ANDREA TRAVAGLIO
IL MIO CAMMINO IN NAVARRA
Et voilà, binario 17, ore 16.35, in attesa del treno per NICE VILLE, si arriverà alle 19.50 e qualcosa.
Sembra tutto così facile.
Son tranquillo, mi sembra tutto molto naturale.
Ho lo zaino verde, il marsupio e un sacchetto dell’Esselunga con 2 mozzarelle, 2 buste di affettati, 1 sacchetto di pane dolce, 1 baguette, 1 casco di banane.
Acqua e 1 gatorade.
Sandali, bermuda e maglietta blu.
Ore 20.55 – NICE VILLE
Davanti alla stazione di Nizza.
Nizza dopo anni e anni.
Sms a Mirko: Aver rivisto tutti voi mi ha dato l’energia di partire. Ora son poco dopo Nizza. Domani a Bayonne e poi in Spain x camminare. Ciao! A
Probabilmente a Marsiglia. Il treno è fermo da qualche minuto ed è salita un po’ di gente.
Io ho osservato 2 ragazze con i capelli lisci e la coda, e mi ha colpito il loro rispetto verso questo scompartimento pieno di persone addormentate: parlavano e parlano sottovoce: un bisbiglìo lontanissimo da certe conversazioni urlate che ogni tanto in Italia si sentono.
Ho mangiato 4 cialde al rum con cioccolato e ora un’altra. Buonissime.
Regalo di una signora svizzera poco prima che il treno si fermasse a Nizza.
Per ricambiare alcune gentilezze.
Ora il treno è ripartito (all’indietro) e si scrive solo illuminati dalla lucina di servizio, da perdere la vista. Non ce la fo.
Haute Garonne.
Campi e campi di grano e di fronte montagne brulle o con la neve, sullo sfondo.
Monferrato e val Chisone insieme.
Dormito circa 4 ore, svegliandomi ogni ora esatta a partire dalle 3: 3 – 4 – 5.
Alle 5 un’ora di sosta.
Ho realizzato ora, perché i monti si fan più vicini, di avere di fronte i PIRENEI!
Un’altra ora di sonno, interrotta dall’altoparlante che ha annunciato: LOURDES.
Il miracolo per me è essere arrivato fin qui, e ora vedere questo fiume (torrente) blu e tutto questo verde di campi di mais e i Pirenei sempre più vicini.
Verdi verdi verdi.
Ore 8.15
Controllo accurato per tutti dei documenti da parte della polizia francese di frontiera.
Ore 8.20
Fermata a Coarraze-Nay. Una ragazza con i capelli rossi corti finisce di mangiare un croissant e vaincontro ad un ragazzo. Gli dà un bacino sulle labbra e gli prende una borsa di cuoio nero.
Sembra Heidi, perché ha le guance rosse da contadina.
Ci siamo quasi.
Ho rimesso il sacco a pelo nello zaino, fatto su alla buona.
Tra poco si arriva.
Tolti gli scarponi, lo zaino è proprio essenziale: 2 calze, 1 mutanda, 1 maglietta, la felpa.
Meno male, se no non ce la farei.
A Bayonne devo comprare un asciugamani piccolo, quello enorme di Lella – ne usa uno simile un ragazzo vicino a me, come coperta – l’ho lasciato nel bagagliaio della punto, insieme ai pantaloni lunghi e alla mantellina per la pioggia. Tutto peso.
Il cielo è grigio con qualche squarcio di azzurro.
Da non credere: da Nizza a ora, 12 ore filate di treno, non 1 squillo di cellulare, su questo treno pieno di giovani turisti americani.
Ore 14.10 Bayonne – Baiona
Seduto su una panchina di ferro di una piazzetta non lontana dal centro, dove oggi c’erano una decina di banchetti di mercato.
Ho comprato 1 pomodoro, 3 pesche e una mela.
Poi una mezza baguette morbida dal fornaio, e la signora molto gentile me l’ha scelta tra diverse, prima di darmela, dopo che avevo chiesto “morbida”.
Poco fa ho trovato 5 euro per terra, non so se sono i miei, sapendo che spesso metto i soldi in tasca.
Davanti a me c’è la piazza coi cubetti di porfido e in mezzo un’aiuola rettangolare chiusa da un cancelletto di ferro verde.
I fiori son rosa, bianchi, rossi, viola chiaro e scuro.
Quelli bianchi son campanelle.
La stanchezza si fa sentire, infatti ho provato a dormire su questi sedili di ferro spaccaschiena, ma ci sarò riuscito per un quarto d’ora.
Il resto dormiveglia tra raffiche di vento e rumori improvvisi, non forti ma comunque rompisonno.
Oggi ho conosciuto 1 signora che aspettava il bus e teneva il suo barboncino in braccio, come un bambino.
Aveva il suo cappotto rosso e era ben tosato. Gli ho accarezzato la testa soffice.
Ore 16.30, St. Jean Pied de Port – Donibane Garazi
Caffè francese espresso ristoratore al primo bar incontrato a 30 metri dalla stazione. Bar–alimentari, con tante verdure nelle ceste.
La mezz’ora di sonno in treno, coricato su comodi sedili di velluto, mi ha fatto bene.
Se riesco a dormire questa notte, domani sarò in grado di fare la tappa da St. Jean Pied de Port a Roncisvalle, che è abbastanza impegnativa, secondo la guida.
Qui siamo ancora in Francia, ma nella Francia basca e St. Jean si chiama Garazi, gli uomini portano il tipico basco nero e all’entrata del bar è affisso un manifesto della PELOTE BASQUE, giocata con un racchettone di legno che mi è capitato di vedere anche nel bar. Grande più o meno come un volano.
Gli altri pellegrini si son già diretti verso il centro: in rue de la cittadelle si possono avere informazioni su dove dormire e si può prendere la credencial, libretto che ogni pellegrino ha con sé durante il cammino ed esibisce negli ostelli che vi mettono il loro timbro.
Ostelli ma non solo, chiese, privati, ecc.
Alla fine, per chi ci tiene, verrà rilasciata la COMPOSTELA, indulgenza per tutti i peccati commessi.
Ecco a cosa serviva il pellegrinaggio, in passato.
A cosa serve ora, è presto per dirlo, ma certo attira un bel numero di persone: sul treno vicino a me, ad esempio, erano seduti 3 russi, con zaini pesantissimi e antichi, di stoffa, da spaccare la schiena.
Parlavano e ridevano, e quandoa Bayonne iltreno si è mosso, han fatto il segno della croce.
In un altro vagone son saliti anche alcuni ragazzi del sud, pure loro con zaini penitenziali, ed erano insieme a 2 giovani della mia età che portavano il saio sopra i pantaloni lunghi.
Un saio marrone scuro.
Poco fa mi è sfrecciata davanti una signora su una twingo bordeaux, con la pipa in bocca.
La Francia mi piace per questo.
Non so perché ma sono molto attratto da Francia, Spagna e Portogallo.
La Francia, sin dai primi giri in moto con Mirko, mi ha attirato per la disinvoltura nel vestire dei suoi abitanti.
E per uno venuto dall’Italia degli anni Ottanta, gli anni dell’immagine, è stato un impatto forte.
Poi, vedere a Tolosa i treni con la croce occitana e la scritta Region du Midi-Pyrenees è qualcosa che fa sentire a casa.
Quia Bayonne ho parlato con una donna (la signora del barboncino) di patouà, spiegandole da dove venivo. E lei ha capito, ha confermato: “oui, patouà”.
Domenica in val Germanasca la nonna di Mirko lo parlava, e sua mamma e gli altri parenti.
E’ splendida, questa cosa: 4 anni fa, comprando un grande poster dell’Occitania ho sentito il bisogno di appartenere a questa cultura, e in questa ultima settimana, ripensando ai legami che ho sempre mantenuto con la val Chisone, la val Pellice e la val Germanasca, ho scoperto che in fondo anch’io sono occitano.
E questa cultura me l’han data un territorio e delle persone che non sono i miei, ma fa nulla.
E’ come se avessi reagito alla mancanza di radici causata da familiari per vari motivi slegati dal loro territorio di origine- le langhe e Torino, la liguria e Genova - e capitati a Pinerolo all’inizio degli anni Sessanta praticamente per caso: Pinerolo come base per mio padre per andare a lavorare a Pra’ Catinat, in alta val Chisone.
Sono all’Association Les Amis de la Vieille Navarre.
A cena con Paolo: riso basmati, trota e peperone al forno. Birra Kronenburg.
Ore 21.45 – Refuge Municipal
I russi sul treno in realtà son polacchi, e sfogliano nella cucina comune tutti i libroni compilati in anni e anni da pellegrini passati per questo rifugio.
E’ il rifugio municipale, dove son arrivato dopo aver ritirato il carnet de pelerìn, la credencial.
Qui al rifugio ho conosciuto Matteo, 19 anni, della provincia di Roma, in viaggio dopo aver dato la maturità; e Paolo, ragazzo di 40 anni di Torino in cassa integrazione e quindi con tanto tempo di fronte.
Bella bella la chiesa di St.Jean, con musiche e voci basche diffuse dagli altoparlanti e con tante candele e lumini accesi.
Non potevo non accenderne uno per mio padre.
“LA PIOGGIA DEL MATTINO NON FERMA IL PELLEGRINO”: detto del gestore del rifugio, in risposta ai miei dubbi per domani.
Sabato 10
Ore 10.10, sulla strada
La pioggia non c’è, per fortuna, perché in questo caso non c’è rima che tenga: si sta fermi e si attende che spiova.
A costo di star fermi 1 giorno o 2.
Non sono un pellegrino a oltranza.
Non devo espiare niente, anzi, devo divertirmi!
Ore 10.30 – Huntto
Pausa caffè con Gesa.
Ore 11.55 – seduto su un pezzo di prato
Alle 10.30 ero in un bar-ristorante in cui sono arrivate 2 signore italiane prima di me, un po’ dubbiose sul fatto di potercela fare.
“Nel dubbio si può tornare indietro e fermarsi in quel rifugio (Orisson), ed è una bella sicurezza”, ho detto loro.
Una mi ha dato 2 piccole pacche su una spalla, come per ringraziare della mia calma.
Un altro ragazzo italiano, Matteo che ha appena 19 anni, al rifugio mi ha chiamato maestro di tranquillità.
Ci vuol calma en la vida, calma.
Son calme le 3 vacche che brucano in un paesaggio dove ci son valli sconfinate, a perdita d’occhio, e se non ci fosse la nebbiolina si vedrebbero ancora meglio.
Ore 12.10
Mangiato pane e formaggio molle tipo brie, buono con poca crosta.
Son sempre seduto sull’erba che costeggia una curva in discesa, non lontano da Huntto.
Di fronte a me un sentiero di terra e pietre, a destra un sentiero a malapena sfalciato, con grandi e splendide felci a destra e sinistra.
Qui il colore che vince è il verde. In tutte le tonalità.
Le signore spagnole di San Sebastian con cui l’ho percorso all’andata non han voluto rifarlo, per tornare indietro (sbagliato sentiero), han preferito la strada che ho di fronte, che è di terra e pietre se si scende, asfaltata se si sale.
Loro son salite.
Io son stufo di asfalto, meglio l’erba e le felci.
L’ultima della fila si è girata e mi ha detto: “no estarà malo?”
“No no, grazie”.
No estarò malo.
Estoy bien, en paz con me mismo.
Ore 16.25
Al refuge auberge Orisson, sulla strada per Roncisvalle, che resta troppo distante da qui.
Bene, mi fermo per dormire, la cena e la piccola colazione.
E tra poco prendo il caffè.
Son seduto sulla terrazza di fronte al rifugio, e qualche piccola goccia scende.
In stanza con me: 2 viaggiatori tedeschi in cammino da 3 mesi dalla Germania.
Nine, olandese in viaggio da st. Jean e che ha sei settimane per arrivare a Santiago, periodo che mi sembra giusto per persone come me. Eventualmente anche sette.
Perché poi scopri che da queste parti ci sono delle grotte antichissime, in cui han trovato ossa di dinosauro!
La grotta più antica d’Europa: Atapuerca.
Ore 17.05
Caffè vicino al camino, che ha 3 ciocchi di legna.
Di fronte a me i 2 signori tedeschi che son in viaggio da 3 mesi, partiti dalla Germania.
Io alle 15 e 30 ho fatto la doccia e la barba, insaponandomi con un piccolo sapone della foresteria di Torre Pellice.
Grazie Lella che me lo hai messo nello zaino all’ultimo!
Asciugamani, ne ho comprato 2 ieri, rotondi e con la scritta Pays Basques, carini.
A St.Jean.
Ieri mi son regalato anche un anellino d’argento che ora porto all’anulare destro.
Era in un negozio del commercio equo e solidale con begli oggetti africani e haitiani non di serie: quadri, maschere, appendiasciugamani… e tanti tipi di the ed essenze: cardamomo…
Un profumo avvolgente.
Ore 18.15
In questa sala comune c’è il camino e 10 tavoli rettangolari. Uno, in fondo, rotondo. 2 tavoli centrali con le panche di legno, tutti gli altri con le sedie di legno impagliate.
Sopra la testa 3 enormi travi di legno chiaro collegate da una dozzina di travi meno spesse.
Qualche applique.
Qualche stampa (o dipinto?) di momenti di vita quotidiana basca: vedo la pelota, la feria, che qui è molto diffusa, come quella di San Fermìn a Pamplona, dove i cori torrono – bell’errore – per le strade e le persone – sbronze – corrono veloci.
E i turisti ogni anno si fanno incornare.
E ogni anno qualcuno muore.
Ore 21
La cena è finita: le persone si sono alzate e han preso la loro strada: i 2 signori tedeschi, la ragazza/donna olandese, il ciclista spagnolo, la coppia formata da un francese e una signora di Firenze.
E ora son qui, con le spalle al camino che scoppietta per un nuovo pezzo di legno e i 2 giovani proprietari che sparecchiano e puliscono e spostano tavoli e sedie.
E continua la musica che è popolare, cantata in basco, da ballare.
Ricorda un po’ la nostra musica con la ghironda…, la musica occitana.
Mi è molto piaciuta la tavola europea, con persone che parlavano in questa lingua comune fatta di inglese francese e spagnolo e italiano, e il bello è che viene spontaneo parlare e fare l’orecchio a questa specie di esperanto.
Ho fatto ridere tutti parlando della cena di ieri, con porzioniridotte: piccola trota, piccolo riso, piccolo pezzo di peperone rosso, piccola birra Kronenburg.
“Ma… ho mangiato un cesto di pane!”
E loro: “e il conto piccolo!”
No, naturalmente, perché ho speso 15 euro, ma non l’ho detto per non interrompere il gioco parlando di denaro.
E poi mi son alzato per prendere questo quadernetto e far vedere la piccola pubblicità di questo piccolo ristorante!
E giù risate, perché effettivamente ci son 4 tavoli.
Adesso su questo tavolone lungo lungo fatto di 2 tavoli messi al centro della sala ci sono io che do le spalle al camino e mi riscaldo la schiena e ne ho bisogno, perché ho le braghe corte, e altre 8 persone, all’estremità opposta, di fronte a 4 a 4.
Bevono chi martini, chi acqua tonica chi qualcos’altro.
Sul tavolo 2 ciotoline tonde, piatte, di ceramica rossa lucida.
Con le arachidi.
Un uomo vicino a me ha i jeans, una camicia a quadretti fini rimboccata e un maglioncino blu sulle spalle.
Un avambraccio da boscaiolo.
A cena è stato molto bello veder passare delle vacche, a distanza tra loro, lente e sole, senza bisogno di cani né giovani pastori bambini delle elementari come in val Troncea.
Questo diario lo farò leggere a un po’ di persone: Lella, Giovanna e Guido, Lore e Lu, Dominique e se vuole Sergio.
Mirko, naturalmente.
Son molto contento di riuscire a scrivere con questa continuità, perché difficilmente riuscirò a rendere cosa ho vissuto, al ritorno.
Poi naturalmente succederà che questi momenti segnati su carta acquisteranno una forza che mi permetterà di ricordarli molto molto a lungo, mentre gli altri affioreranno a momenti o spariranno del tutto.
La scrittura e la sua forza.
Potere che in altro modo ha anche la fotografia.
L’inizio del camino, oggi, è stato molto duro: partenza alle 8 meno un quarto e subito una deprimente strada asfaltata lunga km e km, passando vicino a belle case che non davano segni di vita.
Qualche rara macchina di passaggio, fortunatamente con visi non ostili.
Il bello: saper di far parte del paesaggio, della normalità.
Il contrario di ciò che succede in Italia, guardati con sospetto.
Cani che abbaiano, visi che pensano: e questo? E ti seguono finché non sei scomparso dalla vista, alla prima curva.
Qui bello è stato il saluto aperto di un signore anziano, in auto.
All’andata e al ritorno del suo passaggio.
E poi gli incontri davvero inaspettati, li elenco, bevo prima l’ultimo sorso di vino rosso, poi vado in camera:
- le 2 signore italiane al bar/rifugio;
- Gena, grande camminatrice tedesca, anche lei al bar, dopo di me;
- Michela, austriaca, e l’amica, altri mostri a piedi dall’Austria;
- le 3 signore spagnole;
- la signora francese con cui ho condiviso qualche minuto di attesa per Henri, il marito che prende e parte. Poi magari non sifa vedere e fa preoccupare;
- la signora tedesca, al mio arrivo in camera;
- la ragazza/signora olandese, passata mentre (seduto con le valli di fronte) riposavo e anch’io aspettavo Henri. Arrivato poco dopo;
- la signora italiana che sembra la sorella di Tana de Zulueta con il marito, che legge l’ultimo libro di U. Eco, ritenuto un genio, uno dei pochi in Italia.
Bon, buona notte.
Al rifugio Orisson. La guida francese del rifugio lo descrive così: Un refuge privé ouvre au printemps 2004. Cadre magnifique. Vue exceptionelle sur la Basse Navarre.
Ferdinand Soler, Guide pratique du Chemin de Saint-Jacques de Compostelle.
Editions Dervy, 22 euro.
Cassa: 1020 euro.
Bien, pago e si va. Speruma bin, se no torno indietro a St. Jean e poi si vede.
A Roncisvalle con qualche mezzo a motore.
Vediamo un po’.
Paesaggio veramente spettacolare, la guida non sbaglia.
Ore 13. Poco prima della Vierge de Biakorri
Solo solo solo.
Valli a perdita d’occhio, da tutte le parti, abitate da greggi e cavalli.
Liberi tutti.
Sembra di essere un antico abitatore della terra.
Ora prenderò la direzione per Arneguy, e prima incontrerò Valcarlos (Magno), dove posso fermarmi oppure prendere un mezzo per Roncisvalle o St. Jean, che mi è piaciuta molto ma non ho visto bene.
A St. Jean mi incuriosisce un ostello aperto da una coppia di olandesi, che han fatto alcuni camini negli anni passati e poi si son fermati.
Si va.
A Valcarlos.
Biro appena comprata,scrive benissimo ma passa sotto. Vuol dire che scriverà in Italia.
A Valcarlos si è in Spagna, e da qui a Roncisvalle sono 2h e mezza sulla provinciale, mi ha detto la signora dell’alimentari.
Questa mattina paesaggi spettacolari, vallate a sinistra destra di fronte e dietro.
Non pensavo di farcela, con la via alta, e son sceso, sempre solo.
In cielo tante aquile così vicine da vederne gli artigli.
Leggere e portate dall’aria come deltaplani.
Ore 20.45
Nella camera della casa rural dove mi fermo per la notte.
Le 2 ore e ½ per Roncisvalle, con quelle nuvolone grigie sopra la testa erano impossibili.
In paese c’erano 2 case rural…
La domenica della solitudine, oggi, perché ho camminato da solo dalle 12 meno un quarto all’arrivo a Valcarlos, 5 meno un quarto.
Con qualche pausa ma breve.
Dall’una ho preso quasi sempre una strada asfaltata, che indicava Arneguy.
Per questo motivo questo paese spagnolo l’ho sempre scambiato per Arneguy.
E comunque era lì, dava fiducia: bisognava solo sobbarcarsi tutti quei tornanti a piedi, ogni tanto sorpassato da qualche abitante della zona o famiglia di turisti.
Incrociato un solo ragazzo su una bici da corsa, che saliva pendenze da tour o vuelta.
All’improvviso la strada asfaltata è terminata, perché su un ponticello è comparso il rettangolino blu con la conchiglia gialla stilizzata.
E’ stato bellissimo: come se tutto quel percorso avesse avuto un senso.
Queste 5 ore infatti son state guidate all’inizio da una tacca gialla, ma solo per un po’, per poi perdersi nei campi.
E verso la fine da un paio di cartelli scritti a mano:
Arneguy
St.Jean Pied de Port
Il percorso lasciato all’una, invece,aveva un segno ogni poche decine di metri:
-tacche rosse e bianche,
-cippi di pietra con la conchiglia scolpita,
-cartelli colorati.
Così alla fine ho fatto circa metà della via alta e metà di quella bassa, per ricongiungermi a Ibaneta, colle vicino ad un centro ornitologico. Domani.
Non saremo in molti ad aver fatto una cosa del genere, credo.
Voglia inconscia di differenziarsi?
Quella c’è sempre, ma questa volta c’era la chiara consapevolezza che i 18km e mezzo ancora da fare non li avrei mai potuti fare.
Le discese al Gran San Bernardo e alle 5 Terre qualcosa hanno insegnato: per me sono da evitare assolutamente.
Dopo, quando inizia il dolore congiunto ginocchia/caviglie, è troppo tardi.
E’ un dolore che si sente ad ogni movimento.
In più, dietro di me non arrivava più nessuno: il furor pirenaico aveva contagiato tutti, giovani e non solo.
E’ anche per questo che non avrei potuto iscrivermi al trek di Avventure nel mondo: qui han tutti un altro passo.
Contemplano anche, ma andando.
Io, mi fermo o mi siedo.
La signora, a cui avevo risposto “ocho”, per la colazione di questa mattina, ha appena bussato alla porta per sapere se andava tutto bene.
“Tout bien madame, je suis un petit cansado”, ho risposto.
Mi piacciono le camere private.
Riposanti.
Ore 14.45
Ho mangiato del prosciutto crudo con la baguette e un pezzo di formaggio stagionato. Concluso con una cialda.
Son appoggiato su un corrimano di legno che delimita per 20 metri il sentiero, immerso in castagni secolari.
Sotto, il torrente.
A pochi metri da qui, circa un’ora fa, mi son chiesto: perché non son venuto prima?
Ore 15.55
In un altro bosco, dopo esser uscito e ritornato sulla provinciale.
Tolgo i sandali e metto gli scarponi.
Forse ho una vescica.
La pianta del piede sinistro comincia a bruciare in un punto.
Ecco un motivo per cui non son venuto prima.
Ore 16.40
Pero la respuesta es que si tu estàs en tu casa, en tu camara, el dìa siguente tu estàs cansado y tu restas en tu casa, o tu vas en tu ciudad por ver una persona amiga o tomar un helado.
Si tu estàs en una ciudad del camino, tu buscas tu mochila y tu caminas.
Esto es el segredo.
Roncesvalles: refugio de peregrinos.
Completamente stravolto. Di fronte a me un ragazzo che non russava, latrava a intermittenza, cosa ancora peggiore.Ora è pacifico e sta preparando lo zaino.
Dico grazie col pensiero ad un altro ragazzo, italiano, che mi ha prestato i suoi tappi – usati – per provare a dormire.
Alle 4.
Alle 6 e mezza tutti giù dalle brande.
“Buen camino”, dicono i 2 hospitaleri olandesi volontari, “buen camino”, dicono questi 2 giganti con i capelli bianchi o grigi.E’ anche per questo, che non son venuto prima.
Ora: lavarsi, tanto caffè e poi incollare e riordinare il diario.Ripartire, poi.
Male alla caviglia destra, il motivo principale della mia cautela, al di là della stanchezza che è grande ma con il caffè e l’acqua fredda sul viso si supererà.
Poi, nella notte insonne che a me regala sempre pensieri, ho pensato a Pamplona come città ideale per studiare la lingua, subito, ora, oggi, domani.
A studiare, a imparare questa lingua parlata ieri sera a cena con Cèsar -ciclista della regione di Segovia -, che sta facendo la Pirenaica, da Girona a Irùn.
E’ un Iron man.
“Hay un frìo que pela”, dice il ciclista entrato nel bar per bere un caffè con leche insieme al suo amico che ha una cosa furbissima: la calzamaglia di lana sopra la tuta, e non sotto, così non dà prurito.
Ed è una calzamaglia che arriva un po’ sotto l’inguine, come le calze autoreggenti.
In tv un monumento della stupidità umana: la corsa di San Fermìn a Pamplona: decine di tori che corrono su un percorso obbligato, scivolano sul porfido, si scontrano cadendo, sbattono sulle protezioni (per gli spettatori), sono attorniati da centinaia di persone che urlano o corrono vicino a loro, dappertutto, e li toccano in corsa con una mano.
Vi auguro un’ora da tori, uomini.
E non c’è cultura ancestrale che tenga, caro professor Bravo.E caro Rodman, che corri per beneficenza, fai qualcosa di più furbo.
Ore 9.50
E’ il mio secondo bar di Roncisvalle, il primo alle 8, ad aspettare al freddo l'apertura.
Gli hospitaleri olandesi poco ospitali alle 7 e 30 han mandato via tutti e iniziato a pulire alla grande: l’Olanda è vicina alla Germania, e la grinta sembrava quella.
Alle 7 un gigante mi si è avvicinato al letto a castello: la sua testa arrivava al 2° piano, il mio.
Ha detto “bonjour”, con un tono che voleva dire “alzati senza fare storie”.
Ho risposto “bonjour”, che voleva dire “posso restare fino a mezzogiorno?”
Sono l’unico pellegrino a non essere ancora partito: la retroguardia, come Roland.
Ieri mattina madame Bidanda, a Valcarlos, mi raccontava che un francese con un’impresa fa il cammino tutti gli anni.
E si ferma una notte da lei.“Devo soffrire”, dice. “Devo soffrire”. Io, no.
Dopo mezz’ora di conversazione madame si è alzata, come per dire “parti”.
Poi abbiam parlato ancora un po’ e mi ha raccontato di uno spagnolo travestito da pellegrino, con la credencial e tutto, che nei rifugi faceva il pieno dei soldi degli altri pellegrini.
Alla fine l’han preso.
“Es como un artista”, le ho detto.
“Es un artista”, ha risposto.
Ore 14.35, seduto sul ciglio di un sentiero sterrato, poco dopo Auritz/Burguete, a circa 3 km da Roncisvalle
Ho davanti a me un pratone con una decina di vacche sdraiate o in piedi, muovono solo le mascelle, le orecchie e la coda.
Una vacca ha leccato il vitellino, ed è stato bello.
Ore 22.40
In camera a Espinal.
Bella casa rural anche questa volta, se non sbaglio del XVIII secolo.
Splendida scala in legno e pavimento del corridoio del 1° piano che scricchiola.
Continuo ad incollare foto, come già avevo fatto questa mattina nel 2° bar, in cui ho ritagliato ed incollato per più di un’ora come se niente fosse.
Bello, in quel bar dell’hotel ristorante, l’incontro con Juan che riprendeva il suo viaggio in bici, dopo aver dormito lì.
Lui caloroso, io rincoglionito al punto che mi son reso conto di chi avevo di fronte dopo 10 minuti che parlavamo.
Attenuanti:
1) Ieri era completamente equipaggiato da ciclista, con casco e occhiali da sole.
2) Oggi avevo dormito dalle 23.30 alle 2.30 e dalle 4.30 alle 6.30.
Alle 7 e 30 i 2 tulipani erano già di corvée.
5 ore dopo trovavo le forze per ripartire, dopo un mini pisolo di 30 minuti.
Alcuni pellegrini erano in marcia da 6 ore.
Dalle 12.30 alle 18.30 circa ho fatto 6km e mezzo.
Ho comprato i cerotti compeed e una crema ad alta protezione, fondamentale oggi, se no starei qui a piangere.
Chi se ne frega dei 15 euro e che a Felizzano costava di meno.
Io ne avevo bisogno oggi, e i soldi li avevo.
Pensando agli alpinisti e ai loro visi ricoperti di crema anch’io – la terza volta, dopo che si erano asciugate le prime 2 spalmate -, l’ho messa senza tirarla.
Erano più o meno le 3 e un quarto. Tre ore dopo non si era ancora assorbita e io sembravo un africano tirato a festa pronto per ballare e scatenarsi.
Il fatto è che cominciavo a incontrar gente ed ero in quello stato senza saperlo.
I miei incontri di oggi:
- 3 ragazzi spagnoli con zaini e tutto a piedi dal mar cantabrico al mediterraneo (ho capito solo el norte de la cataluna, poi uno ha detto Cadaques e mi ha confuso ancora di più le idee; quello del norte usava 3 dita per simulare una carta geografica. Io annuivo);
- un signore spagnolo che faceva 2 passi per digerire (alle 5!) e stava in campeggio a Espinal;
- prima di tutti loro 2 ragazze che non si capiva se eran partite stamattina da Roncesvalles e quindi stavano tornando indietro perché qualcosa non andava, o se non avevano nessuna difficoltà.
Ripensandoci, non avrei certo potuto motivarle un granché, infatti dopo neanche 10 minuti dal nostro incrocio mi son piantato su un ciglio di una strada a mangiare pane e formaggio con una fame discreta.
Alle 11 a Roncesvalles, invece, avevo mangiato con grandissimo gusto una scatoletta di acciughe accompagnate con la baguette di Valcarlos.
Arrivato nel 2° paesino ho ancora incontrato alcune persone del posto che andavano a fare 2 passi: una ragazza col cane, un papà col passeggino e il telefonino, un ragazzo in bici che poi rivedrò in paese e mi consiglierà di andare qui dove adesso sto scrivendo, in questa bella e fredda cameretta.
Ancora visto un pellegrino tedesco di poche parole e che sapeva già dove dormire; della mia guida (“I have a guidebook”) non gliene fregava niente. Simpatico il ragazzo.
Ho pensato: spero di non ritrovarmelo nella stessa casa rural.
Poi un tipo simpatico con moglie e figlio, tutti e 3 sportivi. Mi ha chiesto del sentiero vicino alla fontana su cui ero seduto e gli ho indicato la cartina che tenevo in mano in quel momento.
Gli ho anche chiesto della sua maglietta rossa, su cui c’era scritto Resistencia 2004, ed era una gara sportiva della sua regione, la Cantabria.
Abbiam fatto 2 parole e mi ha dato una pacca sulla spalla.
L’ultimo incontro, certamente inconsueto: un gruppo di donne giapponesi in ordine sparso: alcune con zaino minimo, tutte con macchina fotografica di varie dimensioni. Cappelli di ogni tipo.
L’ultima, vestita di bianco e con una piccola macchina foto grigia metallizzata al collo, andava avanti un po’ barcollante.
Al supermercato ho comprato alcune cose da mangiare, un balsamo al posto dello shampoo (ecco perché non faceva schiuma…) e alcune cartoline tutte uguali del Pirineo Navarro.
Espinal, dopo 10 minuti di cammino mi siedo sul ciglio del sentiero.
Accendo il telefono per leggere e trascrivere i messaggi, ed ecco un inaspettato regalo: la telefonata della mamma di …: il bambino non se la sente di venire a Campertogno in Valsesia, e le “sembrava giusto dirlo, per lasciare il posto a qualcun altro”.
Ha capito che non era ancora il momento, per un’esperienza di questo genere, poiché il bambino non ne ha più parlato.
Invece lei ha detto una cosa interessantissima: “ha sentito anche lei le domande che faceva, le cose che lo interessavano (se c’era il computer…): noi abbiamo imparato che bisogna ascoltare, più che parlare, con …”.
Bellissimo.
Rogers sarebbe felice.Io lo sono.
Ore 18
EN MEMORIA DE
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Io, nella mia conca, come invisibile.
E la polizia, in questo particolare contesto, non ti guarda storto o ti ferma per chiederti i documenti.
Stamattina son stato più di mezz’ora al bar di Zubiri a far colazione e a a scrivere, e tra i pochi clienti c’erano 2 ragazzi della guardia civil con la loro divisa verde oliva.
Poco più tardi, lungo la strada che da Zubiri porta verso Orreaga/Roncesvalles o la Francia – imboccata per sbaglio – uno dei 2 ha suonato il clacson della jeep e ha salutato: non so, in realtà, se il saluto fosse proprio per me o per il conducente di un furgone bianco con i giornali della mattina, in quel momento proprio sulla mia traiettoria.
In ogni caso, qui tu sei un pellegrino sulla rotta dei pellegrini, non c’è nulla di strano nel vederti camminare di mattino presto o all’ora di pranzo.
Qui, pellegrini ne passano a migliaia ogni anno, dicono le statistiche.
Arrivano da tutto il mondo.
Sul letto giù in basso, al fianco mio, c’è un signore bello massiccio, grosso ma tosto, non gordo: lui viene da Porto Rico. Si chiama Carlos.
Alla mia destra una coppia - uomo/donna sui 50 – dalla Repubblica Ceca.
L’alcalde nel suo ufficio ha appeso la maglietta con l’immagine di Senna e tutte le firme dei pellegrini brasiliani.
Paulo Coelho ha scritto un libro sul camino, edito in Italia da Bompiani, ed evidentemente in Brasile ha avuto molto successo.
Bevo un sorso d’acqua. Oggi ho bevuto tantissimo: quasi 2 litri di acqua e 2 bibite con vitamine, più un mezzo bicchiere di vino.
E nel pomeriggio 2 cervezas pequenas da 33, quindi un mezzo litrello di birrella San Miguel. Olè, direbbe un personaggio di Tondelli in Altri Libertini.
Ciao PierVittorio, che peccato che ti sia beccato l’aids, spero che quella volta sia stato bello, almeno.
Banalità estrema.
Spero invece che sia stato bello morire con accanto qualcuno che ti ha voluto bene nei momenti di congedo.
Come il vecchio compagno Manuel che è stato vicino fino all’ultimo alla sua compagna malata di leucemia.
Grande, Manuel. Per te questa non è una parola senza valore, come mito, mitico.
Tu eres un mito, un mito chileno.
E ti prometto che ti vengo a cercare, rompo le scatole a tutta la Falchera vecchia finché non scopro dove è andato ad abitare il mio vecchio compagno dell’istituto magistrale per il recupero degli anni perduti, e del corso per assistenti domiciliari finanziato con i soldi della comunità europea.
Ti troverò, Manuel.
La biro giapponese, stupenda, scivola via leggera, e a poco a poco si sta consumando.
Io scrivo scrivo scrivo, e parlo tanto, come a tavola, dove ho parlato in francese spagnolo e inglese, senza tante esitazioni.
Da dove mi esca, questa capacità di espressione con il francese – che non ho mai studiato -: è una sorpresa.
E parla parla si fan le 10 al bar di Larrasoana, si fan le pulizie ché alle sei qui si ricomincia il giro, e tra chi lavora nessuno davvero mi fa pesare nulla né con uno sguardo un sospiro una parola tra pari, nulla.
Ma io ho preso un terzo della mia cotoletta meravigliosamente al sangue – povere bestie tanto ammirate libere al pascolo e povero ipocrita amante della natura che si fa il pacchetto con la natura ammirata qualchegiorno prima sui Pirenei -, l’ho insacchettata e con l’arancia come frutta son tornato trionfalmente verso l’albergue, quello nuovo (un garage a 2 piani con letti con lenzuola freschissime e linde).
Sulla strada c’era l’alcalde e l’ho rincorso (poche ore prima mi stava antipatico…) per chiedergli – pensiero nato nel ristorante – se c’era la possibilità, in Larrasoana, di fare il volontario en los refugios.
“Grazie ma ci sono già alcune ragazze del posto”, la sintesi.
“Comunque il cammino è grande e puoi vedere a Pamplona o più in là”.
Poco fa, in quella pausa di 12 minuti, ho sbranato, pezzo per pezzo, la cotoletta nella carta.
E la sorpresa, un vero colpo di genio culinario (involontario come tutti i colpi di genio, Pietro Ferrua fondatore della ditta Panettoni Galup – Pinerolo – insegna) è stato l’ultimo boccone, il pezzo di baguette avanzato messo sopra la carne, che in quell’ora aveva assorbito tutto il gusto.
Un vero piacere del palato.
Un’ultima cosa e poi – forse – provo a dormire, se no… (oggi solo 5 chilometri, un po’ pochino, no?) domani l’è dira.
Comunque sia, colazione al solito bar-ristorante.
Le ultime parole di questa splendida giornata sono per il cammino, che si è rivelato quello che speravo fosse: un luogo dove fare un’esperienza estetica notevole (il vero, il bello e il bene, indica Howard Gardner come priorità della scuola nei confronti dell’alunno), una conoscenza di una nuova cultura locale, di nuove persone internazionali con cui entrare in relazione, di comunicazione linguistica, di gestione della vita quotidiana in un nuovo contesto e di condivisione di spazi e attività con persone con caratteristiche sconosciute.
Tutto questo è successo, in soli 6 giorni, finora.
Finisse qui questo mio cammino, che comunque terminerà la prossima settimana, sarei già contento.
Venerdì 16
Ore 9.10, Pamplona
In un bar vicino alla stazione degli autobus.
La mattina di oggi: ore 00.00 circa termino di scrivere e provo a dormire.
Ore 2.30 mi sveglio e vado in bagno.
Ore 4.00 son sveglio.
Ore 5.30 son sveglio.
Ore 6 e qualcosa mi alzo e vado a lavarmi.
Faccia, denti col dito al posto dello spazzolino, la barba usando per la schiuma il sapone della Foresteria di Torre. Buono anche per la doccia, calda, lunga.
Poi, preparo lo zaino e un saluto veloce a tutti.
Ore 6.30.
Sono il primo cliente della posada, “è la prima volta”, dico, e la signora sorride.
Anche lei è stanca e si vede.
Caffè, e pane e marmellata.
Un’ultima cartolina come ricordo.
Poi mi viene da guardarmi allo specchio e vedo che la palpebra è un po’ nera e mi spavento un po’.
Nel bar ci sono altri ragazzi italiani ma non ho voglia di parlare. Saluto ed esco.
Prendo la mochila con il bastone già ripiegato questa mattina.
Vado ad aspettare l’autobus.
All’albergue, avevo capito subito, fatti 2 calcoli, che era iniziato il giro bello bellissimo entusiasmante di Napoli: grandi emozioni, mente che inizia a macinare pensieri per ore, senza stancarsi, poco sonno e poco cibo.
Solo che qui non c’è Cesare che viene a darmi una mano.
Buen camino a tutti gli altri!
Ora, cerco un posto per dormire, e una farmacia per far vedere l’occhio.
Tutto bene.
E ora… a nanna!
Sveglio.
Un po’ piccola, come dormita, ma è già qualcosa.
L’incanto è finito?
Non lo credo.
Semplicemente inizia un’altra esperienza.
Per me, d’altronde, in ogni caso sarebbe stato necessario un distacco graduale dal cammino, in modo da non terminare in maniera troppo immediata.
Bene, ora si tratta di recuperare le forze per la settimana con Lorella e i bambini in Valsesia.
Andrea (andreatravaglio2003@libero.it)