è a 50 metri da quello dove mi trovo; in ogni modo la sistemazione è molto confortevole e non ho rimpianti.
Mentre mi sto registrando arriva lo svizzero; si incontra con il canadese che era già arrivato e decidono di proseguire per Pereje.
Mi chiedono cosa intendo fare. Sono ancora stanco di ieri e preferisco dedicare questa giornata al riposo per affrontare in forma la tappa di domani che è la più difficile del cammino. Perciò mi fermo qui.
Esco per andare alla lavanderia situata ad un lato dell’edificio per fare il bucato quotidiano e, sedute all’ingresso, vedo due signore con le caviglie gonfie e nere che vengono curate con impacchi di ghiaccio; non si tratta di fratture ma comunque ho l’impressione che difficilmente potranno riprendere il cammino.
Chiedo all’hospitalera dove si può mangiare e mi dice che c’è un posto al centro del paese dove si mangia bene. Alla mia richiesta, mi dice che è vicino e mi indica la direzione.
Forse non l’ha fatto apposta; in linea d’aria il luogo è vicino, ma dimentica di dirmi che per arrivarci bisogna fare una discesa molto ripida ed una salita su asfalto talmente accentuata che hanno dovuto fare per terra delle tracce trasversali antisdrucciolo.
Vado a mangiare: caldo gallego (una specie di minestra di pesce con gamberi, pezzetti di polipo, verdure e ceci) e per secondo merluza cioè pesce con patate (qui ho l’impressione che tutti i pesci si chiamino merluza).
Visito la città, e risalendo all’albergue, entro nella chiesa di Santiago di Villafranca del Bierzo e fotografo la puerta del perdòn.
A questa chiesa, infatti, il papa spagnolo Callisto III conferì il privilegio dell’indulgenza per tutti quei pellegrini che a causa di qualche malattia non potevano raggiungere Compostela.
Per ottenerla dovevano passare sotto la porta della chiesa chiamata appunto “porta del perdono”
E’ pomeriggio, vado a letto per riposare ma non dormo; leggo qualche cosa ma poi arriva una ragazza americana che prende posto sul letto sopra il mio.
E’ fidanzata con un ragazzo di Verona che l’accompagna; parlo con il ragazzo e gli dico che conosco Verona dove sono stato un paio di volte.
Mi dice a sua volta di aver visitato Roma con degli amici.
Mentre discorriamo, entrambi si curano a vicenda le vesciche e mi danno dei suggerimenti.
Colgo l’occasione per curare anche io i miei piedi e mi accorgo che le due dita accanto all’alluce del piede sinistro mi fanno male e sono completamente nere.
Temo terrorizzato che si tratti di una frattura ma, fortunatamente quando li muovo con l’ausilio delle mani, a parte il dolore verifico che sono integre.
Questo è lo sforzo della terribile discesa di ieri: metto la pomata contro gli ematomi e penso che tanto basti.
Finita l’operazione esco per recuperare i miei indumenti che, con il sole di oggi, sono asciutti.
Esco di nuovo per andare in centro: stessa ripida discesa, salita anche peggio (molto brevi entrambe, ma le gambe non lo sanno) e sono nella piazza principale.
Oggi è domenica e, mi ha detto l’hospitalera, giornata di comunioni.
In piazza si vedono famiglie vestite per l’occasione: alcuni bambini indossano per la comunione un vestitino alla marinara. La cosa mi sembra strana ed il pensiero corre a all’epoca in cui anche noi “Vestivamo alla marinara”.
Tanto per non dimenticare il caldo di oggi: alle 17,30 un pannello luminoso in piazza indica la temperatura di 30 gradi. Penso che durante la marcia della mattina si siano raggiunti i 33 gradi (li ho sentiti tutti ma, comunque, è passata).
Ceno al solito bar ma non voglio mangiare tanto e ordino una paella. Errore perché purtroppo mi portano una paella che secondo me era precotta. Mangio lo stesso ma non me la gusto come speravo.
Giro per i negozi del centro e solo ora mi rendo conto che, essendo festa, sono tutti chiusi; non ho acquistato il cibo per il giorno seguente, sono preoccupato e mi faccio indicare un posto dove poterlo acquistare.
Un bar in fondo all’uscita del paese vende anche qualcosa da mangiare ma si tratta essenzialmente di formaggio e di insaccati, cose che vorrei evitare.
Prendo dei biscotti e una bustina di muesli e mi ritiro per la notte.
Questa notte la camerata è tranquilla e la ragazza sopra di me si gira solo qualche volta, ma riesco a dormire ed a riposare bene.
Comincio ad abituarmi.
QUARTA TAPPA
Villafranca del Bierzo-O Cebreiro 9 maggio 2005 Km 31
Oggi è il giorno tanto temuto e tanto atteso: quello del mitico Cebreiro. Definito da tutte le guide il più duro del cammino
Staremo a vedere.
Sveglia presto e partenza alle 6,30.
Per uscire dalla città debbo passare per il centro: solita discesa ripida e salita da vertigine e si arriva in piazza, dove ho mangiato ieri.
La attraverso tutta ed in fondo, prima del fiume, trovo un bar aperto.
C’è una ragazza che serve due avventori spagnoli. Il più giovane le fa un po’ di corte (non capisco tutte le parole ma l’atteggiamento è chiaro). Prendo un latte e caffè e acquisto dei biscotti e degli snack; pago, e la ragazza mi regala tre bon-bon al cioccolato (forse per incoraggiamento). Gli spagnoli scherzando si lamentano del favore riservato allo straniero e allora la ragazza ne dà uno per uno anche a loro.
Spaccato di vita da bar di periferia.
Quando esco mi trovo quasi subito ad un bivio dove anche una coppia di tedeschi è in dubbio sulla direzione della freccia gialla: infatti essa punta su una strada in salita ed una in discesa.
Poi il tedesco si ricorda che dobbiamo attraversare il fiume perciò prendiamo la direzione del ponte in discesa.
Dopo un pò la strada comincia a salire (tanto per non abituarsi male): a seguire inizia un lungo tratto pianeggiante a fondo valle che costeggia il fiume e si svolge su una pista in cemento ai bordi della strada statale ben delimitato da una barriera di cemento o da un guard-rail.
Il traffico sulla statale è quasi inesistente perché assorbito da una nuova superstrada che vedo scorrere in alto sul cavalcavia che mi sovrasta.
La montagna ritarda la comparsa del sole e, camminare al fresco su suolo compatto è un piacere per i piedi. Egoisticamente mi rallegro: tutti chilometri guadagnati con il minimo dello sforzo.
Davanti ho un signora tedesca affaticata che struscia il bastoncino. Quando la raggiungo la prego di prendermi la bottiglia di acqua che ho nello zaino: ciò mi evita il fastidio di metterlo a terra e di indossarlo di nuovo, da solo.
Sono 12 Kg. che mi gestisco abitualmente da solo, ma quando possibile chiedo aiuto per evitarmi la fatica.
Mentre mi attardo con la signora tedesca sopraggiunge una coppia di brasiliani: saluti e convenevoli d’occasione e poi proseguono.
Vanno piano e dopo poco li supero.
Sempre in condizioni ottimali passo i paesini di Pereje e Trabadelo e arrivo a la Portela de Valcarce. Sul monumento al pellegrino leggo che mancano 190 Km. a Santiago.
Sulla strada per arrivare ad Ambasmestas alcune case di contadini espongono bastoni e oggetti e souvenir di artigianato del legno per i pellegrini; hanno trovato il modo di arrotondare i loro guadagni. In uno di questi ho visto che vendevano anche bibite, frutta fresca e secca; acquisto un pacchetto di frutta secca mista, chiedo il prezzo e la signora mi dice: “Un euro”.
Le dico che mi sembra un po’ caro; mi risponde nella sua lingua: ”Signore mio, oggi con un euro non si compra più nulla”.
Resto estasiato.
La saggezza popolare non ha patria. Sono le stesse identiche parole che si possono sentire al nostro mercato settimanale da persone del popolo.
Mi fermo a Vega de Valcarce per rifornirmi di acqua; un signore in un chiosco mi offre un bicchiere di acqua fresca presa da una caraffa su un tavolinetto; sono restio a bere acqua di fonte, ma sarei scortese a rifiutare.
Mi dice che è brasiliano e nel suo chiosco vi sono immagini di una Madonna brasiliana. Ho l’impressione che si tratti di venerazione di dubbia religiosità, un misto di fede e di superstizione.
Bevo, faccio apporre il sello sulla mia credenziale, lascio un’offerta e chiedo una bottiglia d’acqua da portare con me.
Mi aiuta a prenderla dal distributore automatico del bar vicino.
Arrivano i due brasiliani, fraternizzano ed è tutto un parlare nella loro lingua. Saluto e proseguo.
Attraverso una zona con molto verde, mucche al pascolo qualche raro agricoltore e molti rivoli d’acqua.
Ai bordi di uno di questi sono stati realizzati un tavolo e quattro sedili in pietra ed accanto un barbecue coperto; ne incontrerò molti altri: sono invitanti, ma da solo è impensabile mettersi a fare qualcosa alla brace.
Sarà per una prossima volta, in compagnia.
Ecco Ruitelan poi La Herrerias: ho fatto già molta strada e l’ultima parte in leggera salita. Non sono stanco ma ora il sole mi sta ammazzando: sudo molto e bevo ad intervalli sempre più ravvicinati.
So anche che il bello viene ora: 8 km. Con 700 metri di dislivello.
Il sentiero entra nel bosco ed inizia la salita al magico Cebreiro.
Quello che ritenevo essere un cammino in realtà si tramuta ben presto quasi in una scalata. Pietre sconnesse sulle quali sono costretto ad arrampicare lavorando moltissimo con i bastoncini.
Le braccia mi fanno male ed i polpacci spingono a fatica.
Il sentiero si restringe tra pareti di roccia con arbusti; ho la sensazione di salire delle scale ma senza gradini.
Il sole sembra quello di agosto: diventa un problema anche asciugarsi la fronte; passo il fazzoletto tra il cappello (indispensabile) e gli occhiali; vanno fuori posto entrambi e faccio acrobazie per rimettermi in ordine continuando la marcia.
Ogni tanto le gocce di sudore colano sulle lenti e sono costretto a pulirle; ne approfitto per bere e poi: avanti!.
Poco prima di La Faba incontro delle mucche che scendono seguite da un contadino; debbo accostarmi ad una delle pareti e, facendomi scudo con i bastoncini, le lascio passare; mi strusciano, tanto è stretto il passaggio.
Il sole, sempre alle spalle, sembra più cocente che mai.
Ho il fiato corto ma non sono in apnea: bevo ogni tanto e, passo dopo passo guadagno la salita di pochi centimetri per volta.
All’improvviso, sulla sinistra, appena sfiorandomi mi sorpassa un giovane con lo zaino; mi saluta e sale con una velocità impensabile.
Lo perdo di vista in un istante tant’è che ancora mi chiedo se era un miraggio o un atleta in vena di record.
Mistero!
Una tale visione mi lascia demoralizzato ma non mollo: come dice un mio amico i morti si contano alla fine della battaglia.
Così, mentre boccheggio dalla fatica, in un ultimo sforzo arrivo a La Faba.
So che qui c’è un albergue molto ben attrezzato e sono in dubbio se fermarmi e dormire o solo riposarmi per poi ripartire.
Riprendo fiato sul piazzale, poggio lo zaino, mangio qualcosa, bevo e mi avvicino all’ingresso.
Un cartello risolve il mio dilemma: si apre alle 13,00; sono le 12,30 e non mi va di perdere mezz’ora in attesa.
Decido di andare avanti; la salita si attenua un po’ ma la difficoltà resta elevata.
Incontro altre mucche con relativo pastore e la cosa mi fa considerare che al di là dei pastori residenti e dei pellegrini, non c’è ragione per fare questi sentieri.
Arrivo a Laguna de Castilla (quattro case in fila) e mi chiedo cosa significhi questo nome in alta montagna.
Per strada mi imbatto in “cavallo pazzo” che si sta riposando, seduto su una pietra, e sta mangiando.
Ci incontreremo altre volte nelle tappe successive.
Scambio un saluto e approfitto a mia volta per un po’ di frutta secca, biscotti e acqua e poi via verso il Cebreiro.
Incontro la pietra miliare molto bella che annuncia la fine della provincia di Leon-Castilla e l’inizio della Galizia.
Non la fotografo perché è tutta imbrattata di vernice spray.
Anche i pellegrini sono lo specchio del malcostume della società.
Mentre avanzo verso il Cebreiro il tempo comincia a cambiare; in lontananza compare qualche nuvola.
Questo ultimo tratto sembra interminabile: per converso ammiro un paesaggio vario e stupendo.
Quando arrivo, il tempo si è guastato definitivamente: si è alzato il vento e le nuvole si rincorrono sotto un sole residuo ed intermittente.
Prima di raggiungere l’albergue mi fermo ad ammirare il paesaggio da tutti i lati.
E’ stata una giornata molto dura ma, con la soddisfazione di una meta raggiunta, considero quanto sia stato entusiasmante passare da un fondo valle pieno di verde e di ruscelli ad una cima tra le più alte del cammino tra una vegetazione che diventa sempre più arida ma che ripaga con paesaggi da favola.
Indimenticabile!
Arrivo all’albergue: camerata molto grande. Prendo il posto di sotto e, mentre svuoto lo zaino, sopra di me si piazza una ragazza svedese.
Faccio la doccia, ed inizio a trattare i piedi: sono spuntate le prime vesciche. Mi faccio dare dei cerotti dall’hospitalera e, come da manuale, con l’accendino sterilizzo l’ago.
Foro con ago e filo la vescica, taglio il filo in modo che resti inserito dentro la vescica stessa, faccio uscire bene il liquido poi disinfetto e con garza e cerotto completo l’operazione.
E’ una cosa lunga solo a descriversi; a farla, da solo, in posizioni scomode, impiego quasi un’ora.
Mi decido a fare il bucato ed a stendere gli indumenti; il forte vento li fa ammucchiare ma spero che si asciughino.
Speranza vana.
Davanti alla lavanderia, in un angolo defilato ma non troppo, un ragazzo ed una ragazza spagnoli seduti in terra parlano a voce alta e tranquillamente vedo che si preparano uno spinello.
Mi sembra quasi un controsenso, ma tant’è.
Faccio un giro per il piccolo borgo: ammiro le pallozas abitazioni di pietra con il tetto di paglia; entro in alcuni negozi di souvenir dove c’è un miscuglio di simboli cristiani misti a simboli celtici. Le musiche celtiche si spandono per il borgo ampliate dagli altoparlanti.
Per strada si muovono quattro o cinque cani molto grandi e molto rissosi.
Passo guardingo per non innervosirli finchè uno dei padroni non li zittisce.
Visito infine la chiesa preromanica molto bella dove è custodito il “caliz del milagro”.
Il calice del miracolo dell’eucarestia; oggetto di culto e devozione. Un altare laterale alloggia una stupenda madonna : la Vergine di Santa Maria del Real.
Noto, con mia sorpresa, che alcuni pellegrini (pochi) che incontro abitualmente sono in fervente preghiera.
Mentre rientro per raccogliere il mio bucato, incrocio un collega di Roma che non vedevo da due anni.
Sembra impossibile.
Ci riconosciamo, scambiamo poche parole.
Mi dice che sta facendo il cammino in bicicletta e apprende che io lo sto facendo a piedi.
Ci salutiamo senza ulteriori dettagli: ho percepito che entrambi desideravamo restare soli.
Ritiro i miei indumenti che non sono asciutti. Bel problema.
Ora fa decisamente freddo; indosso il giacchettino di pile sotto la giacca a vento e vado a mangiare.
Il ristorante sta dentro una di queste pallozas.
Mentre aspetto di essere servito arriva la moglie del ristoratore con un bambino nella carrozzina. La nonna ha appena acceso il fuoco nel grande camino che domina la sala.
Prende la carrozzina, la posiziona accanto al camino, prende la copertina la avvicina al fuoco e la fa riscaldare; poi con cura la pone sul neonato.
Un gesto tanto naturale e tanto antico che mi fa pensare che l’amore dei nonni è uguale in tutto il mondo.
Mi servono un caldo gallego (una specie di minestrone con verdura) e poi ternera con patate (uno spezzatino di carne di vitella in cui ogni pezzo è di circa due etti) ne lascio quasi la metà. Vino e postre (il dolce che chiude tutti i pasti in Spagna).
Rientro per andare a dormire e trovo Ché Guevara che parla con la ragazza svedese seduto sul letto superiore.
Questo Ché Guevara lo avevo visto già a Villafranca del Bierzo: lo avevo notato perché indossava una pettorina di tessuto di lana grezza con la foto del Ché, e portava un basco da rivoluzionario.
E’ spagnolo e cerca un approccio in inglese molto stentato con la ragazza.
Si lasciano ed io posso mettermi a dormire.
La notte la ragazza si muove poco e, a parte le persone che russano nei letti vicini, ed anche perché vinto dalla stanchezza, riesco a dormire.
QUINTA TAPPA
O Cebreiro-Samos 10 maggio 2005 Km 30
Partenza alle 6,45.
I bar, in questo piccolo borgo, a quest’ora, sono chiusi; colazione fredda. Biscotti, frutta secca e acqua.
Prima di partire appendo i calzini umidi allo zaino: spero che durante il giorno si asciughino.
Si comincia camminando in quota in mezzo al verde. Una leggera nebbia offusca il panorama.
Dopo qualche chilometro inizia una pioggerella leggera; spero che passi e proseguo senza indossare il poncho.
Presto mi imbatto in una coppia di tedeschi che si stanno sistemando i loro poncho. Mi fermo a faccio come loro pregandoli però di darmi una mano a sistemare la parte posteriore del mio.
Un giovanotto ci sorpassa a testa scoperta e ci saluta.
Faccio un po’ di strada e la pioggerella smette: penso che forse aveva ragione il giovane.
E invece no; dopo poco la pioggia riprende con maggior vigore. Di tanto in tanto smette per poi riprendere. Il tutto con una variabilità talmente frequente che anche solo mettere e togliere il cappuccio della giacca a vento diventa fastidioso.
Siamo in Galizia: la regione viene anche chiamata l’Irlanda della Spagna. Ora capisco perché, e la ragione di tanto verde.
Nel frattempo tra un acquazzone e l’altro la nebbia si infittisce. Entro in qualche bosco con un po’ di apprensione, ma la flecha amarilla mi fa buona compagnia e mi indica sempre la via giusta.
Non incontro nessuno per ore ed in questo clima non è il massimo per il morale.
Mi consolo pensando: c’è nebbia, c’è pioggia ma per lo meno non fa freddo.
Come non detto. Giro un tornante e un freddo gelido mi assale unitamente a raffiche di vento. Smetto di pensare perché altrimenti il tempo potrebbe anche peggiorare.
Alcune sventolate fanno sbatacchiare i lembi posteriori del poncho con schiocchi quasi di frusta. Sono costretto a fissarli infilandoli sotto il cinturone dello zaino.
In queste condizioni supero i paesi di Linares e Hospital de Condesa.
Una salita breve ma molto dura (ormai è una costante) mi porta ad Alto do Poio.
Da qui si inizia a discendere prima in maniera dolce, poi sempre più accentuata finchè la strada diventa molto ripida e particolarmente difficile (non come la discesa del monte Irago).
A parte le condizioni atmosferiche che oggi sono decisamente più sfavorevoli.
Ad ogni modo arrivo a Triacastela. Qui il grosso dei pellegrini si ferma sia perché è una tappa standard e sia perché c’è un albergue molto ben attrezzato.
Sono stanco con acqua che gronda da tutte le parti; la tentazione di fermarsi c’è sempre ma, con rammarico, pur di rispettare il mio programma, decido di proseguire.
Prima di riprendere, sono quasi le 13, mi fermo ad un bar-trattoria per mangiare qualcosa.
Mentre mi tolgo il poncho mi accorgo che ha un piccolo strappo all’altezza del collo; penso che, prima di ripartire, potrei cercare di ricucirlo con delle spille da balia.
Ordino pulpo gallego (polpo alla gagliega) e, con abbondante pane ed un bicchiere di birra, faccio un vero pranzo, seduto, che mi ristora dello sforzo della giornata.
Sazio, ed abbastanza riposato, mi appresto a terminare la mia tappa. (Meschino! Dicono in Sicilia; ancora non so cosa mi aspetta).
Prendo il poncho per tentare la riparazione ma mi si apre in due lungo la linea dello strappo iniziale: inutilizzabile.
Chiedo dove posso buttarlo e cerco di organizzarmi per il resto della tappa.
Serro bene la giacca a vento, copro lo zaino con la sua copertura impermeabile, attacco il borsello con i documenti, le mappe, le bibite e gli snack sul petto, agli anelli anteriori dello zaino ed esco.
Piove in modo regolare e, ben presto, dopo 500 o 600 metri sotto l’acqua, mi rendo conto che senza la copertura del poncho, il borsello non trattiene l’acqua.
Le mappe si sono inzuppate e sono scolorite per cui piuttosto che renderle inservibili mi fermo e, sotto l’acqua, mi organizzo diversamente. Apro la giacca a vento e con il borsello a tracolla sulla pancia, con un po’ di sforzo chiudo la chiusura lampo della giacca stessa.
Quando serro le cinghie di appoggio dello zaino sulle anche, la giacca a vento diventa più corta e, oltre a farmi sembrare una donna incinta mi fa bagnare ancora di più i pantaloni.
Stringo bene il cappuccio e dispongo la visiera perché le gocce di acqua di scolo non mi vadano sugli occhiali.
Riprendo il cammino e la cosa sembra funzionare. Ad un certo punto, affronto una curva in salita a sinistra, protetto dal guard-rail ai bordi della nazionale. Ammiro d’intorno la collina con alberi e vegetazione lussureggiante. All’improvviso comincia un acquazzone con gocce talmente pesanti che le vedo quasi rimbalzare per terra.
Lo spettacolo è di una bellezza selvaggia: peccato che sia toccato a me di esservi immerso. (anche in senso letterale).
Infatti, dai pantaloni sento l’acqua scendere da tutte le parti e, lentamente, infilarsi nei calzettoni ed entrare nelle scarpe. La marcia prosegue con i piedi letteralmente a mollo.
Metto in salvo, nelle tasche della giacca a vento, il portamonete ed i documenti che nelle tasche dei pantaloni si stavano inzuppando.
Alcuni autisti di TIR, che transitano sulla statale in una nuvola d’acqua, mi osservano attoniti.
Però non ho alternative; e allora: stringere i denti ed andare avanti!
Lo scroscio sarà durato 20 minuti ma a me è sembrato molto, ma molto più lungo.
Quando ha ripreso a piovere in maniera normale, mi sembrava quasi di andare a passeggio.
Proseguendo, attraverso alcuni piccoli paesi.
Mentre percorro un sentiero in discesa, davanti a me vedo una signora che sta palesemente male: si ferma ad ogni passo e si muove con estrema lentezza. Stavo pensando come poterla aiutare, quando – in una curva – mi accorgo che poco più in basso c’è un signore che porta due zaini e cerca di fare coraggio alla compagna di viaggio.
Ho pensato che entrambi, in fondo, stavano peggio di me: non dico che ciò mi abbia risollevato ma mi ha meglio predisposto per l’ultimo sforzo per arrivare a Samos.
Li raggiungo e mi spiegano che sono del Venezuela e che la signora ha i piedi rovinati dalle vesciche.
Mentre scendiamo per un breve tratto insieme, ci si apre, nella vegetazione, la vista dall’alto del monastero di Samos: sembra un miraggio per la sua bellezza. Appena il tempo di fare una foto e, anche se mancano solo 500 o 600 metri per raggiungere l’abitato, si scatena un nuovo acquazzone.
Il primo istinto è quello di correre verso il paese al riparo. Ma dove vado? Con 12 Kg di zaino sulle spalle e su un sentiero con rivoli d’acqua e pietre scivolose, sarebbe un suicidio.
Scelgo di vivere e mi bagno lentamente finchè non raggiungo la pensilina di un edificio pubblico, dove mi riparo.
Secondo la guida del cammino, che ho con me, davanti al monastero dovrebbe esserci una pensioncina a 15 euro per la notte compresa la prima colazione.
Nelle condizioni in cui mi trovo, giudico che mi potrebbe andar bene: purtroppo la guida è aggiornata al 2002 e la pensione ora non c’è più.
Ripiego per la foresteria albergue del monastero.
Entro e trovo solo otto sciagurati come me: due fratelli spagnoli (Maurizio e Alejandro) che chiamo los hermanos, un francese con la bici, i due venezuelani, una coppia dei paesi dell’Est ed un altro ragazzo spagnolo.
Solito rituale: doccia, bucato, cura dei piedi.
Per stendere il bucato lego un spago tra le spalliere di due letti ma, in tanta umidità, ben poche cose si asciugheranno.
Discorso a parte per i piedi. L’acqua ha fatto macerare la pelle e le vesciche sono aumentate. Tampono come posso giusto per uscire in paese per comprare qualcosa da mangiare.
Parlo con los hermanos e anche ad uno di loro si è strappato il poncho; decidiamo di vedere se in paese ne troviamo di nuovi.
Vediamo uno sprazzo di sole e ci prepariamo per uscire ma appena sull’uscio comincia una pioggia insistente.
Siccome il tempo passa ma l’acqua non smette, mi rimetto i pantaloni del giorno già bagnati, per non pregiudicare quelli asciutti da usare domani, e ci dirigiamo verso una tienda (bottega tipo supermercato).
Troviamo i poncho e, per sicurezza, poiché sembrano leggeri, ne acquistiamo due per ciascuno. Acquisto pure pane, prosciutto, formaggio e frutta per la cena.
Rientro ma sento che le vesciche mi fanno male perciò esco una seconda volta (ma ora non piove) e vado in farmacia a comprare il betadine e un rotolo di cerotto.
Con santa pazienza tratto tutte le vesciche e con le dita dei piedi che mi sembrano quasi ingessate mi metto a mangiare.
Il ragazzo spagnolo solitario mi consiglia di inserire negli scarponi carta di giornale pressata, perché così assorbe l’umidità.
In effetti, questa soluzione, per me nuova, è stata risolutiva. La mattina i giornali erano zuppi d’acqua ma gli scarponi erano asciutti.
Comunque, si è fatto tardi e vado a letto.
Siamo poche persone, dislocate lontano una dall’altra nella enorme camerata per cui, complice la stanchezza, anche questa notte dormo.
SESTA TAPPA
Samos-Portomarin 11 maggio 2005 Km 34
Anche questa mattina colazione fredda.
Partenza alle 7,15 con cielo nuvoloso, ma non piove. Copro lo zaino con la copertina impermeabile ed esco.
La strada è in leggera discesa e ben presto supero Sarria ed entro in un bosco oscuro in una natura umida e verdeggiante.
La nebbia rende il cammino quasi tenebroso e la pioggia che va e viene mi accompagna sempre.
Attraverso campagne ben curate con terreni arati e boschi in un intrecciarsi di strade dove è richiesta la massima attenzione per non perdersi.
Programmo di fare una sosta a Barbadelo e marcio concentrato nell’attesa.
Poiché sta passando troppo tempo comincio a dubitare di averlo saltato.
Alla fine vedo un gruppo di case e, come temevo, un contadino mi dice che ci troviamo a Mercado de Serra. Ho superato Barbadelo senza accorgermene tanto ero preso nei miei pensieri.
Mi avvicino ad un bar per prendere qualche bottiglia di acqua e fuori, fissati ad un albero, vedo due cartelli con le fotografie di due pellegrini: sono dispersi e si invitano le persone che li avessero visti a fornire informazioni.
Il messaggio non è molto incoraggiante soprattutto quando entro nel bosco con nebbia.
Mi rendo conto, però, che nel cammino si perde la percezione del pericolo: si entra quasi in una trance che deforma la realtà. Mai e poi mai, in condizioni normali mi sarei avventurato nelle nebbia da solo dentro un bosco. Qui sembra normale.
La strada in alcuni tratti è invasa completamente dall’acqua. Diventa infatti un vero e proprio profondo ruscello di fango dove non è possibile camminare.
Allo scopo di consentire di andare avanti, alcuni lastroni di pietra sono stati posizionati al centro della carreggiata così il pellegrino procede per saltelli.
In altri posti bisogna camminare sui bordi dove alcune pietre aiutano a non affondare nella fanghiglia.
In queste zone ci sono molti horreos, costruzioni a forma di piccola cappella poste su piedistalli, che servono a conservare il mais (horreo).
Dopo il piccolo borgo di Brea inizia una leggera pioggia.
Per tentare di prenderne il meno possibile, ho deciso di superare la mia regola di fare una piccola sosta di ristoro ogni ora.
Infatti, cerco di fermarmi, compatibilmente con la lunghezza del tratto percorso, quando piove e di prolungare il tempo per arrivare alla sosta successiva quando c’e il sole: così sfrutto in qualche modo il clima adattando il mio programma all’incostanza del tempo.
Con la pioggerella che seguita, mi fermo a Mirallos per mangiare; sono fortunato perché appena mi siedo si scatena un forte temporale.
Avevo appena ordinato, che entrano una quindicina di ragazzi per ripararsi (forse una scuola) e fanno una gran confusione per farsi servire.
Vengo servito per primo: un boccadillo (panino) con tonno e pomodoro; penso che se fossi entrato appena più tardi avrei perso forse un’ora per attendere tutti.
Infatti, anche solo per pagare ho aspettato una decina di minuti e sono stato aiutato da un vecchio che beveva al bancone.
Questi, con grande sfoggio di cultura verso i suoi amici, in un italiano più che approssimativo, mi ha detto che conosceva Roma e mi ha chiesto come stava il Papa appena eletto, visto in televisione.
Ho ricambiato dicendo in spagnolo, in modo che sentissero i suoi amici, che parlava molto bene l’italiano.
Morale: ha chiamato in dialetto il gestore il quale mi ha fatto pagare subito e così mi sono liberato.
Bardato da pioggia, ringrazio e saluto. Con mia somma fortuna, quando esco il temporale è passato. Questa volta mi è andata di lusso.
Mentre cammino mi superano los hermanos, i due fratelli di Samos. Hanno un passo molto svelto, ma fanno soste molto prolungate perché ci superiamo a vicenda varie volte anche nelle tappe successive.
Dopo Rozas inizia la discesa verso Portomarin non senza qualche saliscendi tanto per spezzare le gambe. Superato l’ultimo dislivello inizia una ripida discesa finale da cui si vede il ponte di Portomarin.
Questa è una cittadina sulla diga del fiume Mino. Si arriva sulla statale dalla parte opposta e bisogna attraversare un lunghissimo ponte moderno sul lago.
Arrivato sull’altra sponda - naturalmente piove - chiedo dove si trova l’albergue ; mi indicano due vie: o una scalinata quasi verticale che mi appare interminabile, o la strada sulla destra.
In entrambi i casi concludono con la parola ”arriba”.
Ora, questa parola, che nei fumetti di Tex Willer e nei ricordi dell’infanzia conoscevamo come incitamento, in realtà qui significa “in alto” e cioè se proprio lo vogliamo dire: Salita!
Sono stanco; la tappa è stata molto lunga e tartassata dalla pioggia intermittente, però mi rassegno e con santa pazienza scelgo la strada e comincio a salire per l’ultimo sforzo.
Arrivo all’albergue, edificio molto ben attrezzato: prendo posto in un letto in basso (lo preferisco) e comincio il solito rituale: doccia, cura dei piedi ma questa volta salto il bucato; non ho altri ricambi da indossare in caso non si asciugassero gli indumenti lavati.
La camerata molto grande si popola con estrema rapidità: accanto a me c’è una signora svedese, dall’altra parte una ragazza tedesca quasi obesa. C’è una grande confusione di persone che vanno e vengono.
Esco per la cena e piove. Attraverso la strada e vado sotto i portici dove c’è un ristorante.
Ordino una specie di minestrone e pulpo gallego (mi è piaciuto); mentre finisco di cenare, al tavolo accanto al mio tre signori parlano italiano.
Ben presto fraternizziamo poi ciascuno per proprio conto ci ritiriamo. Li ritrovo nella camerata accanto alla mia: due sono milanesi (quello con la barba sta facendo il cammino completo) il terzo, il più giovane, è svizzero.
Ci tratteniamo a fare quattro chiacchiere ed uno dei due italiani, quello senza barba, ci racconta che, mentre parlava con casa al telefono pubblico, ha iniziato a piovere; lui al riparo della cabina non se n’è accorto.
Finita la telefonata e uscito allo scoperto ha indossato il cappuccio della giacca a vento.
Il cappuccio, mentre telefonava, era rimasto fuori dal riparo della cabina e si era riempito di acqua.
Per cui con il gesto normale di coprirsi si era fatto una doccia.
Abbiamo riso un po’ tutti, lui compreso; evidentemente l’aveva presa bene.
Ci diamo la buona notte e mi avvio verso il mio letto. Mi infilo nel sacco a pelo e cerco di dormire; la svedese accanto russa in modo normale ma mi sono dovuto spostare perché nel girarsi invade col gomito parte del mio cuscino.
La ragazza quasi obesa russa con frastuono. Alle tre di notte mi decido di aprire il mio borsello e tirare fuori i tappi di silicone per le orecchie. Con grande precauzione cerco di strappare il contenitore di plastica per estrarre i tappi. Nel silenzio della notte sento: Ssssss…….!
Era la tedesca che, forse disturbata nel suo russare, mi zittiva.
Stavo per lanciare una di quelle frasi colorite e liberatrici ma poi mi sono morso la lingua.
Piazzati i tappi, il frastuono si è ridotto e, in qualche modo, ho dormito (in qualche modo!).
SETTIMA TAPPA
Portomarin-Palas del Rei 12 maggio 2005 Km 25
Tappa breve, programmata per riposarsi ed affrontare meglio quelle successive.
Esco verso le 7, attraverso la strada e sotto i portici e trovo un bar aperto: café y leche con croissant (è un cornetto gigante che viene servito in un piattino e si mangia con coltello e forchetta).
Molto bene.
Parto che sono le 7,30: cielo coperto con poche nuvole.
Attraverso il lago artificiale del giorno prima passando da un ponte laterale più in basso. Dopo poco prendo un sentiero tra alberi di pino.
Qui trovo la nebbia che mi perseguiterà per circa 15 chilometri più o meno 4 ore.
La prima sosta la faccio a Gonzar dove faccio apporre un sello e proseguo. Sempre tra la nebbia passo una lunga serie di paesini in salita camminando per lunghe ore nell’altipiano.
Raggiungo Castromayor ed entro in un bosco di eucaliptus: mi trovo immerso in un profumo molto intenso.
Incontro una famiglia di tedeschi: i genitori e due figli, maschio e femmina sui 20 anni. Un saluto e via.
La zona è prevalentemente agricola: si vedono molte mucche ed è possibile incontrare molti horreos dalle varie fogge.
Finalmente, dopo Ligonde la nebbia svanisce e fa posto ad un sole molto forte ma che si alterna con la solita rapidità a nuvole minacciose.
Il cammino è un continuo saliscendi ed il sentiero da percorrere è situato a lato della statale, delimitato da una sorta di cordolo in pietra con la linea gialla.
In una di queste salite vedo da lontano un contadino che sta portando le mucche al pascolo, trasferendole da un prato ad un altro, passando per la statale.
Assisto, involontario testimone, ad una scena che mi riporta all’infanzia vissuta in campagna.
Il richiamo del contadino, le urla ed il modo di dirigere le mucche avevano gli stessi accenti e le stesse modalità di quelli del Borgo dove sono vissuto.
In una salita l’uomo, incurante delle rare macchine che passano ed indifferente al mondo che cambia, volta le spalle alla strada e sotto il sole, con assoluta naturalezza orina all’aperto. Poi, soddisfatto, si accende una sigaretta e continua ad incitare le bestie.
Quando lo supero, lo saluto e mi risponde tranquillo: hola buen camino!
Non piove e mi fermo per una sosta in un parco attrezzato all’aperto; mangio qualche biscotto, una mela, bevo e poi reintegro la scorta dal solito distributore automatico.
Una cosa curiosa, soprattutto avvicinandosi a Santiago, è che molte case dei contadini, nei piazzali antistanti l’abitazione hanno dei distributori automatici di bibite legati con una catena agli alberi del cortile: anche questo è un sistema per arrotondare le entrate.
In una delle lunghe discese che incontro prima di Palas del Rei vedo davanti a me il ragazzo svizzero della sera precedente che avanza zoppicando; Lo supero, ci salutiamo ma poi lo rivedo solo alla penultima tappa.
Senza forzare arrivo a Palas del Rei; chiedo dove si trova l’albergue e mi dicono che è al centro del paese e vi si arriva con una stradina in discesa.
Dall’alto, quindi, vedo l’entrata e mi si stringe il cuore: seduti su una panchina accanto alla porta di ingresso ci sono due pellegrini che mi sembrano due barboni; alla vista della sporcizia che traspariva (e traspirava) sono tentato di andare oltre.
Mi rendo però subito conto che non sono pellegrini ma due barboni veri che si sono appoggiati alla panchina per bere una birra e poi se ne vanno.
Decido di entrare e, anche qui, penso di essermi sbagliato. Infatti ci sono dei lavori in corso e la cucina si presenta come un cantiere.
Salgo al piano di sopra, trovo la porta della camerata e riprendo un po’ fiato alla vista di un ambiente tutto sommato decente.
In quel momento c’è solo una signora tedesca che avevo visto la mattina al bar di Portomarin: mi complimento perché è arrivata presto ed anche abbastanza prima di me dato che si sta preparando per uscire.
Scelgo un posto per dormire accanto al muro, lo occupo con il sacco a pelo e vado a fare la doccia.
I bagni e le docce sono in comune: i bagni hanno la porta ma le docce no.
Hanno un divisorio in muratura che copre per metà l’area del piatto doccia per cui, mi giro di schiena e mi lavo.
Quando esco per asciugarmi mi accorgo che le finestre non hanno le tende quindi la gente da fuori, che passeggia per la strada in discesa da cui sono arrivato, vede quello che avviene dentro.
A seguire faccio il mio bucato e per stenderlo tiro il mio solito filo sul balconcino all’aperto.
Curo i miei piedi e poi esco in paese per mangiare. In una tienda compro una empanada (pizza farcita) che la vecchia signora mi spiega di aver fatto lei in casa.
Compro della frutta (noto che le ciliegie costano 4,5 euro al Kg ma quando ritorno a casa mi dicono che da noi stanno a 13 euro)
Rientro e, preoccupato del tempo che minaccia di piovere, ritiro i miei indumenti e li stendo in un locale interno adibito a lavanderia con stenditoio al coperto.
Esco di nuovo, sul tardi per la cena: non ho molta fame ed in un bar mangio un boccadillo (panino) caldo.
Quando mi ritiro per dormire vado a prendere gli indumenti stesi e, naturalmente, tranne gli asciugamani, il resto non è asciutto.
In camerata vicino alla porta di ingresso vedo il milanese con la barba della sera precedente che dorme nel suo sacco a pelo.
Accanto al mio letto la famiglia di tedeschi incontrati la mattina, insieme ad altri amici, stanno brindando a qualche loro ricorrenza.
Il padre, con una barba nera da profeta, a torso nudo, a voce alta ride e scherza. Brandisce una bottiglia di vino rosso e riempie i bicchieri dei suoi familiari; ben presto la finiscono ma la festa continua.
Me la vedo brutta e allora, anche questa notte metto i tappi.
Sento tutto lontano ed ovattato ma dormo.
OTTAVA TAPPA
Palas del Rei-Arzua 13 maggio 2005 Km 29
Mi alzo presto, porto lo zaino e le mie cose fuori dalla camerata per non disturbare gli altri e vado a lavarmi.
Al lavandino accanto al mio trovo il ragazzo tedesco che ieri festeggiava con la famiglia , che si lava i denti.
Noto con mio stupore che, mentre io mi lavo e mi sbarbo, egli si pulisce i denti (solo i denti, con spazzolino e gargarismi vari) esattamente per trenta minuti.
Alle 6,30 esco insieme ad altri gruppetti e ci incamminiamo quasi al buio verso la strada in discesa in uscita dal paese.
Ho il coprizaino impermeabile applicato ed inizio la marcia con un cielo coperto che non promette niente di buono.
Dopo un’oretta comincia una leggera pioggia.
Siamo all’altezza di Casanova ed approfitto per riparare al coperto nell’albergue che si trova sul bordo del sentiero. Insieme a me entrano due coppie di francesi che mi seguivano.
Aspettiamo un po’, ma la pioggia non passa. Mi faccio aiutare ad aggiustarmi il poncho e decido di uscire.
I francesi preferiscono aspettare.
Solita marcia in mezzo ai boschi ed alla campagna, con pioggia insistente.
Il percorso di oggi è caratterizzato da un continuo alternarsi di collinette che spezzano le gambe.
Prima di Melide, in un sentiero di pietre che porta ad un ponticello romano per l’attraversamento di uno dei tanti fiumiciattoli, vedo in lontananza una signora che avanza riparandosi con un ombrellino.
Vedo che si ferma e penso che abbia bisogno di aiuto. Mi chiede se la capisco (è francese) e mi prega di farle una foto davanti al ponte. Proteggendo la macchina fotografica dalla pioggia, scatto la foto; a questo punto, dato che mi ci trovo, approfitto per chiederle lo stesso favore.
Dopo Melide continua la grande variabilità del tempo e l’alternarsi costante di salite e discese.
Camminando nello stesso scenario, arrivo a Boente.
Qui il parroco, per restaurare la piccola chiesa, ha attrezzato una scrivania dove è possibile lasciare un obolo ed in cambio ritirare qualche santino ed apporre il sello.
All’uscita del paese comincia a piovere: vedo una specie di pensilina con un sedile ai bordi della strada, approfitto dell’insolito riparo, mi siedo e pranzo con il robusto panino che mi sono preparato ieri sera.
Passano due pellegrini avvolti nei poncho e bersagliati dall’acqua: non è proprio un bel vedere e per il momento, dato che non tocca a me, mi riconsolo.
Sempre tra una schiarita ed un acquazzone arrivo a Ribadiso da Baixo. Se si tiene conto del nome, Ribadiso “da Basso”, significa che per arrivare ad Arzua si deve salire.
Così è.
Con tornanti molto stretti ed un forte sole (forte sole) attraverso la periferia di Arzua ed arrivo ad un vialone rettilineo.
Mi fermo ad un bar e chiedo dove si trova l’albergue: “Todo recto” ( sempre dritto) a mille metri.
Esco ancora sudato per la salita e, proprio per gli ultimi mille metri e, forse proprio per me, si scatena un acquazzone che mi accompagna fino all’entrata.
L’albergue è moderno e veramente ben attrezzato.
L’hospitalera mi porta al piano di sopra dove una camerata è già quasi completa perciò preferisco la seconda dove mi scelgo un posto vicino alla finestra.
Scendo per fare la doccia: i servizi sono molto belli, moderni e ben tenuti.
Ci voleva, dopo tanto disagio.
Col tempo che fa, anche oggi niente bucato.
Ho ancora una camicia pulita e lavo soltanto gli indumenti intimi e le parti staccabili dei pantaloni perché asciugano facilmente.
Verifico le medicazioni dei piedi e vedo che le vesciche si stanno assorbendo.
Mentre sono intento a questi controlli la camerata si popola. Andirivieni di gente zuppa, poncho appesi alle spalliere dei letti ed indumenti bagnati stesi dappertutto la rendono simile ad un lavatoio.
In basso, accanto al mio letto, prende posto un signore tedesco anziano che mi sembra un giramondo: si chiude nel sacco a pelo e dorme.
Sopra di me, nei due letti affiancati, vengono due ragazze: una molto giovane e l’altra sulla trentina. La più giovane si mette in slip minimo e reggiseno e comincia a massaggiarsi le gambe.
A me sembra assolutamente fuori luogo. Incrocio un evidente sguardo di disapprovazione di una signora tedesca della fila di letti di fronte.
Riassetto le mie cose per la tappa finale di domani e mi metto a riposare.
Sul tardi esco e compro da mangiare: consumo la cena in albergue accanto ad una famiglia di svedesi.
Arrivano dei ciclisti ma è molto tardi e non ci sono più letti liberi. Viene aperto un locale contiguo dove vengono posti dei grandi materassi per terra e così viene assicurato il pernottamento anche a loro.
Mentre sto per alzarmi, rientra il milanese con la barba che mi invita a fare quattro chiacchiere con lui. Mi narra della sua esperienza: è partito dalla Francia ed è emozionato per aver portato a termine un’impresa che gli aveva richiesto un anno di preparazione.
Mi legge il poema del muro che ha trascritto quando lo ha individuato nel cammino e, sebbene adulti e vaccinati, un po’ di malcelata commozione ci prende.
Scambio qualche notizia sulla mia esperienza e, siccome si sta facendo tardi, andiamo a letto.
Ci salutiamo con affetto perché io l’indomani proseguo per Santiago mentre lui, avendo più tempo a disposizione, si fermerà a Monte do Gozo e finirà il giorno dopo.
Ultreia!
La ragazza che dorme al letto sopra quello mio, durante la notte, non si muove.
Ormai, però, per precauzione metto i tappi nelle orecchie.
Dormo tranquillo sognando Santiago.
NONA TAPPA
Arzua-Santiago de Compostela 14 maggio 2005 Km 40
Questa è la tappa più lunga del mio programma.
Mi alzo alle 5,00.
Mi preparo e scendo all’ingresso. Siamo in molti; c’è un grande fermento e l’emozione è palpabile.
Per me è l’ultima tappa e sento vicina la meta, ma anche per quelli che si fermano a Monte do Gozo per raggiungere Santiago domani, il sapore della conquista è lo stesso.
Le due ragazze dei letti sopra il mio escono alle 5,30: è decisamente notte e ritengo abbiano delle torce.
Mi affaccio fuori per vedere che tempo fa e ammiro un cielo terso e stellato.
Un pellegrino mi chiede come è il tempo e rispondo che “ahora” ci sono le stelle.
Giusta precisazione perché quando esco, alle 6, la strada è tutta bagnata perché ha piovuto ed il cielo è coperto. E’ un assaggio di quello che riserva la giornata.
Fuori è ancora buio ma cammino e cerco di sfruttare le luci della città in attesa che sopraggiunga l’alba.
Dopo un centinaio di metri, con mia grande sorpresa, trovo un bar aperto; due o tre ragazzi al bancone che bevono e conversano, e, musica giovane.
Per terra residui di tutto; prendo il mio café y leche con qualche biscotto e me ne vado.
Pensandoci bene, a quell’ora, il bar stava chiudendo.
Mano a mano che esco dalla città l’illuminazione pubblica si allontana, ma ho sempre qualche riferimento. Quando il sentiero si incanala in un bosco non si vede più niente.
E’ buio pesto. Seguo il viottolo ma penso che se dovessi incontrare un bivio, dovrei aspettare il chiarore dell’alba o il prossimo pellegrino per consultarmi.
Non incontro nessun incrocio e, piano piano, la luce del mattino avanza e mi tranquillizzo.
Per un paio d’ore cammino attraversando boschi e campagne verdi in un alternarsi di salite e discese che è diventato una costante delle ultime tappe.
Intravvedo il paese di Salceda; è lambito da un arcobaleno: spero che sia la fine della pioggia. Purtroppo non è così.
Alla estrema variabilità del tempo, ai continui saliscendi che mozzano il fiato e tagliano le gambe, si aggiunge ora una serie di curve a destra e a sinistra che fanno ubriacare.
Il percorso è quasi parallelo alla statale per Compostela ma la incrocia a destra e sinistra in continuazione.
Osservando la strada asfaltata si ha la percezione di quanto Santiago sia vicino; Però, la mente abituata ad associare l’asfalto alla macchina, trae in inganno: a piedi, purtroppo, la distanza è un’altra.
Trovo delle panche ed un tavolino di pietra all’aperto, mi siedo, e approfitto per fare un pranzo veloce senza perdere troppo tempo.
Dopo Arca vengo superato dalle due ragazze che erano partite per prime la mattina da Arzua.
Le scarpe non sono sporche di fango e penso che forse hanno fatto il percorso, almeno in parte, su asfalto.
Infatti dall’alto di una delle tante collinette, guardando verso il basso si vedono alcuni pellegrini che hanno scelto l’opzione di percorrere la strada statale.
Continuo ed entro in un fitto bosco di eucaliptus dal profumo caratteristico; mentre avanzo con pioggia intermittente, sotto una pensilina, al riparo, ritrovo “Ché Guevara” e la ragazza svedese che abbracciati parlano tra di loro. Forse è fiorito un amore.
Ci riconosciamo e ci salutiamo.
Approssimandosi a Santiago è normale che si incontrino molte persone già viste nelle tappe precedenti e ci si riconosca.
Finalmente, il rumore degli aerei in lontananza mi annuncia che sono a Lavacolla, l’aeroporto di Santiago.
Mi galvanizzo, sento la meta vicina e vorrei accelerare, ma non sono in macchina.
Supero S. Marcos ed arrivo a “Monte do Gozo”.
Qui rallento per gustarmi uno degli altri posti simbolo del cammino. Il “Monte della felicità”.
Il nome deriva dal fatto che i pellegrini, stremati, quando raggiungevano questo monte, potevano intravvedere verso la valle le guglie della cattedrale di Santiago ed il loro cuore si riempiva di felicità.
La pioggia va e viene ed in un momento di tregua sorprendo un turista in auto che sta facendo una sosta con la famiglia. Lo prego di farmi una foto ricordo.
Poi, lentamente, inizio a scendere verso Santiago.
Riprendendo un rito millenario, comincio a recitare il Te Deum. Mi sento immerso in un altro mondo.
Non sono solo.
Sono insieme a milioni di pellegrini che lo hanno fatto prima di me e a milioni che lo faranno ancora:
“Te deum laudamus, Te dominum confitemur ……….”
Ho dimenticato a casa il foglio con la preghiera intera; queste sono le uniche parole che mi ricordo, ma sono convinto che la preghiera vale lo stesso.
Arrivo in città e, tanto per inquadrare la giornata, i tabelloni stradali luminosi avvertono gli automobilisti: “Pericolo per pioggia”.
L’attraversamento della periferia e della città nuova è lungo e noioso.
Finalmente passo attraverso la “Porta do camino” entro nella città vecchia ed arrivo alla piazza della cattedrale. E’ la fine del viaggio.
Ho quasi piacere che piova perché così mi trovo solo nell’immensa piazza al cospetto della facciata della cattedrale.
Assaporo, in un’intimità imprevista e non programmata, l’emozione di una visione tanto desiderata e tanto attesa.
Mi ritiro al riparo sotto i portici e mi raccolgo in preghiera.
Mi informo per la messa del pellegrino e mi dicono che c’è l’indomani mattina.
Cessata la pioggia mi dirigo verso l’ufficio che rilascia la “Compostela”. La ammiro e penso alle difficoltà ed ai sacrifici superati per ottenerla ma penso anche alla soddisfazione di aver portato a termine una missione tanto impegnativa.
Cerco in città una vera pensione perché voglio premiarmi con un vero letto ed una vera camera tutta per me. Troppa grazia! Mi viene data una camera con un letto matrimoniale ed uno singolo.
Dopo la doccia, il bucato e le vesciche, visito il centro di Santiago. C’è molto movimento: è in programma una festa popolare in piazza e l’orchestra sul palco, sta facendo le prove. Spero per loro che non piova.
Un’occhiata ai negozietti del centro e poi decido di andare a cena.
Entro nel ristorante ed ho una sorpresa. Sembra il copione di un film a lieto fine: in un tavolo vedo los hermanos e “cavallo pazzo” che stanno cenando; saluti e, questa volta, abbracci; ultime confidenze e li lascio con: “Hasta luego”.
Finisco di mangiare che saranno le 21; mi sono alzato alle 6 e fino alle 16 ho camminato.
Sono proprio stanco e vado a letto. E’ veramente una bella sensazione giacere di nuovo tra le lenzuola fresche di bucato.
Smanio per la stanchezza ma il sonno ristoratore sopraggiunge presto.
Questa notte sogno casa, Edda e le ragazze.
IL RIENTRO
Santiago de Compostela-Madrid-Santander 15 maggio 2005
Per la prima volta, dopo tanti giorni, mi alzo senza il pensiero dell’itinerario quotidiano. Faccio colazione con comodo e , senza il fardello dello zaino, mi reco alla cattedrale. Piove e sono costretto ad indossare il poncho.
In attesa della messa, visito la chiesa e assisto all’arrivo dei pellegrini che, alla spicciolata, vengono da Monte do Gozo.
Entrano grondanti di acqua, depositano i loro zaini e prendono posto tra i banchi.
Ne riconosco alcuni e ci salutiamo.
Assisto con particolare attenzione alla messa. E’ toccante sentire le preghiere note recitate in un’altra lingua.
Anche il sermone mi attrae perché il sacerdote parla lentamente e riesco a capirlo quasi per intero.
Al termine della cerimonia un altro dei momenti simbolici e di profonda devozione: il saluto alla statua del Santo.
Per arrivare al busto si salgono pochi scalini ma il cuore batte forte: più forte che alla Cruz de Hierro, più forte che sulle salite dell’Irago e del Cebreiro.
Abbraccio la statua e la bacio con grande commozione.
E’ l’ultimo atto del pellegrinaggio: un grande senso di pace mi pervade, appena velato dalla tristezza dell’addio.
Saluto anche gli ultimi compagni di viaggio che continuano ad arrivare zuppi di pioggia e poi, dalla pensione con un taxi vado all’aeroporto.
La giornata passa tra le attese agli aeroporti ed il volo.
Arrivo a Santander alle 19,30 e, poichè la città fa parte del cammino del nord, con la mia credenziale, mi dirigo all’albergue.
E’ situato in una zona centralissima ma in una strada in cui i palazzi sono molto vecchi (non fatiscenti).
L’ambiente è intimo con circa 20 posti letto: in questo momento siamo 8 ospiti
Per la cena l’hospitalero mi indirizza al bar al piano terra. E’ una specie di taverna che la proprietaria si sta sforzando di rendere più moderna ed accogliente.
Persone anziane entrano e consumano: si conoscono tutti. Tipico bar di periferia.
In un ambiente, delimitato da divisorio, mi accomodo per mangiare. Accanto a me un signore spagnolo con una grande barba scura mi chiede se sto facendo il cammino. Gli rispondo che sono alla fine del mio pellegrinaggio e gli parlo della mia esperienza senza troppo ingigantire. Lui mi dice che è in cammino dal 5 aprile e mi narra, tra l’altro, delle sue peripezie sul Cebreiro dove ha trovato la neve.
L’hospitalero scende per lasciarci la chiave e avverte anche la signora inglese seduta davanti a noi, perchè ospite dell’albergue.
La invitiamo ad unirsi a noi e ci dice che ha terminato il cammino e domani rientra in Inghilterra con il traghetto. Lo scorso anno ha fatto alcune tappe con il figlio che ora è rimasto a casa impegnato con la scuola.
Mi chiede informazioni sulla via romea in Italia; mi riservo di inviargliele per e-mail.
Si è fatto tardi e ci avviamo in camerata per la notte.
Siamo pochi ospiti, dislocati distanti l’uno dall’altro e, sempre con l’ausilio dei tappi alle orecchie, riesco a dormire.
Santander-Roma-Terracina 16 maggio 2005
Altra giornata dedicata alla sosta in aeroporto ed al volo.
Dopo una visita alla città vado all’aeroporto dove mi imbarco all’ora di pranzo.
Arrivo a Roma con un’ora di ritardo, tanto per collaudare la pazienza di Nicola e Mirella che sono venuti a prendermi a Ciampino.
Salgo in macchina e, preso dai racconti, quasi non mi accorgo dell’arrivo a Terracina.
Abbraccio Edda e mi rendo conto che sono a casa.
Questa notte, finalmente, ritorno a dormire nel mio letto.
IL MIRACOLO
Milioni di credenti hanno calpestato, per secoli, le strade che portano a Santiago de Compostela: questo è un miracolo.
Altri milioni di non credenti hanno percorso lo stesso itinerario: anch’esso è un miracolo.
Sono entrato in questo miracolo.
Ho camminato per giorni come tutti, insieme a tutti, solo con me stesso.
Senza televisione, senza giornali, con il cellulare riservato solo alle emergenze.
Preso dalle incombenze quotidiane, dall’assillo dei piccoli malanni, dall’impegno della marcia di ciascuna tappa, ho vissuto in un altro mondo.
Ho guardato intorno a me.
Ho visto una natura che cambiava ad ogni passo.
Gli uccelli del mattino che mi hanno assordato nei boschi con il loro fragore eppure mi hanno allietato con le loro melodie.
Il volo delle cicogne che appaiono silenziose all’alba contro il cielo limpido e sfumato nella quiete della campagna vuota.
Il chiasso delle gazze che sembrano comari che litigano.
I passeri della Castilla che fanno un verso molto veloce: vit, vit, vit, …..
Quelli della Galizia, che, sembra impossibile, ma fanno: Cipù, cipù, cipù, ….
Parlano due lingue diverse?
Così le mucche del Leon; che lasciano una “traccia” che occupa tutta la carreggiata mentre quelle della Galizia sono più modeste: la fanno più contenuta.
Ho visto piccole serpi morte dal tenue colore nocciola e la pelle dalla trama simile ad una sottile ragnatela, quasi una calza di donna.
Ho visto salamandre variopinte e gechi verdi e grossi come ramarri.
Ho sentito il verso del gufo e quello del picchio.
Ho visto anche un’umanità che variava ad ogni incontro:
Italiani, francesi, inglesi, tedeschi, brasiliani, australiani, venezuelani, spagnoli, svizzeri, svedesi, abitanti dei paesi dell’est (sono solo quelli che ricordo).
Mi sono confrontato con loro.
Ho trovato nei loro discorsi gli entusiasmi, le avventure, le preoccupazioni, le nostalgie di ogni uomo.
Lo spagnolo che è in cammino da 45 giorni e dispensa i suoi consigli.
Il milanese che mi legge il poema del muro e si commuove come un bambino.
I ragazzi innamorati di Villafranca del Bierzo che parlano dei loro progetti.
L’hospitalero di Santander che mi offre la sua cena.
La madre inglese che mostra la foto del figlio.
Mi sono confrontato con me stesso.
Nella gioia e nella devozione alla Cruz de Hierro.
Nello stupore di visioni irreali come quella del Monastero di Samos, in una finestra di verde, sospeso in una nuvola di acqua e di nebbia.
Nella sofferenza sulle pietre dell’Irago; sotto il sole torrido del Cebreiro; sulle strade della Galizia tra la nebbia, con la pioggia che cola sugli occhi e cancella la vista.
Nei pensieri che si aggrovigliano e si srotolano come nuvole prima del temporale e spesso si confondono con i sogni ed i desideri.
Ho visto l’antico.
Città secolari.
Cattedrali famose e blasonate.
Paesini di pietre millenarie senza storia, ma che hanno fatto la storia del cammino.
Ho visto il moderno.
I primi alberghi con tutti i comfort.
I primi servizi di trasporto zaini.
I primi viaggi tutto compreso dedicati al Cammino.
Il progresso è inevitabile; mi auguro che l’avanzare del moderno non rompa l’equilibrio ancora accettabile che c’è tra antico e modernità.
Un timore mi prende: spero che non si arrivi al Marketing del Cammino.
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Tutto questo è “Il cammino di Santiago de Compostela” : almeno, il mio cammino.
In definitiva, le aspettative della partenza erano tante.
Ma, in tutta sincerità, debbo riconoscere che la ricompensa al termine del viaggio è stata più grande, più alta: la gioia per aver vissuto un’esperienza indimenticabile e la certezza che qualcosa è cambiato.
Il cambiamento tra il prima e il dopo non è materiale e non traspare.
Però, quando qualcuno al mio rientro mi ha chiesto: “Cosa hai vinto?”
Ho risposto semplicemente:
“Ho vinto!”
………. e sono felice.
E questo è già un grande cambiamento.
Lucio