Elisa

Pensieri


Perdersi nelle Mesetas

 

Solita sveglia all’alba.

Prepariamo gli zaini. Colazione veloce. Partenza.

 

Già da qualche giorno il Cammino mi aveva lasciato assaporare una curiosa aria di cambiamento: aveva addolcito i suoi toni, reso più caldi e brillanti i suoi colori.

Sarebbe bastata una pausa, un breve istante d’intimità con se stesso, e l’aspirante Pellegrino avrebbe avvertito senz’altro, dentro di sé, soffiare, gentile, una nuova e sconosciuta brezza.

Niente, tuttavia, quella mattina, avrebbe potuto in alcun modo preparare appieno lo spirito, concentrato, ansimante, sulla salita, all’improvviso ed inaspettato aprirsi di quel sipario.

Gli sguardi bassi, impegnati sul terreno roccioso. Le schiene ricurve a sostenere quel peso che, all’epoca, ancora veniva creduto l’ “indispensabile”. Il capo chino, il busto in avanti, ad alleggerire le gambe, a dar loro più potenza, lasciando loro il passo su quel ripido ed estenuante primo tratto.

La fine pareva non arrivare mai. La cima rimaneva lassù, chissà dove, nascosta: immobile e silenziosa attendeva paziente ognuno di noi.

Alcuni animi, i più attenti e sensibili, che avevano udito poche ore o giorni prima il bisbigliarsi di un nuovo Cammino, ne erano adesso certamente dimentichi.

Sembrava una prova come tante altre sino ad allora passate e vissute: una mera prova di resistenza.

 

Il cordone di camminatori prosegue lento, stanco, continua a snodarsi lungo i fianchi della montagna. E dall’alto, dal crinale, stranamente, nessun segnale, nessuna voce, nessun grido di gioia o di arrivo.

La mente, ormai schiava delle gambe, è come intorpidita dal ripetersi meccanico dei passi, quando, improvvisamente, l’emozione la risveglia.

Avviene d’un tratto: i primi graffianti aliti di vento ed il repentino asciugarsi del sudore sulla fronte paiono finalmente suggerire l’avvicinamento alla meta…

 

Rimango senza fiato.

La mente si risveglia e subito viene rapita: prima strattonata e poi immersa in quello scenario indescrivibile, surreale. Affogata in una vallata di colori, senza ossigeno, alimentata soltanto dalle mille pennellate giallo oro che tutt’attorno, in infinite sfumature e in infiniti orizzonti, sembrano prendere e restituire vita ad ogni alito di vento.

Il cielo, lassù, pare essere azzurro come il mare…ma le onde sono laggiù, ai miei piedi, e riflettono il colore del sole, di un sole cocente, mai visto prima. Sembrano segnare infinite vie nell’immensa vallata, spumeggiano con le spighe di grano, continuamente in piega come in un circuito, sino ad infrangersi sulle rive del Cammino che solo, come sempre serpeggiando, attraversa gli infiniti abissi delle Mesetas…

 

Ed eccomi, dunque, giunta quasi a metà del Cammino.

Là dove il Cammino si tinge di rosso fuoco, là dove quegli altipiani dorati e silenziosi sembrano volerti insegnare tutto e niente.

Eccomi, dunque, in mezzo al nulla.

Quel “nulla” di cui tutti parlano: che in tanti hanno odiato, odiano e continueranno ad odiare, sempre.

Quel “nulla” di cui alcuni si innamorano perdutamente a prima vista.

Quell’infinito oro che nell’istante stesso in cui violenta i tuoi occhi, ipnotizzando sguardo ed animo, inizia a scorrerti rapido ed incessante nelle vene. Quell’infinito silenzio che s’insinua, lento, nel tuo petto, colmandolo dell’indefinibile emozione di presenziare l’ignoto, rimestandovi all’interno, quasi fosse un gigantesco e potente mestolo, gioie taciute e paure nascoste.

 

Inizia il viaggio, inizia il Cammino.

Inizio quella discesa che di lì a poco mi immergerà in un istante lungo più di cento chilometri.

Inizio a sprofondare in quel tanto temuto e discusso senso di solitudine che, tuttavia, inspiegabilmente, genera in me solo una quiete e gioia infinita.

E’ come se quel luogo mi appartenesse da sempre. Come se da lì soltanto dovesse iniziare il mio Cammino. Come se lì soltanto dovessi tornare.

I chilometri percorsi e quelli ancora da percorrere, la vanità per la strada passata e l’ansia per quella futura, scompaiono, perdono di significato, si sgretolano come creta sotto il sole cocente delle Mesetas.

Una forza inspiegabile, potente e dolce ed armoniosa al contempo, m’impone di fermarmi di volta in volta, di interrompere il mio passo, di sedermi, di perdermi nella contemplazione di quello scorrere continuo ed immobile di spighe di grano.

Non ne capisco ancora appieno il senso, ma già inizio a gustarne il sapore.

Seduta, in silenzio, è come trovarsi ancora una volta sui banchi di scuola. Ma stavolta è diverso, molto diverso. Non spetta più a me scegliere se ascoltare o meno il Maestro, decidere se meriti o meno la mia fiducia. Mi è sufficiente un attimo, un breve ed eterno istante, uno sguardo all’orizzonte e vengo come rapita dalla forza di quella natura.

La lezione si è così già conclusa: è durata il battito di un ciglio.

Niente da scrivere, niente da domandare, niente da capire.

Solo l’istante del momento presente: da assaporare.

  

I messaggi

 

Mi perdo nelle Mesetas.

Mi perdo, ne vengo rapita: non saprei dire esattamente com’è andata.

Gli altri proseguono a gruppi. Alcuni davanti a me, altri dietro.

Li sento chiacchierare, cantare, come sempre, per farsi forza, per tenere alto il morale.

Preferisco rimanere sola: smarrirmi nella magia di quei luoghi.

Mi fermo più volte, per diverse soste. Con la scusa di una sigaretta saluto gli ultimi rimasti indietro lasciando che mi passino avanti.

Riprendo il mio Cammino, da sola stavolta.

 

Erano ormai passati almeno dieci giorni dalla nostra partenza da Saint Jean, eppure non avevo scritto ancora una riga.

Tra i dodici chili che occupavano il mio zaino si trovava anche un quadernetto – “casualmente” giallo del colore del Cammino – ed una penna. Alla partenza mi ero ripromessa di provare, quantomeno, ad appuntare nero su bianco alcune sensazioni, riflessioni, domande, pensieri.

Ma non ne ero stata capace. La troppa stanchezza ed i continui dolori che sembravano aver assorbito ogni mia minima energia, sia fisica che morale, forse me lo avevano impedito.

O forse, più semplicemente, non avevo avuto niente per cui fosse valsa la pena di ritrovare il coraggio di scrivere.

 

Finalmente un albero: le Mesetas sembrano voler concedermi un fazzoletto d’ombra.

L’ennesima sosta, l’ennesima sigaretta.

Strappo alcune pagine dal mio quaderno ed impugno la penna.

Ripreso il cammino, lascio i messaggi lungo la strada, sotto quelle pietre che, indicatori imperturbabili provenienti da chissà quale galassia di frecce gialle e da chissà quale epoca di conchiglie, come sempre e per sempre rassicurano il viandante nel suo eterno procedere.

 

L’adulto-bambino: “Io do, do, do…è una vita che do…e ricevo in cambio solo calci…perché gli altri non riescono a ricevere ciò che di buono voglio dar loro?”

Il Maestro: “Forse non sono gli altri a non saper Ricevere. Sei tu.”

L’adulto-bambino: “…eppure, io vorrei ricevere…”

Il Maestro: “Forse non conosci il significato di Dare.”

“Rispondimi, ora: credi di esser capace di Dare a te stesso?”

L’adulto-bambino: “…non so…probabilmente no…”

Il Maestro: “Forse il tuo Io è incapace di Ricevere perché non ha mai appreso come Dare a se stesso ciò che realmente Vuole.”

“Il Dare e il Ricevere non possono esistere quando vengono riflessi sugli Altri tenendo in mano lo specchio del proprio Volere.”

  

Finisterre

 

A distanza di un mese, quasi, dal mio ritorno a casa mi trovo a rispondere ad una lettera inviatami da un’amica.

Mi chiede del Cammino.

Qui di seguito, la mia risposta.

 

“Prima di partire lessi una frase del mitico Terzani, secondo cui quelle che noi oggi chiamiamo ostinatamente "garanzie" e di cui ci circondiamo continuamente altro non sono che mere "condizioni"...

Mi toccò molto sul momento, ma, devo ammettere, ho avuto la chance di gustarne appieno il sapore solo con il Cammino.

Quelle "condizioni", ho scoperto, camminando, altro non sono che le nostre vesti quotidiane...

"Tolte quelle", tu mi domandi, "cosa rimane?"... la stessa domanda che anch'io, all'epoca, ne avessi avuta la possibilità, avrei voluto rivolgere al mitico Terzani...

In realtà, riflettendoci bene, non è che avesse poi scoperto l'acqua calda con un tal pensiero!

E, ciononostante, mi aveva inquietata, e non poco.

"... se tolgo le condizioni... tolgo le garanzie... e allora... cosa mi resta?"... ed ecco che entrano in gioco i timori... le "fobie" di tutti noi che viviamo di questo quotidiano... ecco perchè la nostra voglia di libertà - "mi spoglio delle condizioni!" - ogni volta che tenta di far capolino, subito si rintana nuovamente dentro al suo guscio, conscia del rischio di poter perdere per strada ogni garanzia...

 

Tu mi domandi "cosa ti rimane?".

Credo rimanga l'oceano, l'infinito.

Credo rimanga la scoperta, ciò di cui oggi abbiamo così tanta paura.

 

Quando sono arrivata a Finisterre, in realtà, non ero sola.

Eravamo in tanti, tantissimi. tutti amici. Molti di loro sono stati decisamente i miei migliori compagni di viaggio. Nonostante i nostri spiriti "zingari" avevamo creato persino una specie di famiglia: io avevo un compagno ed uno stuolo di amici, più grandi e più piccini, che avevano preso il via a chiamarmi "mommy"...

Come puoi ben capire, quindi, l'amore non manca mai. Né, tantomeno, si può aver la pretesa di spogliarsi completamente delle proprie vesti... l'indole di occuparsi/preoccuparsi degli altri non si dissolve neanche di fronte all'oceano...

Ma ciò che forse ci caratterizzava, a differenza di coloro che avevano deciso di fermarsi a Santiago, era proprio l'idea di voler ritrovarsi comunque soli di fronte a quell'oceano.

Sì, ci eravamo arrivati tutti assieme, ma ciascuno di noi innamorandosi della propria solitudine.

E’ difficile spiegare.

 

Puoi incontrare diversi tipi di pellegrini.

Alcuni ti diranno di essersi innamorati durante il cammino. E’ capitato a tanti.

Altri, invece, ti diranno di essersi innamorati del Cammino.

 

E questo, davvero, sembra quasi impossibile da spiegarsi... sembra impossibile spiegare che ti sei innamorato del silenzio, della solitudine, di quello strano senso d'infinito...

E’ difficile da capire, persino per noi che... ahimè, ci siamo ancor dentro fino al collo... già, perché ancora, ogni notte, sogniamo di camminare, ancora ci dolgono i piedi ad ogni risveglio...pare impossibile da credersi a distanza di un mese, ormai... eppure, ancora ci sentiamo come drogati da quel senso d'infinito... tanto che, non ti nascondo, tra tutti non sappiamo più da che parte rifarci...ti dico solo che ho ricevuto una lettera, qualche giorno fa, da uno dei miei "piccolini" che, tornato a casa, ha subito rifatto lo zaino ed è partito a piedi per la Calabria...!?!... un altro è tornato a casa, in Francia, a piedi, riprendendo il cammino dai Pirenei... un altro ancora dalla Spagna ha preso la nave fino in Sicilia perchè si rifiutava categoricamente di tornare in aereo ..i nsomma, una banda di matti!

E pensare che prima di partire eravamo tutte persone più o meno quadrate!

 

Ecco cosa ti rimane dopo che ti sei innamorato del Cammino, dopo che ti sei spogliato di ogni condizione-garanzia: una strana forma di pazzia...la voglia di scoprire.

E, come sempre accade per ogni nuova scoperta, entusiasmo e paure fanno a cazzotti tra loro.

 

Finisterre ci ha fatto assaporare quest'indescrivibile amore per il semplice fatto di rimanere soli, in silenzio...per quella che oggi comunemente chiamiamo "solitudine".

E ciò, senz'altro, solleva non poche paure.

 

Ricordo un pensiero di Coelho, a tal proposito, secondo cui si deve usare la solitudine e mai lasciarsene usare.

La linea di confine, oggi, di ritorno dal Cammino, mi pare talmente sottile... da esserne quasi un po' intimorita.”

 


 

Un ringraziamento di cuore a tutti i miei compagni di viaggio, e in particolare:

A Lucilla, che, arrivando a O Cebreiro, ha regalato a tutti noi un grande esempio di forza e tenacia, dandomi il coraggio di lasciarmi alle spalle tutto e tutti,

A Peppe, che con le sue mille soste e la sua invidiabile flemma ha dato a me e al piccolino ottimi spunti di riflessione,

Alla mia “famiglia pellegrina”:

Ai miei due “piccolini”: un grazie di cuore a Tomas per il suo affetto e per la sua simpatia, e a Dan, not so british at the end!

Al “piccolo-grande” Biagio, al mio piccolino: un grazie speciale.

Grazie, perché nonostante la tenera età più di ogni altro hai dimostrato a tutti noi il valore e l’importanza del coraggio di rimettersi continuamente in gioco.

Al mio miglior compagno di viaggio, a Ben.

Ringrazio il Cammino per averti fatto trovare i miei messaggi nelle Mesetas.

Ringrazio te per l’incontro.

Per i nostri continui scontri.

Per l’arrivo a Finisterre.

Per avermi costretta ad aprire gli occhi quando, invece, avrei preferito continuare a tenerli chiusi.

E, come dicevi sempre tu: “Les arbres sont les plus belles cathédrales”.

 

 

Johnatan a Finisterre:

 

“il vero Cammino inizia una volta tornati a casa”.