SILVIA

Sulla via di Santiago 

 


 

E’ passato un mese ormai da quando sono tornata sana e salva e piena di gioia da Santiago, con in mano la tanto sospirata Compostela a certificare l’impresa eccezionale, ovvero l’aver percorso almeno cento chilometri a piedi (in realtà ne ho fatti poco meno di 120).

Cosa mi è spontaneo dire a chi si accinge a fare lo stesso Cammino? Che non è facile, ma davvero ne vale la pena. Che la vita quotidiana è un’altra cosa, ma non è detto che sia quella vera. Che esistono persone, paesaggi, e raggi di sole, che possono cambiare una vita.

Non facile innanzitutto dal punto di vista fisico: ci sono parti del corpo delle quali ignoriamo del tutto l’esistenza fino a che non iniziano a dolere, a bruciare, ad arrossarsi..! Anche il gruppo con cui sono partita è stato per me una dolente nota … ma questo non mi ha impedito, anzi forse mi ha spinto a conoscere molte altre persone lungo la via e, alla fine, è con loro che sento di aver davvero camminato ... sia con quelli che forse rivedrò prima o poi, sia con quelli con i quali magari ho solo passato un quarto d'ora e mai più rivedrò.

Ciò che ho vissuto è complesso e persino contraddittorio. Il Cammino è come un sistema di lenti di un microscopio, non fa altro che rendere più evidente ciò che sempre viviamo, nella vita reale. Il modo che abbiamo di stare in silenzio e di parlare; l'atteggiamento nei confronti dei fratelli, del nostro corpo, della natura, dei soldi; il modo di pregare e di bestemmiare; i pensieri e i sentimenti più ricorrenti.

Camminando ho spesso pensato al popolo d'Israele e ai suoi quarant'anni di deserto prima di entrare nella Terra Promessa: a me sono bastati pochi giorni per capire che ancora non mi conosco, non conosco le mie potenzialità, i miei sogni e desideri, non conosco l'abisso di male di cui sono capace e nemmeno tutto il bene che c'è in me e attorno a me. E non conosco quanto è grande il Signore. Quando l'ho toccato con mano, ne sono rimasta estasiata!

Il Cammino è anche una splendida lezione su quelle che il Catechismo chiama “le tre virtù teologali”... e questo credo sia vero non solo per chi come me fa il Cammino per motivi religiosi, ma per chiunque.

LA FEDE: per me, in particolare, la fede degli altri! La fede buona e semplice di chi cammina per ringraziare di avere avuto salva la vita dopo un terribile incidente o per chiedere la grazia della guarigione di una figlia … ma anche il sorriso di una vecchietta che esce sulla porta di casa per offrire dell’acqua ai pellegrini, e poi si schernisce dicendo che lo fa per devozione verso l’Apostolo…

LA SPERANZA: quella che ti fa alzare prestissimo al mattino e mettere un passo davanti all’altro sperando di arrivare a Santiago, sperando che non piova, sperando che il ginocchio non smetta del tutto di funzionare … la speranza è accettazione piena del limite, della precarietà che ogni pellegrino vive, pronti a ricevere con gioia, senza pretesa, tutte le risorse che permettono di oltrepassare il limite … e last but not least,

LA CARITA’, la dimensione comunitaria del pellegrinaggio. Sul Cammino ci si saluta sempre e sempre, mille volte al giorno, ci si incoraggia e non solo a parole. Ci sono (provare per credere!) angeli in carne e ossa, sconosciuti prima, che si offrono di toglierti un paio di chili dallo zaino e portarseli per qualche chilometro, o fanno a metà con te di quello che hanno in mano, una mela, una barretta di cioccolato, una bottiglia d’acqua. Certo non sempre è facile lasciarsi andare, arrendersi a questo essere così amati. Ricordate De Niro in Mission? Il peso che ci fa soffrire ce lo teniamo ben stretto! Ma riuscire a lasciarlo, almeno un po’, è un'esperienza da fare, e io credo non dubiterò mai più in vita mia del fatto che c'è una Provvidenza che ci precede e persino supera le nostre attese.

E poi ci sono tutte le coccole, piccole e grandi, che il buon Dio mi ha fatto: iniziare in modo baldanzoso il Cammino con energia ed entusiasmo da vendere ... e poi rimanere indietro di chilometri, in compagnia solo dei miei pensieri, della paura, della voglia di prendere un taxi, e sentire che a un certo punto un salmo di invocazione affiora spontaneamente alle labbra e capire poi che sto lodando il Signore con il mio passo, oltre che con le labbra ... rabbrividire nella nebbia del mattino e scaldarmi la faccia e il cuore al sole del pomeriggio ... mangiare polpo alla gallega e bere fiumi di cerveza che qui è buona e costa pochissimo! ... un fiumiciattolo nel quale concedere un pediluvio ai piedi affaticati ... un crocifisso in una chiesa piccolissima, che ha il solo braccio sinistro inchiodato sulla croce e l'altro teso verso il basso, per tirare su chi è caduto nell'abisso del peccato...

 Al ritorno certo rimane la solita paura di affrontare la quotidianità con tutti suoi problemi più o meno grandi, ma la memoria di ciò che ho vissuto in cammino mi aiuta a rimettermi ogni giorno in spalla il mio zaino (Qualcuno lo chiama croce) e camminare dietro a Lui, ora che sono più cosciente di quanto sono debole e di quanto la Sua forza possa pienamente manifestarsi nella mia debolezza... 

Silvia