MARIA GIOIA
Santiago
Ormai diversi mesi sono passati da quando sono tornata da Santiago, ma anche a freddo risulta molto difficile scrivere che cosa sia il cammino di Santiago, anzi, il “Camino”, come diventa per tutti quelli che lo percorrono dopo pochi giorni.
Posso cominciare dalle motivazioni che mi hanno portato a St. Jean Pied de Port per intraprendere un viaggio che sapevo lungo e faticoso, e che, nonostante le guide lette e gli amici che prima di me lo avevano percorso, risultava del tutto incognito all’inizio.
Non si ha infatti la chiara percezione delle proprie forze fisiche, psichiche e spirituali in una condizione tanto diversa da quella in cui si svolge la nostra “vita normale” e si parte senza essere proprio convinti delle proprie possibilità di farcela. Io sapevo di poter camminare: l’avevo già fatto, ma non sapevo se avrei retto per quasi un mese sapendo che ogni mattina mi sarei alzata per mettermi in cammino.
Ma ritorno alle motivazioni. La prima è che camminare fa bene. E’ da quando ho cominciato a partecipare ai Goum che ho scoperto quanto camminare faccia bene sia al corpo che allo spirito. Per quanto assurdo possa sembrare, a me camminare non piace, ma nel tempo ho scoperto che i benefici tratti dal praticare bene questa attività così connaturata all’uomo sono tanto grandi che vale la pena di scuotersi dalla pigrizia e muovere i primi passi: il seguito viene spontaneo.
Un secondo motivo è che da alcuni anni mi ero ripromessa di fare il Camino nell’anno del mio quarantesimo compleanno e il momento era giunto. Inoltre avevo passato un anno molto intenso e avevo bisogno di un po’ di tempo per pensare. Con questo sono partita. Il bello è stato scoprire, sia durante il Camino che dopo, molti altri validi motivi: una richiesta di grazia o il ringraziamento per quanto ricevuto fino ad ora, come facevano gli antichi pellegrini. Oppure il desiderio di provarsi, in una condizione diversa da quella abituale, e anche dura, che può preparare alle difficoltà piccole e grandi che nella “vita normale” si incontrano, allena alla pazienza e alla tenacia, ti fa scoprire i limiti e le forze per superarli. Il tutto con il sorriso sulle labbra e nel cuore, e la certezza di essere protetti dalle preghiere dei milioni di pellegrini che prima di me erano passati di là.
Ho incontrato tanta gente nel Camino ed era bello scoprire come le motivazioni fossero comuni e diverse allo stesso tempo. Ma nel cuore di ciascuno importanti, sennò non ci si mette su una simile strada.
Come dicevo ho incontrato tanta gente. Nella mia testa alla partenza c’era il desiderio di camminare da sola, ma subito ho cominciato a incontrare le persone, e piano piano a capire che ogni incontro è un dono. Certe tappe ho avuto la sensazione che non sarei mai arrivata se avessi camminato da sola, o forse sì, ma completamente stravolta e non cantando come mi è capitato anche dopo quasi quaranta chilometri. Mi è piaciuto molto anche il comunicare, da una tappa all’altra nei rifugi, degli incontri fatti, delle conoscenze condivise, delle notizie dell’uno e dell’altra che sono a uno o due giorni di cammino: antico modo da pellegrini di tenersi in contatto senza cellulari e di condividere gioie e pene.
A volte gli incontri non sono stati quelli che desideravo, e condividere il Camino con chi non è simpatico è molto difficile. Sono pentita di aver allontanato certe persone, magari solo allungando il passo, e sono contenta per quelli che sono riuscita ad accogliere per poi magari scoprire una bellezza nascosta dove all’inizio vedevo solo fatica. E così sempre nella vita, ma nel Camino i compagni inattesi diventano anche se per poco, tutti i tuoi contatti umani e non si può fare a meno di pensarci, abbandonando la casualità che a volte affligge i nostri rapporti abituali.
Ho attraversato, da sola o in compagnia, i monti verdeggianti che respirano ancora le battaglie passate, le colline allegre di viti, le infuocate pianure infinite di grano, la pioggia dall’oceano, ed ho gustato in ogni paesaggio il soffio divino della vita. Ho visto le opere dell’uomo che si adatta a ogni ambiente, ho sentito la fatica di camminare nelle città e la leggerezza del cammino nel libero vento. Tutto questo con la lentezza del passo a cui non siamo più abituati.
Ho fatto fatica. Tanta in certi giorni, perché a volte il corpo sembra ribellarsi a un’attività così intensa e inusuale, ma poi, dopo un riposo all’ombra di una chiesa o un incontro gradito, tutto sembrava più facile e sapevo nuovamente di poter arrivare.
Ho pensato, ho pregato. Non tanto quanto avei voluto, perché spesso camminando si riesce solo a dedicarsi ai passi del cammino. Almeno ci ho provato. Mi sono commossa tutte le volte che in ginocchio ho ricevuto l’antica benedizione del pellegrino (risale all’XI secolo), perché si sente che ogni parola è stata scritta da chi cammina, per chi cammina. Ascoltandola capisci che da solo non puoi farcela, ma con la guida di Dio e il sostegno dei compagni presenti e passati, sì, senza dubbi. L’avevo letta anni fa questa benedizione, ma finché non si è lì vuol dire poco.
E dopo tanto camminare sono arrivati gli ultimi giorni. Sono stati molto difficili, perché negli ultimi chilometri si affolla una grande massa di gente che non ha il tempo fisico, o forse neanche l’intenzione, di entrare con il corpo, il cuore e la testa nella dimensione attenta e umile di chi sta camminando da quasi un mese o anche più. La confusione degli ultimi cento chilometri è la prima prova per quanto si è imparato durante il cammino. Se reggi quelli senza spazientirti troppo e mantenendo l’umiltà di chi capisce che ognuno ha il suo proprio cammino, vuol dire che la fatica a qualcosa è servita!
Comunque, nonostante le difficoltà, ho rallentato gli ultimi giorni: quasi non potevo credere che tutto quel camminare fosse agli sgoccioli e volevo godermi delle tappe tranquille, dove si ha il tempo per fare tutto, vivere bene ogni aspetto della vita del pellegrino e non solo camminare e dormire.
Sono arrivata all’alba a Santiago con alcuni compagni di viaggio: nella piazza della cattedrale non c’era nessuno. Più che gioia o commozione c’è stato lo stupore di essere giunti lì, senza nessuna impresa eroica, ma solo passo dopo passo, giorno dopo giorno. Come poi è sempre nella vita dove le cose grandi si costruiscono nella perseveranza e pazienza appassionata del quotidiano.
E dopo lo stupore ho provato la gratitudine per avere fatto un cammino così bello, per il corpo che mi ha sostenuto, per il mio marito e gli amici che mi hanno accompagnato da lontano, per quelli con cui ho condiviso i passi, per la gioia dei progetti immaginati camminando da far fiorire e fruttificare al ritorno a casa.
Maria Gioia
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