Patrizia e Cesare,
A piedi a Santiago - 15 giugno-15 luglio 2005
“Perché?” Me lo hanno chiesto più volte prima, dopo e durante il mio pellegrinaggio e confesso di essermelo chiesto tragicamente anch’io quando avanzavo faticosamente sui miei piedi dolenti, per sentieri polverosi, in zone desolate battute dal vento e bruciate dal sole. La domanda riecheggia nei canti e nelle poesie che hanno ritmato i nostri passi. «Qui est ce qui te pousse, quelle est la secousse qui a décidé pour toi de ce chemin?» « Peregrino quien te llama? (Pellegrino chi ti chiama?)» e la risposta è già insita nella domanda. “Perché?” Perché a questo sei chiamato. E il richiamo risuona dentro di te con forza, non puoi ignorarlo né fingere di non sentire. Ossessivo e seducente… non c’è altra risposta, puoi dire solo “Si!”.
Abbiamo incontrato persone che camminavano per i motivi più diversi e spesso solamente per il gusto dell’avventura, per sfida o per il gesto sportivo. Ma tutti più o meno consapevolmente, altro non facevano che rispondere a questa intima chiamata ad uscire dal proprio paese e farsi straniero per imparare ad accogliere, a toccare i propri limiti per poter tollerare quelli del prossimo, ad abbandonare le proprie abitudini e sicurezze per aprirsi alla novità, a riscoprire l’essenziale, a non temere la solitudine perché indispensabile per guardarsi dentro e per ritrovare il piacere dell’incontro con uomini e donne sconosciuti e scoprirli fratelli e sperimentare con loro, e spesso attraverso di loro, l’incredibile passione di Dio per l’uomo e la sua amorevole attenzione per il suo faticoso avanzare. Anche quando si tratta di un’attività apparentemente banale e quotidiana come camminare, Dio sollecita, segue, sostiene e guida ogni nostro passo. Per quanto uno possa pensare, informarsi, allenarsi, programmare, organizzare (e tutto questo è doveroso e giusto) scoprirà ben presto che è il Cammino a condurlo e non lui a fare il Cammino. Non siamo i padroni della nostra vita, ma è il Signore che ci da vita. La nostra stessa vita ci trascende. Tra i pellegrini è ricorrente questa similitudine tra la vita e il cammino; personalmente devo dire che sono riuscita a trovare una notevole similitudine anche con il matrimonio, forse perché camminavo con Cesare, mio marito. Proverò a spiegarmi.
Noi abbiamo scelto di partire da S. Jean Pied de Port (paesino francese ai piedi dei Pirenei) e di percorrere il “Camino frances” fino a Santiago de Compostela (775 km) in un’unica soluzione impiegandoci ben 31 giorni. Altri scelgono di fare il Cammino “a rate” dedicandogli 7/10 giorni all’anno e riprendendo ogni anno là dove avevano lasciato l’anno precedente, solo negli anni lo percorrono per intero. Fermo restando che ognuno fa ciò che vuole e molto più spesso ciò che può, penso che così facendo si facciano sì più esperienze, ma si perda l’esperienza del pellegrinaggio “unico” e lungo che, solo, permette di arrivare veramente lontano se pur a piccoli passi. Inoltre, raggiungere Santiago, la meta finale che ci si era prefissati, è importante e aggiunge senso all’andare e solo fare il pellegrinaggio tutto in una volta permette di sperimentare gli stati d’animo più diversi passando dall’entusiasmo della partenza ai dolori dovuti alla mancanza di allenamento (inevitabili anche per uno sportivo perché mai in allenamento si potranno riprodurre le condizioni, soprattutto la continuità dello sforzo unito spesso allo scarso riposo, che si verificano sul Cammino) o alle scarpe strette. Continuando ad andare si scoprirà che a tutto ci si abitua e si godrà di un periodo d’oro.
La stanchezza tornerà poi inevitabilmente a farsi sentire, nei tratti solitari si dubiterà fortemente di poter arrivare (se non addirittura della propria salute mentale) non perché non regga il fisico, bensì saranno le motivazioni a vacillare (“Ma chi me lo fa fare? Cosa ci faccio qui? Perché dovrei continuare a trascinarmi stancamente?”). Perseverando ci si troverà prossimi alla meta a dirsi: “Siamo già qui? Ma allora è quasi finito! Come è passato in fretta il tempo.”. Arrivare insieme alla meta, abbracciare l’apostolo, guardarsi alle spalle e vedere le mille difficoltà piccole e grandi superate insieme spesso solo perché affrontate insieme, godersi il meritato riposo… è una gioia inesprimibile. Ma non è così anche per il matrimonio? In cammino allora e “Ultreia e Suseia, Deus adjuva nos” (“Più avanti, più in alto, Dio ci aiuta” antico saluto dei pellegrini).
Patrizia